Da oggi e per le prossime settimane dedicheremo il lunedì a Chris McCandless, raccontando non solo la storia dell’edizione italiana di Back To The Wild (dall’idea alla traduzione, all’incontro con i genitori di Chris e fino al momento della stampa) ma anche le storie di chi è stato toccato, ispirato, cambiato dal viaggio di Chris, a cominciare da noi di NBM. Per questo lunedì e per i prossimi, buon viaggio.

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Ho 25 anni e sono al quinto mese di soggiorno studio ad Auckland, Nuova Zelanda.

Finito il semestre, sono pronta a partire per un mese di viaggio nell’Isola del Sud con Marina. Mi serve qualcosa da leggere, a farmi da compagno tra viaggi in treno e in bus. Ho letto su internet di un nuovo film di cui Eddie Vedder curerà la colonna sonora. Si chiama Into the Wild, è tratto da un libro. Lo cerco e lo trovo il giorno prima della partenza, un’edizione del 1996, leggermente sgualcita, ma tutta intera. Lo compro, lo metto nello zaino, la mattina dopo parto per Wellington.

Per capire il motivo del mio attaccamento a Into the Wild, c’è voluto parecchio tempo in più rispetto a quello che ci misi a finirlo.

Impiego circa 5 giorni a leggerlo. In un periodo particolarmente difficile della mia vita, in testa ho un profondo senso di solitudine che non dipende dal paesaggio neozelandese: mi sento senza casa, senza motivi abbastanza buoni per comunicare con il mondo esterno e con il bisogno di trovare significato in quello che mi succede dentro e attorno. E’ così che faccio amicizia con Chris McCandless: condivido il suo bisogno impellente di porsi le domande giuste e la necessità di prendere distanza dal mondo per capirlo meglio. E quando, nel paesino di Picton, arrivo alla fine del libro, mi sento da sola dopo un viaggio fatto in compagnia di un ragazzo morto dieci anni prima in Alaska, eppure ancora presente nella mia vita e, scoprirò più avanti, in quella di molte altre persone.

Ecco come inizia la storia dell’edizione italiana di Back to the Wild: inizia a Picton, in Nuova Zelanda, sul marciapiede della stazione degli autobus di un paesino di tremila anime, a migliaia di chilometri da Fairbanks, in Alaska. Ma nemmeno poi tanto lontano.

Dal 2007 al 2011 Chris McCandless diventa un compagno di viaggio e un argomento di discussione con amici tra cui, ovviamente, anche Maura, Christian e Jacopo (Paolo Bi, Paolo B. e Philipp entrano in scena più tardi).

Poi, nel 2011, non ricordo nemmeno come, trovo il sito della Christopher Johnson McCandless Foundation, che ha da poco pubblicato Back To The Wild, una raccolta di diari e fotografie inediti di Chris McCandless. Il libro – interessante perché mostra la storia di Chris dal suo punto di vista, tramite foto e pagine di diario – finisce in un articolo che pubblico su NBM e che incuriosisce parecchi lettori, spingendo tanti chiederci se è disponibile l’edizione italiana di Back To The Wild.

L’edizione italiana, ovviamente, non esiste.

Ma, data la popolarità della storia, sono sicura che una casa editrice italiana abbia già acquistato i diritti di traduzione e sia sul punto di pubblicare il libro. Mi limito a ordinare Back To The Wild per me e a sfogliarlo cercando di completare, con quella raccolta di foto, cartoline e pagine di diario, il quadro che mi ero fatta di Chris McCandless.

Qualche mese più tardi mi decido a inviare una mail alla fondazione che lo ha pubblicato. Chiedo se, per caso, i diritti italiani per la traduzione sono già stati acquistati. Mi aspetto una risposta affermativa, ma la risposta non arriva proprio, così metto da parte definitivamente l’idea di tradurre e pubblicare il libro.

Finché, ancora qualche mese più in là, ricevo una mail di risposta.
Il mittente è Walt McCandless, il padre di Chris.
Mi scrive che sono la prima traduttrice a mettersi in contatto con la fondazione e aggiunge che nessuna casa editrice italiana ha proposto l’acquisto dei diritti di traduzione di Back To The Wild.

L’unica cosa che riesco a pensare, mentre riassumo a Maura e Christian la risposta di Walt, è che questo libro dobbiamo pubblicarlo noi. Ci piacerebbe, eccome: siamo legati, ognuno a modo nostro, a questa storia. E questa storia sembra avere un legame forte con NBM, con il motivo che ci ha spinto a lanciare il sito nel 2011 e che ci spinge a fare le valigie di tanto in tanto. Siamo di quelli che nello zaino mettono diari, macchine fotografiche e tanti perché, a cui cercare risposta in viaggio, proprio come Chris. Ma saremmo in grado di gestire questa avventura? Prima ancora di iniziare a discutere la proposta con Walt, decidiamo di sì. Decidiamo che questo progetto ha senso solo se lo portiamo a termine noi, in autonomia, fino alla fine, fino in fondo.

I mesi successivi sono mesi di progetti, proposte, attese. Finalmente, ricevo una lunga mail da parte di Walt. Pochi giorni prima gli abbiamo presentato una proposta di traduzione del libro più dettagliata, descrivendone le possibili fasi. Sono a casa da sola, leggo la lunga mail in cerca di un segno di approvazione. La mail si conclude con queste parole:

Looking forward to working with you and your team. Let’s get started.

Walt e la fondazione ci danno l’OK. Poco tempo dopo la fondazione firma il contratto con NBM che, nel frattempo, è diventato un’associazione culturale.

Come se questa cosa incredibile non bastasse, dopo la firma del contratto succede un’altra cosa meravigliosa. Walt e Billie, i genitori di Chris McCandless, hanno un caro amico vicino a Treviso, si chiama Padre Elio ed è speciale abbastanza da aver ripercorso tutti i viaggi di Chris, fino al Bus 142 in Alaska. Padre Elio, che conosciamo in una mattina di luglio in un autogrill sulla tangenziale di Milano (non poteva esserci posto più azzeccato) invita Walt e Billie in Italia. Loro accettano l’invito e decidono di fare una deviazione nel loro itinerario, per arrivare fino a Milano.

E conoscerci di persona.