In questi giorni ho trascorso del tempo pensando alla differenza tra turista e viaggiatore: se esiste davvero e, se sì, in cosa consiste. Oltre a pensare, ho fatto anche qualche ricerca, scoprendo un articolo sul post-turismo su Panorama.it, annuendo alla domanda che si pone Angelo di exploremore e condividendo le perplessità di Giulia su viaggiare-low-cost.it. Nelle mie ricerche, sono anche finita sull’edizione americana dell’Huffington Post, che pubblica “21 segni che sei un viaggiatore e non un turista“. Le correnti di pensiero sono le più disparate: c’è chi sostiene che siamo tutti turisti, e chi invece non vede perché non possiamo essere tutti viaggiatori. Fino ad ora, ognuna di queste riflessioni mi sembrava non solo sterile ma anche sfuocata. Come se la differenza tra turista e viaggiatore ci fosse, ma nessuna ne cogliesse la vera essenza.

Poi, nel cercare spunti di riflessione, ho scoperto una presentazione del giornalista del National Geographic Andrew Evans alla conferenza TEDx di Vienna di qualche anno fa. Nel video (purtroppo disponibile solo in inglese, ma ci sono i sottotitoli), Andrew inizia parlando del viaggio della sua vita: il suo sogno era andare in Antartide ma sembrava che potessero arrivarci solo scienziati, ricercatori, esploratori esperti e “gente comune” disposta a pagare una cifra considerevole per partecipare a un tour organizzato. E’ a questo punto che Andrew confessa che lui non voleva un tour organizzato, aggiungendo:

Non volevo fare un tour, volevo fare un viaggio. C’è una differenza fondamentale tra il viaggiare e il turismo: il turismo è un’industria multi miliardaria che vende il viaggio come una merce: sogniamo una destinazione e paghiamo per averla, aspettandoci un certo tipo di esperienza, aspettandoci la certezza di quell’esperienza, e poi raggiungiamo la destinazione e ci godiamo l’esperienza. Ma il problema è che non si possono vendere esperienze di viaggio, non si può comprare la possibilità di vivere un paese fino in fondo [… ] Il viaggio, il vero viaggiare, è quando ti incammini su un sentiero aperto, accettando qualsiasi cosa che ti verrà incontro, che sia emozionante, esilarante, difficile o deprimente“.

Ecco la differenza fondamentale tra il turismo e il viaggio: il turismo vende un prodotto, mentre il viaggio è un’azione compiuta per i più svariati motivi, tra cui anche la necessità di spostarsi, come succede nel caso dei migranti, o dei pendolari, viaggiatori quotidiani. Non so ancora se questa differenza implichi o meno un giudizio di merito: siamo persone migliori se viaggiamo, e peggiori se preferiamo un pacchetto tutto incluso? In prima battuta, mi viene da rispondere no, non siamo persone migliori o peggiori a seconda dell’esperienza di viaggio/vacanza che cerchiamo, però ci sono alcuni punti su cui mi soffermerei:

  1. Quanto vicina alla realtà è l’immagine di un paese visto attraverso il filtro di un viaggio organizzato, dove gli imprevisti sono ostacoli da evitare, dove l’improvvisazione è spesso non contemplata e dove l’itinerario è per definizione quasi sempre stabilito prima della partenza?
  2. Il viaggio è un grande veicolo di cambiamento personale, perché ci costringe a interagire con persone, culture e spazi che non ci sono familiari. Ci costringe a essere stranieri, estranei, a vivere all’esterno delle nostre abitudini, ad adattarci. Quanto può essere veicolo di cambiamento un tour organizzato per partecipare a un safari africano? O una crociera all inclusive in America Centrale?
  3. La riflessione che mi sembra più urgente riguarda il sostegno alle economie locali che daremmo viaggiando in modo autonomo, cosa che non succede (o succede solo trasversalmente) nel caso di viaggi organizzati. Esistono sempre più tour operator ‘equi e solidali’ che collaborano con realtà in loco per promuovere destinazioni e organizzare visite guidate, ma rimane da capire quanto dei soldi raccolti dalla vendita di pacchetti/visite guidate vada effettivamente alle realtà locali, e quanto – giustamente – a finanziare l’intera organizzazione. Un buon punto di partenza è l’articolo sui villaggi turistici di Hurghada (Mar Rosso) che abbiamo tradotto e pubblicato qualche tempo fa.

Con queste riflessioni non voglio invitare nessuno a viaggiare da solo in Afghanistan o in altre zone ad alto rischio. Ma sono 4 anni che su NBM pubblichiamo storie incredibili di viaggiatori qualunque, come Francesco, che ha pedalato da solo fino in Asia, passando anche per l’Iran, e che hanno deciso di sperimentare il mondo mettendosi in gioco in prima persona. Certo, i rischi ci sono sempre: dalla malaria in Africa alla diarrea in India, alla violenza in Brasile e in Messico o gli animali letali dell’Australia. Però io ho rischiato la vita a 2km da casa mia, in provincia di Milano, quando un vecchietto italiano di 91 anni ha investito me e la mia bici da corsa. E allora che senso ha “comprare” un’esperienza di viaggio nella speranza che ci possa garantire un po’ più di comfort e un po’ più di sicurezza, quando poi le cose succedono anche girato l’angolo di casa? Che senso ha cercare comodità, pulizia, sicurezza quando la chiave del viaggiare è superare i propri confini, letteralmente e non?

Certo, il viaggio inteso in questo senso non ha quasi nulla di rilassante: la sua preparazione richiede impegno e un coinvolgimento decisamente più attivo di una vacanza programmata o di un soggiorno in un villaggio vacanze. Allora forse, la differenza non è tra turista o viaggiatore, ma va più in profondità e ci tocca non solo come persone in procinto di partire, ma come esseri umani che fanno scelte capaci di definirci nella nostra interezza e non solo in un ambito della nostra vita. Mi viene da pensare a mio padre, che non ha mai partecipato a un viaggio organizzato e che, nello stesso modo, non ha mai chiamato un elettricista, un falegname o un idraulico per aggiustare qualcosa in casa. Quando chiudeva tutta la famiglia in macchina e partiva verso il nord Europa con il solo atlante stradale come guida, non era un turista fai da te, era – ed è tutt’ora – un uomo fai da te. Migliore o peggiore, poco importa: lui sapeva (e sa) che la sua felicità è legata a doppio filo alla sua autonomia. E così mi vedo anche io: l’aggettivo ‘rilassata’ non mi ha mai accompagnata al ritorno da un viaggio. Sono sempre tornata stremata, entusiasta, incuriosita, stupita e qualche volta delusa. Di me stessa so questo: che la mia felicità è legata a doppio filo alle scoperte che posso fare nell’espormi a nuove esperienze e nuove situazioni.

Forse allora la differenza tra turista e viaggiatore c’è. Ed è giusto esserne consapevoli, chiedendosi prima di tutto – prima di ogni partenza metaforica e non – cosa ci rende felici. Due settimane stesi al sole della Sardegna? 15 giorni di trekking sul Cammino di Santiago? Partire? Restare? Il desiderio di creare per sé un percorso individuale o la volontà di partecipare a percorsi condivisi? In entrambi i casi, sia con il sospetto di essere turisti, sia con la certezza di essere viaggiatori, mi sembra utile, se non necessario, chiederci chi siamo, e cosa ci vogliamo fare, qui.

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La foto in alto e in copertina è stata scattata da Garrett Miller in Islanda.