Domani si concluderà la 62° edizione del Trento Film Festival. Anche questa volta noi di NBM abbiamo seguito la rassegna, facendoci coinvolgere dagli eventi e dalle proiezioni a tema montagna, avventura ed esplorazione, quest’anno davvero tantissimi.

Immagini e suoni intensi dall’Everest

La serata inaugurale, con la proiezione del film del 1924 The Epic Of Everest, restaurato dal BFI e musicato dal vivo da Simon Fisher Turner, James Brooks, Peter Gregson e Andrew Blick ha dato avvio alle due settimane di festival tenendo con il fiato sospeso la platea e trasmettendo attraverso la musica una profonda sensazione di rispetto per la grandiosità della montagna più alta del mondo e per uomini disposti a perdere la vita per realizzare i propri ideali.

La proiezione giunge a pochi giorni della tragedia che qualche settimana fa ha portato alla morte 16 sherpa, travolti da una valanga sul versante nepalese dell’Everest, ed è proprio a loro che il compositore britannico, senza riuscire a nascondere l’emozione, ha voluto dedicare la proiezione.

Alpinisti e scrittori, ma non solo

Tra gli ospiti del festival di quest’anno Alex Honnold, membro della giuria (insieme a Jabi Baraizarra, Maria Coffey, Nikolaus Geyrhalter e il regista trentino Andrea Pallaoro) e mito nella disciplina del free solo, l’arrampicata senza assicurazione. Insieme a lui hanno partecipato anche alpinisti di ogni generazione, da Reinhold Messner e Kurt Diemberger fino a David Lama, Adam Ondra e Angelika Reiner, tre volte campionessa di arrampicata su ghiaccio, passando per Marianne Chapuissat, Krzysztof Wielicki e Simone Moro.

Ma il Trento Film Festival non è solo una rassegna sulla montagna. L’hanno confermato nuovamente quest’anno gli interventi di autori come Folco Quilici, uno dei più grandi documentaristi ed esploratori al mondo, e Diego Osorno, esponente del nuevo periodismo latinoamericano e autore di Z. La guerra dei Narcos, un libro/inchiesta sul traffico di coca e marijuana dal Messico all’America del Nord. E lo hanno dimostrato anche Mauro Corona, Licia Colò ed Enrico Brizzi, Mirella Tenerini, Marco Armiero e Duilio Giammaria (che ha presentato una serie di estratti dei suoi reportage nella conferenza intitolata “Hindukush. Le Montagne Contese”), tutti presenti a questa 62° edizione del festival.

Destinazione…Messico

Protagonista della sezione “Destinazione…” del festival, è stato quest’anno il Messico con varie mostre, documentari ed eventi (ve ne ha parlato Rachele in Messico: destinazione inframundo). Oltre al libro di Diego Osorno, vi consigliamo anche – e siete ancora in tempo per vederla – la mostra “I Sogni Del Serpente Piumato. Le immagini della fantasia: 31 fiabe, leggende e illustrazioni per raccontare il Messico”. Un centinaio di opere in mostra, tra cui spiccano quelle incluse nella personale di Gabriel Pacheco, artista messicano famoso per aver ritratto Frida Kahlo e Quetzalcoatl, figura divina del serpente piumato che riveste un’importanza profonda nella mitologia e nelle religioni mesoamericane.

Le opere esposte, destinate all’infanzia, sono in grado di coinvolgere un pubblico adulto grazie non solo alla bellezza dei disegni, ma anche alla capacità che hanno di offrire uno spaccato del Messico contemporaneo. Le trovate fino al 17 maggio a Torre Mirana, in Via Rodolfo Belenzani, 3.

La montagna più alta del mondo

Protagonista “montano” di quest’anno, insieme alle Alpi, è stato proprio l’Everest. Oltre a The Epic of Everest, è stato presentato Beyond The Edge, della neozelandese Leanne Pooley (premio del pubblico al miglior lungometraggio, ex aequo con Chiedilo a Keinwunder, di Carlo Cenini e Enrico Tavernini). Il film è un resoconto, a metà tra il documentario e la ricostruzione, della prima ascensione da parte del neozelandese Sir Edmund Hillary e dello sherpa Tenzing Norgay lungo la cosiddetta “via Sud” (sul versante nepalese), avvenuta nel 1953 (trent’anni dopo il tragico tentativo di Mallory e Irvine documentato da The Epic of Everest).

A Beyond The Edge sono seguiti High and Hallowed: Everest 1963 di David Morton e Jake Norton, narrato da Jon Krakauer (autore di Into Thin Air e del “nostro” Into The Wild, ma questo già lo sapete, vero?) e High Tension di Zachary Barr, sull’“aggressione” (usiamo le virgolette per non prendere posizione sull’accaduto) di un gruppo di sherpa nei confronti di Ueli Steck e Simone Moro, nel 2013.

Novant’anni di storia dell’alpinismo himalayano in quattro pellicole, che ci fanno aprire gli occhi su come le modalità di approcciarsi con l’estremo e l’incognito siano cambiate – notevolmente – nel corso dell’ultimo secolo.

I film premiati

Tra i vincitori dell’edizione di quest’anno, la Genziana d’Oro – Gran Premio Città di Trento è andata a Metamorphosen del tedesco Sebastian Mez, un documentario, ai limiti della ricerca estetica (bianco e nero ad alto contrasto, inquadrature statiche fotografiche, primissimi piani), sugli abitanti della zona del fiume Techa, un territorio di 20.000 chilometri quadrati irrimediabilmente contaminato da un’esplosione nucleare nel 1957. Tra le immagini, spicca la forte sequenza di inquadrature accompagnate da un contatore geiger, unico indicatore del dramma invisibile delle radiazioni.

Genziana d’Oro per il miglior film d’alpinismo invece a Sati, del regista polacco Bartek Swiderski. Attraverso le parole della moglie Olga, il film descrive la vita dell’alpinista Piotr Morawski, morto nel 2009 sull’Himalaya.

Tra i film “di viaggio”, invece, vi consigliamo Janapar: Love on a Bike dei registi James Newton e Tom Allen: un onesto, semplice resoconto di un viaggio in bici intorno al mondo, trasformatosi in un’avventura di vita. Un film in grado di prendere completamente le distanze dallo storytelling “avventuriero”, fatto di esperienze estreme ed eroiche, per concentrarsi sulle esperienze quotidiane, gli incontri, le scelte di vita. Mai come in questo caso tornano alla mente le parole di Chris McCandless: “Happiness real only when shared”. Ma questa volta c’è un happy ending.

Tra gli altri titoli, e sono davvero tantissimi, vi segnaliamo La Lampe au Beurre de Yak del giovane regista cinese Hu Wei (premiato con la Genziana d’Argento per il miglior cortometraggio) e Vultures of Tibet dell’americano Russell O. Bush, cortometraggi documentaristici che tracciano una prospettiva sulle realtà del Tibet odierno: il progresso, la religione, il rapporto tra tradizione e modernità. Per completare la rassegna sull’Asia himalayana, vi consigliamo anche Happiness di Thomas Balmès: la storia di un giovane monaco del Bhutan e dell’arrivo dell’elettricità nel villaggio in cui vive.

Uno still di Happiness di Thomas Balmès

Cosa ne dite? C’eravate anche voi? Cosa avete visto e cosa vi è piaciuto? Fatecelo sapere con un commento qui sotto!

*La foto di copertina è tratta dal film Metamorphosen di Sebastian Mez