Padre Elio è un amico dei genitori di Chris McCandless, è un parroco, è un viaggiatore, è anche una di quelle persone su cui la storia di Chris McCandless ha avuto una grossa influenza, tanta da spingerlo a ripercorrere le tappe di Chris, fino al Magic Bus. Questa che pubblichiamo è una (lunga) lettera scritta a Chris, per ringraziarlo.

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E tutto questo non accadeva al tempo di Ada. Ma che cosa significava il tempo di Ada? Come si poteva comprendere che loro due erano vissute nello stesso tempo e che quello di Ada era finito? E che Ada non era più in questo tempo come lo si poteva capire?” (A un cerbiatto somiglia il mio amore di David Grossman, Mondadori, p. 43)

Il 29 gennaio 2008 sono andato al cinema. Niente di straordinario, ci vado spesso, mi piace tanto da andarci qualche volta anche da solo; era una sera fredda e senza nessun altra scelta se non quella di rimanere a casa. Sono abituato a tutto, ai film di Almodovar e a quelli di Kieslowski. Amo il cinema ma è anche difficile, proprio per questa mia familiarità con esso, che un film mi entusiasmi. Quella sera ho scelto un film che mi sembrava il meno peggio anche se la pubblicità non mi convinceva e non ne sapevo granché… parlava di avventure in terre lontane, di ricerca di se stessi. Insomma: mi pareva proprio un’americanata … Ma alla fine sono entrato.

Quello che mi è capitato in quella sera è difficile da spiegare.. “Into the wild”, il film  in questione, mi ha letteralmente fulminato! Quella notte non ho dormito, sono andato a rivedere il film dopo due giorni, poi ho comprato il libro, la colonna sonora, ho portato la gente a vedere il film, l’ho rivisto e rivisto e ho stufato le persone parlandone ovunque e sempre. Sono rimasto ossessionato dalla storia di questo ragazzo, Christopher McCandless, proprio come dice di esserlo stato Krakauer, l’autore del libro da cui è stato tratto il film. E vorrei provare a spiegarne il motivo, almeno in parte e almeno per quello che è possibile.

Non mi sono limitato a vedere il film molte volte. Ho fatto anche un’altra cosa, per la verità: ho sfruttato la mia settimana di esercizi spirituali per visitare i luoghi che hanno visto parte della vita di Christopher svolgersi, l’ultima parte e forse, per certi versi, la parte più significativa…

Ho voluto fare questo viaggio sullo stile di quello di Christopher e cioè nel massimo dell’economia. I soldi del biglietto aereo sono arrivati da un viaggio che ho organizzato per un gruppo e che, avanzati alla fine, il capogruppo mi ha lasciato dicendomi di usarli per un altro viaggio. L’ospitalità e il cibo mi sono stati forniti dalle eccezionali missionarie dell’Immacolata (le stesse che sono in Polonia, ad Auschwitz, per chi ha avuto la fortuna di conoscerle). Le uniche spese che ho dovuto sostenere, peraltro quasi irrisorie, sono state il noleggio dell’auto, la benzina e un po’ di dollari che ho donato a un sacerdote che mi ha ospitato alcune notti nel deserto.

Erri De Luca racconta di aver cominciato a leggere la Bibbia perché era stufo di leggere romanzi e si è appassionato a queste storie di vita scritte da autori non professionisti, spesso tratte da altre storie accadute realmente e, nei racconti biblici, mischiate per raccontare il rapporto tra un popolo e il suo Dio.

Forse è proprio il fatto che la storia del film sia vera ad avermi affascinato. Non è un romanzo ma la vita vera di Christopher Johnson McCandless che coincide in maniera strabiliante con quello che io vivevo proprio in quegli anni, dal 1990 al 1992, dall’altra parte dell’oceano. Un oceano che era immenso tanto diverse erano le nostre situazioni e scelte di vita quanto poteva essere un piccolo ruscello: in alcuni giorni probabilmente avevamo gli stessi pensieri e gli stessi sentimenti, il nostro cuore batteva allo stesso ritmo e per gli stessi motivi. Io e lui, nati a tre mesi di distanza, eravamo lontani e vicini. Mi chiedevo in quegli anni: “C’è qualcuno che ha i miei stessi sentimenti, desideri, le mie stesse intuizioni?” Sono felice di sapere che sì, c’era. E sono felice di saperlo ora, anche se dopo molti anni e per certi versi, troppo tardi.

Ho pensato che fosse ora di mettere per iscritto almeno alcuni “perché” di questa sintonia e di questo mio sconvolgimento interiore per tentare di “giustificare” la mia ossessione per questo film.

Perché ho scelto di scrivere proprio una lettera? Perché non bastano alcune semplici riflessioni? Non lo so, mi è sempre piaciuto scrivere lettere. E un giorno ho trovato in un libro quello che potrebbe essere il motivo di questa preferenza. Ne riporto un piccolo brano qui di seguito.

“Certe conversazioni sono come pozzi, cariche di ansia e di promessa, pericolose avventure, in ogni caso tali da cambiare tutto. Dopo di esse si è un’altra persona, lo si voglia o meno. (…) Al Museo Archeolgique National di Beirut ho incontrato una donna di circa 35 anni impiegata come guida al museo. Oltre all’arabo parlava correttamente tre lingue europee aveva imparato per i suoi studi archeologici anche l’aramaico e l’ugaritico. Ci trovavamo all’interrato del museo, di fronte al sarcofago del re Achiram di Biblo (attorno al 1200 a. C.). “Già allora”, ella spiegò, “gli uomini credevano nell’immortalità. La vita umana è come un fiore che appassisce, ma torna sempre a nuova vita.” (…)

“Crede nell’immortalità?”, le chiesi più tardi.

“Vorrei crederci”, rispose sottovoce.

“Che cosa glielo impedisce?”, replicai stupito.

“Questo”. Mi mostrò con un gesto disarmante le tombe e le immagini della sala immersa nella penombra. “È cristiano?”

“A volte. Mi sforzo di esserlo”.

“Io non lo sono più. I miei genitori sono credenti. Non hanno mai conosciuto nulla di diverso. Quando ho cominciato a studiare storia, non l’ho fatto con una intenzione precisa. Era piuttosto una specie di nostalgia. (…) Volevo solo trovare il punto da cui tutto proviene”.

“Non l’ha trovato?”.

“No. L’ho perso. Tutto quello che insegna il cristianesimo è più antico di millenni. Ha visto le madri degli dei? Inanna, Cibale, Iside?. A tutte muore il figlio, lo sposo, il dio del loro amore, e il mondo trattiene il respiro. Vanno nel modo sotterraneo e risvegliano il defunto. Sono miti, immagini, sogni. È mai possibile credere ai miti?”.

Cercai di spiegare quello che avevo imparato: il cristianesimo non è un mito. Il cristianesimo si distingue da tutte le altre dottrine sugli dei proprio perché è attestato storicamente. Lei scosse il capo: “Ho studiato la storia. È la stessa ovunque. Sogni infranti e viaggi nel mondo sotterraneo. Conosce Pindaro? La nostra vita è il sogno di un’ombra”.

Aveva le lacrime agli occhi. “Conservi la sua fede, se può”.

Non ho più rivisto quella donna. Forse è morta da tempo. Che cosa non darei per poterle pararle un’altra volta. D’altronde, che cosa sono un libro o una lettera, se non i tentativi di continuare una conversazione che non abbiamo potuto concludere e che non potranno mai essere condotte  a termine?”

(da “Il tuo nome è come il sapore buono della vita”. E. Drewermann, Queriniana, Brescia, 1996, pp. 25-27).

“Giuseppe all’età di diciassette anni pascolava il gregge con i fratelli. Israele amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché era il figlio avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche. I suoi fratelli, vedendo che il loro padre amava lui più di tutti i suoi figli, lo odiavano e non potevano parlargli amichevolmente. I suoi fratelli andarono a pascolare il gregge del loro padre a Sichem. Israele disse a Giuseppe: «Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Vieni, ti voglio mandare da loro». Gli rispose: «Eccomi!». Gli disse: «Va’ a vedere come stanno i tuoi fratelli e come sta il bestiame, poi torna a riferirmi». Lo fece dunque partire dalla valle di Ebron ed egli arrivò a Sichem. Mentr’egli andava errando per la campagna, lo trovò un uomo, che gli domandò: «Che cerchi?». Rispose: «Cerco i miei fratelli».” (dalla Genesi, cap. 37)

Inizio del viaggio 

Carissimo Chris,

sono impazzito. Non ti ho mai incontrato personalmente eppure sono qui negli Stati Uniti, in California per la precisione, a ripercorrere un parte delle strade che tu hai percorso. Sono doppiamente impazzito se consideriamo che molti di quelli che hanno visto il film ispirato alla tua vita ti considerano un mezzo matto, un egoista e un incosciente, un irresponsabile e un bambino che non sa prendersi le sue responsabilità. In realtà credo che le cose siano un po’ più complesse e vorrei subito dire ciò che penso ponendo una domanda: abbiamo maree di ragazzi, e non solo, con la testa vuota e ci scandalizziamo di te? Nel viaggio di andata in aereo avevo davanti un gruppetto di ragazzi francesi: è stato tutto un agitarsi di telefonini, mp3, cerchietti, orecchini, piercing, braccialetti, anellini, braghe sbilenche e basse, mutande in vista, risolini striduli. La loro agitazione non mi ha né stupito né scandalizzato ma mi si è mostrata solo come l’altra faccia di quella inquietudine e vacuità che noi adulti spesso viviamo e copriamo con le cose e con il fare, magari in maniera più raffinata o più subdola, a seconda dei punti di vista.

Non credo tu sia stato un santo e credo tu non abbia cercato di esserlo. Semplicemente hai fatto una cosa che molti di noi hanno pensato almeno una volta nella vita di fare: andare via, cambiare tutto imprimendo una direzione nuova alla vita. Certo, te ne sei andato tagliando i ponti con la tua famiglia e con quelli che conoscevi, per sempre. Questa forse è la tua “colpa” più grande. Però lo hai fatto perché non ne potevi più di un certo modo di pensare e di vivere. Ed è proprio questa nausea e questa stanchezza di quello che sembra essere l’unico modo per affrontare una vita  che comprendo perfettamente. Anche se io non ho fatto la stessa scelta non fa differenza. Attenzione: non dico che non faccia differenza ma non fa inimicizia, contrasto. Anzi. Del resto la tua radicalità e fedeltà, fino all’ultimo, alla tua scelta in un certo senso ti “riscatta” e ti rende sicuramente più coraggioso di me. Comunque tu cercavi un qualcos’altro, qualcun altro, forse. Cercavi una vera casa, un luogo dove poter vivere pienamente e lo hai trovato nella natura; cercavi dei fratelli veri, e li hai trovati in gente che ha condiviso il tuo cammino. Gente che ti ha accolto così, per quello che eri o che eri diventato, un giovane supertramp, super vagabondo!

La ricerca di Giuseppe, la mia e la tua, quella di tante persone è la stessa: trovare un fratello, una sorella, una persona che non ti stia solo accanto ma condivida almeno una parte dei tuoi sentimenti e delle tue speranze. Mentre tu camminavi per l’America con il tuo zaino, come spiegavo prima, io mi ponevo le stesso domande che tu avevi dentro… è difficile da spiegare. Forse raccontando un po’ del mio viaggio qualcosa riuscirò a dirti.

… Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo». (Mt 8,20)

Ovvero la povertà e la semplicità

Sono nel deserto della California, vicino a Palm Springs. A parte il monte San Jacinto (una montagna piena di neve in mezzo al deserto!) non c’è niente se non brutti paesi persi in mezzo alla sabbia. Essendo lo spazio l’ultimo dei problemi le case più alte saranno sì è no di quattro metri. Questo fa sì che non ti accorgi nemmeno a volte di essere in un paese o in una cittadina. Vedi un po’ di casette e dici: Boh?! E magari sei in una cittadina di 30.000 abitanti! Qui hai vissuto parecchio tempo incontrando anche un signore anziano con cui hai intessuto una straordinaria amicizia. Con lui parlavi di tutto e alla fine lui ha capito la tua scelta di non volere nulla per te, di essere povero, anzi l’ha fatta propria vendendo tutto e andando ad aspettarti lì dove ti aveva lasciato in partenza per l’Alaska.

Una delle cose che mi ha colpito e che ha, per certi versi una somiglianza fortissima con delle vicende personali vissute recentemente, è stata proprio questa tua scelta di non volere niente per te, di donare tutto, ma proprio tutto. Quando sei arrivato da queste parti era davvero un povero vagabondo. Il tuo è stato un “cammino di liberazione”, quasi incomprensibile ai più. È un gesto che sa di irresponsabilità. Quando recentemente mi sono trovato a decidere se aiutare o meno una persona a me molto vicina ho chiesto consiglio ai miei “superiori” e sai che cosa mi hanno risposto? Che no, questa persona si deve arrangiare, io devo pensare a me, conservare la mia parte di eredità. Si, la mia parte di eredità! Non avevo nemmeno mai pensato di avere un’eredità! Ma come? In questi 14 anni di prete ho frullato tre auto a forza di andare in giro a predicare e a parlare del vangelo, dell’amore vicendevole, della disponibilità, della misericordia… e mi si viene a dire che devo pensare alla mia eredità?

Io ho deciso il contrario, proprio dopo averti conosciuto. Ecco, ora praticamente non ho più niente e devo ricominciare da capo tutto ma, lo dico con tutta la sincerità possibile, la cosa non mi dispiace per niente. Lo so, è difficile da spiegare… In questo ti sento vicinissimo,  fratello e compagno di strada!

C’è una bellissima scena in Cuore sacro: la protagonista, una ricca industriale, si spoglia di tutto in metrò e viene ricoverata in un centro per malati mentali. Alla fine la dottoressa la lascia andare perché comprende che era solo un gesto estremo della donna per dire una cosa allo stesso tempo incomprensibile e semplicissima: non voleva più nulla per sé. Ecco tutto. È poi così difficile da capire e da accettare? È così strana una persona che non vuole fare carriera, non vuole arrivare in alto, non vuole avere successo? Nei blog dove si parla di te, te ne hanno dette di tutti i colori: che avevi un disturbo bipolare (!), che eri matto da legare, un egoista… . Ma è comprensibile: basta che uno abbia altri riferimenti oltre al denaro, al successo e al sesso che subito viene tacciato con un anormale!

E anche come Chiesa (lo dico da prete), siamo sempre tentati di cedere a queste lusinghe del successo, dei numeri, delle folle, della “maggioranza” che sta con noi.

Nel deserto, a Slab City, questo campeggio di gente che vive in roulotte o in camper, c’è Salvation Mountain. Lì ho incontrato Leo, l’autore di questa “montagna della salvezza”, un personaggio che hai incontrato anche tu, perchè si fa notare! Quello che mi ha colpito di lui è stata la sua assoluta semplicità e povertà. Vive e lavora da anni nel deserto e ripete la preghiera che un giorno, molti anni fa, ha sentito sgorgare dal suo cuore, inspiegabilmente visto che non era mai entrato in una chiesa in vita sua fino ad allora: “Gesù abbi pietà di me…” . È la preghiera del pellegrino russo! Dopo anni di lavoro in una concessionaria lasciò tutto e si trasferì a Niland, in mezzo al nulla. Certo è strano ma almeno al contrario di tanti predicatori televisivi, commedianti, boriosi e avidi, lui vive nella povertà e dice a tutti dell’amore di Dio. Che matto! Proprio come te.

Quando stavi da queste parti scrivevi: “Le missioni qui sono una palla, non faccio altro che beccarmi delle grandi prediche”. Ti capisco! Ho visto in televisione Madre Angelica! L’avevo già vista e sentita, ahimè, in Colombia, con tanto di doppiaggio in spagnolo tanto da farmi credere che fosse colombiana e che pertanto il suo messaggio si limitasse a quel Paese… .È invece proprio americana, un sorta di padre Livio di Radio Maria, donna che invece della radio usa la TV, ed è conosciuta in tutti gli Stati Uniti. Ciò che non cambia è l’arroganza e l’aggressività: identiche, come identica è la spontanea e immediata antipatia che suscita, al pari del suo collega italiano, in chi l’ascolta con attenzione. No, davvero non è la strada della Chiesa del futuro o perlomeno non è la mia strada.  Capisco che la Chiesa degli Stati Uniti ha un’altra storia. Il prete che mi ospita qui nel deserto mi ha spiegato come a volte si sentano come in trincea, attaccati da tutte le parti. Obama per lui è il demonio e il mondo è destinato alla perdizione,Ma è un buon uomo e mi ha offerto una strabiliante colazione americana in un locale qui a Yucca Valley, dove una volta si giravano gli esterni dei western. Alla parete ci sono foto di attori che sono passati di qui. Sopra il nostro tavolo c’è Dean Martin. Come non perdonarlo? Anzi, mi è simpatico perché alla fine non credo pensi davvero quello che dice. È solo spaventato, molto spaventato e, fondamentalmente, solo.

“Il Signore disse a Mosè: «Questo è il paese riguardo al quale io feci ad Abramo, a Isacco e a Giacobbe, questo giuramento: “Io lo darò ai tuoi discendenti”. Te l’ho fatto vedere con i tuoi occhi, ma tu non vi entrerai».(Dt 34,4)

 Ovvero una strada che non finisce mai

Mi ha sempre colpito la storia di Mosè e il fatto che lui non sia potuto entrare nella Terra Promessa. Non ho mai accettato questa punizione che sembra annullare gli sforzi di tutta la vita. Un giorno, poco dopo la morte di mio papà che certo non aveva realizzato quasi nulla di ciò che sperava, ho capito. Un autore diceva che per Mosè entrare nella Terra Promessa sarebbe stato come calpestare un sogno: si sarebbe accorto che quella terra in cui lui aveva sperato per tutta la vita non era perfetta come lui e tutto il popolo avevano sognato, che la vera Terra Promessa è, per certi versi, il cammino stesso, il non fermarsi. Il tuo biografo ti definisce un pellegrino, una sorta di monaco. Chissà… .

Enzo Bianchi dice che i monaci sono inutili. Ma ricordano un modo di vivere “altro”, ricordano ciò che non si può calcolare e comprendere con la nostra testa e la nostra mente… come del resto il camminare con lo zaino verso una meta che si potrebbe raggiungere con altri mezzi infinitamente più veloci sta a dire la stessa cosa…probabilmente qui sta il tutto. Tu non sei arrivato dove volevi, anche se avevi progettato addirittura di raggiungere l’oceano camminando per tutto l’Alaska. E ci hai pure provato ma poi ti eri reso conto che la cosa era impossibile perché tutto era un pantano incredibile. E allora avevi deciso che il Magic Bus era la tua terra promessa. Anche qui, naturalmente, non era importante il bus ma il cammino che avevi fatto per arrivarci: il biglietto che hai lasciato ringraziava il Signore per la vita felice che avevi avuto. Un gesto che dà sapore alla vita, anche se questa non ha realizzato tutte le tue promesse. Quanti avrebbero il coraggio o il sentimento di scrivere una cosa del genere mentre stanno per morire?

“Impara a vivere con poco –scrivevi a un amico – e imparerai ad apprezzare ogni cosa”. La condizione di pellegrino che hai scelto è forse uno dei più bei commenti che si possano fare del Vangelo, cioè mostrando che è possibile viverlo nel distacco da cose che la maggioranza delle persone ritiene vitali, testimoniando che un altro modo di vivere è possibile.

Ti sei inventato un’esistenza ai margini della società e con chi sta ai margini. Il venerdì sera lo passavi spesso, da studente, a portare i panini alle prostitute e ai barboni, parlavi con loro. Da solo hai fatto quello che si fa con S. Egidio! E credo proprio tu non ne avessi mai sentito parlare. Ecco una cosa che mi sconvolge: gente che magari non fa parte del “giro” e che fa cose meravigliosamente evangeliche, magari senza saperlo.

“Allora il re dirà a quelli della sua destra: “Venite, voi, i benedetti del Padre mio; ereditate il regno che v’è stato preparato fin dalla fondazione del mondo. Perché ho avuto fame e mi avete dato da bere…..” (Mt.25)

Ovvero la sorpresa e lo stupore

“Quando mai ti abbiamo dato da mangiare?…” chiedono al Signore coloro che sono  definiti “benedetti” nel cap. 25 del Vangelo di Matteo.

Ho provato l’esperienza della spesa in un supermercato americano, se possibile infinitamente più pieno e ridondante di merce di quelli europei. Le dosi poi sono da dinosauri. Non trovi una scatoletta che possa andare bene per una o due persone ma solo porzioni o per famiglie da 10 persone o per l’incredibile Hulk!

Il mio parroco, quand’ero piccolo, parlava del paradiso come di un grande supermercato dove c’era di tutto, ogni cosa desiderabile e immaginabile. Questa immagine mi è rimesta impressa ma allo stesso tempo mi ha quasi nauseato: che visione terribile! L’eternità passata in un supermercato! Dopo un po’ cosa si può desiderare? Non diventa un inferno la noia di avere tutto per sempre?

Oggi capisco cosa mi può interessare del paradiso: il luogo o il momento dove completare ciò che non si è fatto, dove dire ciò che non si è detto, dove incontrare chi non si è incontrato. Il brano del giudizio universale dà una visione assolutamente folgorante, totalmente diversa di questo “luogo”: la sorpresa! Ecco il paradiso vero: essere sorpresi da Dio che svela ciò che noi non abbiamo visto e capito, la sorpresa di un incontro… e la sorpresa si tramuta in stupore e lo stupore in gioia. Come si fa a stancarsi della gioia e dello stupore?

“Che gioia immensa essere vivi… Grazie, Signore, grazie!”. Le hai scritte tu, queste parole, mentre eri vagabondo per le strade di San Diego e di questo deserto

“Essere vivi o essere morti è la stessa cosa” (da “Povero come un gatto del Colosseo”, di Pier Paolo Pasolini)

Ovvero il dialogo continua tra noi

Non è stato un viaggio triste quello che ho fatto qui in California. Mi sono anche divertito, specialmente per le mie solite gaffe . Ho fatto diventare matti i camerieri di Sizzler per via della mia bistecca “well done”, ben cotta. Non capendo bene, ne avevo ordinata una indicandola più o meno a caso sul menù, e mi è arrivata una poltiglia grondante di sangue! L’ho fatta cuocere ancora, creando però un mezzo sconquasso… è comparso il direttore a chiedermi scusa! Chissà cosa hanno capito o, meglio, chissà cosa gli ho mai detto nel mio traballante inglese! Ci saremmo divertiti assieme o perlomeno tu ti saresti divertito con me, ne sono certo. Se avessi imbracciato il tuo fucile, per esempio, al primo colpo mi sarei sparato sui piedi! Agli Universal Studios ho chiesto lo sconto perché sul cartellone di ingresso c’era scritto che gli “under 48” pagavano 20 dollari di meno. Solo dalla faccia della cassiera ho capito che ne avevo combinata un’altra delle mie. Dopo una rapida verifica mentale ho intuito che 48 non erano gli anni ma “piedi”, l’altezza…!

Non posso giurare su cosa intendeva Pasolini con quella frase sopra riportata ma mi è sempre rimasta impressa, unita alla scena che la accompagnava: un povero ragazzo di borgata torna nella sua baracca e vi ritrova la madre, che era appena morta, viva, serena e sorridente. Al di là dei limiti di tempo e di spazio è possibile essere uniti, sentirsi vivi e vicini gli uni gli altri.

Ciò non toglie la fatica, a volte, del sentirsi soli e della nostalgia che in alcuni momenti ti attanaglia: nostalgia del passato, dell’inizio degli anni ’90, per me pieni di entusiasmo e di aspettative, nostalgia di mio padre e di chi non c’è più, nostalgia di te, del fatto di non averti incontrato come del resto non ho incontrato tanta altra gente che sarebbe stato bello incontrare. Certo, la storia, sia quella universale che quella personale, non si fa con i se i ma. È importante accettare quello che si ha e che si è, partire dal reale. Ma… ho trovato una risposta a questi dubbi e scrupoli.

Ho visto agli Studios la macchina di “Ritorno al futuro”! Verso la fine del film il ragazzo dice all’inventore pazzo che lo sta facendo tornare al futuro dopo aver modificato il passato: “Ma non mi avevi detto che era pericoloso trasformare il passato? Che azioni così potrebbero avere un effetto devastante, imprevedibile e  catastrofico sul futuro?”

“Si – gli risponde l’inventore – ma poi ho pensato: e chi se ne frega?!?”.

E allora, anche se a qualcuno queste riflessioni sembrano improbabili … chi se ne importa?!? Se un po’ di nostalgia, se un’amicizia anche solo spirituale, se un po’ di rimpianto, se tutto questo non ci paralizza ma ci rende più umani, più umili e più veri, tutto ciò non può essere che buono.

E se qualche volta la nostalgia o i rimpianti tentano di legarmi, di fermarmi o di farmi addirittura retrocedere nel passato, , mi basta volgere lo sguardo ad altre foto oltre che alla tua. A quella di Tunekash per esempio, il bambino mozambicano che ho tenuto in braccio per tre giorni di seguito perché fiaccato dall’Aids. Oggi sta bene grazie anche alle cure che la Comunità di Sant’Egidio gli fornisce, a cui in piccolissima parte ho contribuito anch’io. Essenziale è non dimenticarsi, ricordare gli uni agli altri le proprie vite e rammentarsi che esse sono indissolubilmente, incredibilmente e tenacemente unite.

Molti che ti hanno conosciuto da vicino ti hanno paragonato addirittura a un San Francesco dei nostri giorni. E in un certo senso alcune affinità con il “Poverello di Assisi” le hai avute: “esplosivo” verso l’esterno ma allo stesso tempo “implosivo” per quello che riguarda il cammino interiore che hai compiuto.

E comunque tanti, anche i tuoi familiari, concordano su un fatto: eri un gentile, educato e con straordinarie capacità comunicative e di socializzazione. Molto più semplicemente, per essere chiari, tu eri educato e gentile con tutti, non chiedevi niente, nemmeno il cibo anche se avevi fame, ringraziavi frequentemente tutti: è una dote rara la gentilezza, anche se a noi a volte sembra quasi un optional, un orpello inutile.

Perciò, per tutto quello che ho scritto qui, per quello che ho scritto altrove, per quello che sei stato e per quello che sei, dovunque tu sia ora, anch’io voglio dirti semplicemente: Grazie.!

con amicizia e affetto

don Elio