Quando abbiamo iniziato a pensare al progetto di traduzione di Back To The Wild, abbiamo pensato per prima cosa a come volevamo che fosse il nostro libro.

L’edizione originale ci sembrava poco proporzionata, con pagine grandi e foto piccole. Ci sembrava che non valorizzasse le immagini, anche perché molte delle foto erano in formato orizzontale mentre il libro era il classico A4 in formato verticale. La prima scelta è stata quindi per un formato “landscape”, perché a fronte di quelle immagini (poche) scattate in verticale, la maggior parte avrebbe goduto di un formato più consono. Anche la dimensione era da rivalutare. Il materiale che avevamo in mano non erano file nativi digitali da molti megapixel, ma scansioni di pellicole 35mm, scattate con macchine di qualità non certamente professionale. Non era pensabile stampare un formato molto grande, sia per la questione risoluzione sia per una mera questione di costi. L’operazione che stavamo iniziando era tutta sulle nostre spalle e non avevamo grandi budget da spendere. Abbiamo quindi scelto di avere un formato panoramico medio-piccolo, ci sembrava il compromesso migliore.

Paolo Cagliero, alla nostra prima iniziativa editoriale (le Guide Piccole), aveva interpretato benissimo il nostro pensiero. Da quella che era solo un’idea abbozzata era riuscito a trovare la veste grafica perfetta per noi. L’abbiamo subito coinvolto.

Le nostre indicazioni erano state semplici: formato piccolo, foto in primo piano, tutto molto sobrio e discreto. Dopo alcune settimane ci ha inviato il primo layout e la prima copertina in bozza. Ci eravamo capiti subito anche questa volta. Le foto erano le assolute protagoniste della pagina. Testi con allineamento rigoroso ma discreto. Il font scelto perfetto, nella sua alternanza di regolare, corsivo e maiuscoletto. Era tutto molto semplice. Indicazioni del titolo, del luogo e della data precise ma non sovrastanti.

Per la copertina ci aveva sottoposto una immagine con forti connotazioni grafiche. Paolo è un esperto di grafica vettoriale e si era espresso in questa direzione tirando fuori una bellissima copertina. Poi un giorno ci scrive “forse ho avuto un’altra idea”.

Niente più grafica in senso stretto, niente più vettori ma una vera e proprio foto. La copertina ribaltava il punto di vista sulla storia di Chris: non eravamo più noi a guardare lui e le sue foto, ma era lui da dentro il Magic Bus che guardava fuori. Da dietro il vetro opaco di umidità, guardava il paesaggio innevato dell’Alaska. Inutile dire che siamo stati tutti subito molto entusiasti. L’idea era geniale e resa magnificamente con la ricostruzione (questa sì grafica) dell’interno del bus.

Dopo questa prima fase poi siamo passati all’impaginazione vera e propria, a inserire foto e testi, a studiare la posizione e il formato migliore. Prove su prove per la lunghezza di una linea puntinata, per l’altezza di un carattere o per la presenza o meno di un grassetto. Infinite email, telefonate, stampe, file scambiati via telefono, wetransfer, google drive. Dopo ore e ore passate davanti al monitor per capire se era meglio un riquadro da 127 mm o da 127.5 mm…il risultato è il nostro libro.

Circa 270 pagine di fotografie, alcune davvero meravigliose e significative. Una storia che, anche senza un vero e proprio testo scritto, ha una sua narrativa interna forte e precisa. Purtroppo ineluttabile.

Avevamo quasi tutto, almeno in mente. Il testo, la grafica, l’idea del libro. Ci serviva qualcuno che traducesse tutto questo in realtà. Nulla di impossibile, certo, bastava trovare chi materialmente stampasse il libro. Totalmente inesperti in materia, abbiamo cominciato a fare domande in giro, a chiedere ad amici e conoscenti, amici di amici, parenti di amici, parenti, sconosciuti a volte. Abbiamo stilato una lista di nomi, di possibili interlocutori. Cosa ci serviva? Una tipografia, ovviamente!

Abbiamo messo a punto una richiesta di preventivo, l’abbiamo fatta girare e abbiamo aspettato. Qualcuno non ci ha risposto, perchè forse già dalla richiesta si capiva che dall’altra parte si sarebbero trovati un gruppo di inesperti e forse non avevano tanta voglia di perdere tempo dietro a dei dilettanti; qualcuno invece ci ha risposto e siamo andati a parlarci. Quando siamo arrivati alla INGRAF la prima volta abbiamo subito avuto una buona impressione. Si respirava, ancora prima di entrare negli uffici, un’aria di artigianato che ci rassicurava. Abbiamo raccontato del nostro progetto, con tutti i nostri dubbi e le nostre incertezze in materia. Avevamo bisogno di qualcuno che ci indirizzasse, per evitare magari di fare errori grossolani. La prima impressione era giusta, il valore artigianale si è fatto sentire subito. Quando abbiamo mandato il file per la stampa, molto pazientemente ci hanno fatto notare tutta una serie di cose che si potevano migliorare, ci hanno dato alcuni suggerimenti su come si poteva intervenire per aumentare la qualità del libro.

Hanno avuto pazienza anche quando si sono ritrovati davanti la nostra richiesta di fotografare tutto il processo. Un po’ straniti all’inizio, hanno accettato di buon grado, con un mezzo sorriso, la nostra presenza con la macchina fotografica mentre loro stavano lavorando. Ci siamo fatti spiegare un po’ di cose giusto per capire quello che stavamo vedendo, come funzionava davvero la stampa di un libro. Da una macchina esce una lastra di metallo ricoperta da una patina blu, scorre su alcuni rulli e in un altro passaggio si vedono affiorare i caratteri, i visi, i paesaggi. Un lavaggio con l’acqua e la lastra è pronta per andare in sala stampa, per essere messa sui rulli. Per ogni pagina si faranno 4 lastre, una per ogni colore (CMYK), 4 passaggi per avere ogni singola pagina. Ci spostiamo tra i capannoni, entriamo in sala stampa che stanno ultimando le operazioni prima di avviare la macchina. Si versano i colori, il diluente, si controllano i rulli. Alcuni fogli di brutta vengono utilizzati per pulire i residui. Una pila di carta bianca sta ad un capo della macchina, un piano in legno, dall’altro, aspetta i fogli stampati. Mentre siamo in attesa, scambiamo due chiacchiere con il titolare. Ci racconta di come era diverso una volta, di quanto lavoro ci fosse dietro ad ogni singola pagina, di quanto ce ne sia anche ora, nonostante la tecnologia abbia decisamente semplificato i processi. C’è ancora una vecchia macchina, bellissima, che attira la nostra attenzione. E’ una di quelle vecchie che, il titolare ci conferma, non viene più utilizzata per stampare, ma solo per alcune lavorazioni di piegatura di alcuni volumi particolari. Non c’è più convenienza ad utilizzarla, ma ai nostri occhi resta un bellissimo oggetto. Parliamo ancora un po’ di caratteri mobili, del lavoro che stava dietro ogni singola immagine per riportare gli stessi dettagli nel prodotto finale, di spessori, di interlinea, di dimensione di punti, di come sia più semplice oggi spostando una “curva” ottenere quello che anni fa si otteneva con ore di tentativi e di esperienza. Il vantaggio della tecnologia è evidente, ma nelle sue parole si avverte comunque un po’ di nostalgia per gli anni passati tra pellicole e clichè.

Il brusio di sottofondo aumenta di volume, gli ingranaggi cominciano a girare sempre più velocemente, si sente già lo sbuffo ritmico dell’aria che solleva i fogli, lo schiocco delle ventose che trascinano la carta e poi l’inconfondibile cadenza dei rulli, come se fosse un piccolo treno lanciato lungo un rettilineo. In pochi minuti i grandi fogli escono e si adagiano sul vecchio sostegno di legno e ferro. Ormai non manca molto, colore dopo colore, pagina dopo pagina, il libro prende forma. I fogli verranno tagliati, piegati e infine rilegati. Poi sarà la volta della copertina e degli ultimi lavori di confezionamento. Così è nato il nostro libro.

Ora speriamo che diventi presto anche il vostro.