Leggendo tra le pagine de Il trentesimo anno di Ingeborg Bachmann, Vienna è una città marziale ma quasi impercepibile, uno sfondo fatto di spazi svuotati, un aggettivo tra pause di momentaneo lusso, una struttura aperta e scandita da passaggi fulminei, dove il fumo delle pipe ci fa muovere tra osterie, salottini, caffè e strade: una città dopo la fine di una guerra.

Non c’è scampo: ad ogni epoca di decadenza corrisponde il rifugiarsi nell’oro. La trascendenza dell’impero romano d’occidente che si fa bizantino, abbandonando il marmo per l’intimità del mosaico, o quella di seconda mano barattata nei compro-oro che si vedono oggi tra le vie delle nostre città. Non c’è modo di sottrarsi: ad ogni epoca di progresso corrisponde la costruzione di grandi opere panoramiche. Le ruote di ferro delle esposizioni di fine Ottocento tra Chicago e Parigi, o quelle più tecnologiche che con il cambio di millennio cercano di sfregiare lo skyline di metropoli come Londra, Singapore e Las Vegas. A distanza di tempo è facile collocarsi e collocare le cose, difficile è posizionarsi in un punto di equilibrio dal quale capire quando si sta passando da un periodo all’altro, riconoscere in diretta l’incrinarsi dei momenti, le congiunture epocali e le cause reali dietro i pretesti. Spesso non resta che fare un’analisi a ritroso leggendo i segni rimasti.

Vienna ha tracce di questa ciclicità delle decisioni umane sparse sul proprio corpo di vecchia capitale asburgica. Qui la frenesia culturale fin de siècle ha generato l’ultimo splendore e il canto del cigno dodecafonico dove Gustav Klimt, Arthur Schnitzler, Sigmund Freud, Arnold Schönberg e altri si sono pestati i piedi camminando le stesse strade. Ancora oggi quelle strade ci dicono che esiste una contiguità labile tra opposti che a volte si raggrumano in certi luoghi, dove per qualche tempo generano cortocircuiti emotivi; e se il fascino della caduta dell’immenso impero austro-ungarico seduce attraverso la raffinatezza dorata della Secessione che si genera al suo interno per poi divorarselo, danzando dal teatro alla trincea senza pensarci troppo, più grossolana è la quotidiana lotta per far dimenticare la ruota che scricchiola ancora nel Prater come simbolo efficace per semplificare l’immagine di un’Austria ormai rasserenata e innocua. Vienna è in realtà una città che nel tempo presente, alla voglia di girare in tondo su se stessa, sembra preferire il fluire orizzontale dei canali del Danubio. Che sia bello e che sia blu è una licenza quantomeno poetica.

La conoscenza attraverso la visione di cose è sempre soggettiva durante un viaggio. Forse ogni luogo, partendo da coordinate dichiarate a tutti, si modifica vivendolo e si reinventa per ogni nuovo sguardo. Muovendosi nello spazio pubblico, seguendo percorsi definiti o al contrario arbitrari, il segno architettonico è a Vienna quello più caratterizzante. Irradiandosi dalla Ringstrasse, anello intorno al quale si dispongono tutti gli edifici principali del centro, dal Municipio all’Opera di Stato, dal Parlamento al Museo di Belle Arti e Storia Naturale, viali ed arterie stratificano stili e richiami estetici definiti e a volte contrastanti. La costante è data dalla dimensione monumentale, dal contrasto proporzionale che scatta nel dialogo del movimento verticale degli edifici con il vuoto circostante, dai volumi geometrici che riescono a creare una sensazione di respiro scandita da alte e regolari finestre; tutto dentro un’ampiezza urbanistica calibrata dai toni del bianco.

La ricerca sul campo tranquillizza lo sguardo nelle ampie stanze dell’Hofburg, nel morbido dislivello tra i due palazzi del Belvedere o nei ricami dei giardini di Schönbrunn. Il rigore ufficiale si libera nell’eleganza pura di Joseph Maria Olbrich e in quella mischiata con il ferro battuto e la ceramica di Otto Wagner. Il ‘900 si disvela nell’assassinio dell’ornamento e nel suo mandante senza sopracciglia Adolf Loos, per poi irrigidirsi nell’edilizia sociale del Karl-Marx-Hof o nel funzionalismo del Werkbundsiedlung. Il lato storico e calcificato entra sempre più in contatto con quello fluido e contemporaneo, nell’utopia kitsch di Hundertwasser, del suo complesso residenziale o della ciminiera del termovalorizzatore di Spittelau, o nella decostruzione fatta tra i tetti della Falkestrasse o dalle parti del vecchio gasometro dal gruppo di architetti della Coop Himmelb(l)au. Gli ultimi tempi prendono una dimensione internazionale negli edifici che crescono sempre più alti tra la UNO-City e la Donau-City, o nelle firme delle archistar nel nuovo campus universitario della facoltà di economia. Nel costruirsi dei secoli sono sempre gli spazi vuoti gli elementi riaffioranti.

Quando arriva il buio, più oggettivante che terapeutico, il viola, il blu e altri bagliori di luce artificiale ridisegnano nuovi spazi dilatati. I mercatini di Natale si chiudono e le palme esotiche si addormentano insieme alle farfalle nella loro gabbia di ferro e vetro. Gli ultimi battelli partono per Bratislava, mentre le ombre dei monumenti equestri si proiettano nella foschia, silenziose come i cavalli nella scuola di equitazione spagnola. Se non vi siete ancora convinti che baffi a manubrio, lunghe basette e monocolo sono i veri segni distintivi di uno stile, state tranquilli sotto le vostre barbe lunghe e dietro le spesse montature Ray-ban. Lungo il Gürtel, strada a due corsie tra i distretti più interni e la periferia, si può passare la notte sotto le arcate semicircolari della metropolitana esterna, seguendo la linea U6 tra le fermate Thaliastraße e Nussdorfer Straße, dove deragliare tra musica, club di tendenza e vaghe luci rosse.

Punti di ritrovo più estivi sono i vari locali che si aprono sulle spiagge lungo i diversi canali del fiume, tra pontili, terrazze, attracchi e imbarcazioni ormeggiate; dove allontanarsi per qualche ora dai luoghi storici e fingere di essere altrove tra sabbia, chiostri e piscine. Per qualche istante si può credere di avere il mare, mentre nei lunghi mesi invernali tazze fumanti di punch aromatizzato vi aspettano sotto gli igloo posizionati nel cortile del MuseumsQuartier: isola urbana un tempo scuderia di cavalli, oggi è un meccanismo culturale frequentato in ogni momento della giornata. Nel dinamico fronteggiarsi di nuovi stimoli, il cubo bianco del Leopold Museum invita a salire le sue scale, verso i nervi espressionisti di Egon Schiele e Oskar Kokoschka che cercano di abbracciarvi nella loro perturbante grafia. Seguite le linee dei loro disegni, sotto la pelle dell’ossessione solitaria e dentro il tormento anatomico dell’eros. Finché il tempo regge ci sono anche le Enzis: panchine componibili di spigolosa plastica colorata disseminate fuori dal Mumok, dove sdraiarsi senza analista e leccarsi le ferite dopo aver coagulato il sangue grondante degli Azionisti viennesi.

Di sangue se ne è versato tanto a Vienna, e se siamo disposti a credere nella sua storia versione Romy Schneider è perché non vogliamo annoiarci ulteriormente. Pugnali, siringhe, abiti e documenti conservati nelle teche potrebbero raccontare altre storie. Anche di vino e di birra se ne versano ancora molte caraffe: basta muoversi tra le stradine del quartiere ebraico e sedersi dietro i vetri smerigliati dei piccoli cafè, oppure spingersi dentro qualche taverna nel quartiere di Grinzing per assaggiare il novello appena prodotto. Quando vi viene fame, inoltratevi alle spalle del Duomo di S. Stefano alla ricerca di ristoranti tradizionali dove prendere una Wiener Schintzel, e dopo qualche passo fermatevi nelle strette gallerie di fronte alla Colonna della peste per una porzione di Apfelstrudel, oppure mettetevi seduti tra i velluti rossi davanti a una fetta di Sachertorte. Per le pause tra una tappa e l’altra tenete nelle tasche della vostra giacca una manciata di Mozartkugeln.

Nel risultato ogni spazio della città è un confine dove scoprire i lati di noi meno noti; un ambiente dove essere stranieri a se stessi. Perché Vienna è stanca di sognare: per una volta allora proviamo a interpretare il significato del nostro stato onirico partendo dai segni dello stato di veglia. Chiudete il libro, riprendete il cappotto e andate a camminare per le strade ancora inesplorate.

Daniele Pilenga, utente della Bassa da circa una trentina di anni, vive e lavora tra Caravaggio e Bergamo, provando a spiegare dipingere fotografare l’importanza delle immagini nella memoria e a come trasformarle in traccie di senso. Altro qui.