The Epic Of Everest di John Noel

«Why do you want to climb Mount Everest?»  «Because it’s there.» George Mallory

Marzo 1924: la spedizione inglese capitanata dal generale Charles G. Bruce si accinge a partire, per dirigersi a piedi verso la base della vetta più alta del mondo. Della spedizione fanno parte anche uno dei più rinomati alpinisti di inizio secolo, George Herbert Leigh Mallory, e un giovane ingegnere ventiduenne di nome Andrew Irvine. Quest’ultimo, oltre ad essere un rinomato atleta, dimostrò le sua abilità dando un notevole contributo al miglioramento dei set per la somministrazione di ossigeno, rendendoli più leggeri, efficienti ed affidabili per la spedizione.

Mallory e Irvine scompariranno la notte dell’8 giugno, ingurgitati dalle nuvole a poche centinaia di metri dalla cima. Il loro compagno di spedizione Noel Odell è l’ultimo a vederli, attraverso le lenti del suo cannocchiale. Poi più niente.

Le immagini riprese con una cinepresa a manovella ci raccontano di un’epoca in cui l’ascesa alla montagna più alta del mondo era ancora un sogno irrealizzato. La figura dell’alpinista, costretto a lottare, soffrire e infine a cedere, nelle immagini del film è spesso solo una piccola macchia scura in un mare di bianco. Il vero protagonista del film, imponente nella sua maestosità visiva e sonora, è la montagna: sfida estrema e artefice del fallimento.

Una delle pellicole più rare della storia del cinema di montagna, The Epic Of Everest è stato restaurato nel 2013 dal British Film Institute e arricchito delle musiche del compositore britannico Simon Fisher Turner.

Beyond The Edge di Leanne Pooley

«Well George, we’ve knocked the bastard off.» Sir Edmund Hillary a George Lowe, compagno di spedizione, scendendo dalla vittoriosa prima ascensione dell’Everest

Se i nomi di Mallory e Irvine possono forse suonare sconosciuti, probabilmente non lo sono quelli di Sir Edmund Hillary e di Tenzing Norgay. Hillary, apicoltore neozelandese, fu il primo a raggiungere la vetta dell’Everest ventinove anni dopo il tragico tentativo della spedizione inglese del 1924. E lo fece non in compagnia di un altro membro della spedizione, bensì al fianco di uno sherpa, Tenzing Norgay. Ed è proprio la storia di questa spedizione che ci raccontano le immagini di Beyond the Edge, in parte filmati originali e in parte ricostruzione documentaristica.

1953: la vetta dell’Everest rimane l’unico luogo della Terra su cui nessuno ha ancora messo piede. Le speranze della corona si riversano nella spedizione capitanata da John Hunt, colonnello dell’esercito britannico. Negli anni ’50 il governo nepalese autorizza una sola spedizione all’anno e in quello precedente un team svizzero è stato costretto a ritirarsi a soli 200 metri dalla cima. Le aspettative nei confronti di Hunt sono estremamente alte: la spedizione deve raggiungere la cima a qualsiasi costo.

Beyond the Edge è un film che, a differenza di The Epic of Everest, sposta l’attenzione completamente sull’uomo. È da una parte la storia di una conquista, l’ultima grande conquista della storia, ma soprattutto il racconto di una sfida personale, contro se stessi e i propri limiti. L’Everest diventa il campo di gioco, il fondale sul quale questa sfida si concretizza. La montagna fa da sfondo alla spedizione, è una forza che vuole fermare ogni assalto ma che, alla fine, concede agli uomini che vogliono raggiungere la sua cima un’ultima possibilità.

L’ascesa di Hillary e Tenzing del ’53 narrata in Beyond the Edge marca lo spartiacque tra quello che potremmo definire il periodo “romantico” della storia dell’Everest e una nuova fase, quella della sfida personale, dell’eccellenza alpinistica.

High and Hallowed: Everest 1963 di David Morton

«A partire dagli anni ’60 la gente ha smesso di curarsi dei pareri altrui, i climbers hanno cercato nuove sfide personali e si sono spinti oltre i propri limiti: geografici, fisici, psicologici.» Marina Kopteva: 38 giorni in parete per aprire la via “Parallel World” della Great Trago Tower, in Karakorum, nel 2011

Finita l’era della grandi conquiste all’inizio degli anni ’60 si assiste allo sviluppo dell’alpinismo inteso come approccio personale alla montagna. Una ricerca su più livelli di nuove sfide: nuove tecniche, nuovi equipaggiamenti, nuovi itinerari per raggiungere le cime.

1963: un team americano riesce per la prima volta a raggiungere la cima dell’Everest. Il primo maggio Jim Whittaker e lo sherpa Nawang Gombu piantano la bandiera americana sulla vetta. Questo però non è abbastanza: Tom Hornbein e Willi Unsoeld, altri due dei membri della spedizione, vogliono di più. Il loro sogno è raggiungere la cima su un itinerario completamente nuovo: la cresta ovest dell’Everest, tuttora considerato uno dei percorsi di accesso più tecnici e pericolosi alla vetta. Mentre i loro compagni Lute Jerstad e Barry Bishop affrontano la via del colle Sud (quella di Hillary e Tenzing), Hornbein e Unsoeld si lasciano alle spalle la pista già battuta affrontando la salita sulla nuova via, un misto di roccia e ghiaccio estremamente esposto (ben diversa dalla via relativamente “agevole” del Colle Sud).

High and Hallowed: Everest 1963 racconta la storia della loro ascensione, del loro successo, delle estreme difficoltà incontrate durante la discesa (furono costretti a dormire in quello che allora fu il più alto bivacco della storia). Racconta la storia di uomini che si spinsero oltre il limite, che riuscirono a raggiungere nuovi traguardi in un mondo in cui tutte le grandi sfide erano state vinte, in cui non c’era più nessuna nuova cima da raggiungere.

E riuscirono a farlo solo cambiando il loro punto di vista e ponendosi una nuova domanda: non più “cosa scalare”, ma “come scalarlo”. Ed è questa, probabilmente, la chiave con cui interpretare tutto l’alpinismo contemporaneo.

High Tension di Zachary Barr e Exposed to Dreams di Simone Moro

«It has frequently been noticed that all mountains appear doomed to pass through the three stages: An inaccessible peak – The most difficult ascent in the Alps – An easy day for a lady.» Albert Frederick Mummery, My Climbs in the Alps and Caucasus

Sono passati 50 anni dall’ascensione americana del ’63 e ben 90 dal tentativo di Mallory e Irvine. Oggi cosa rimane della montagna più alta del mondo? Non sbagliava di molto Mummery parlando delle Alpi a fine ‘800. Tra il 17 e il 25 maggio 2013, 500 persone hanno raggiunto la vetta dell’Everest sulla via Sud. Nella sola giornata del 19 maggio 150 persone hanno raggiunto la cima della montagna quasi contemporaneamente.

Ogni anno centinaia di Sherpa si mettono a disposizione fin da aprile/maggio per iniziare a fissare le corde che durante la stagione estiva porteranno i clienti delle spedizioni commerciali fin sulla cima. Ognuna di queste persone paga tra i 60.000 e i 100.000 $ per essere (letteralmente, in molti casi) trascinato fin sulla cima da guide e sherpa. La gran parte di questi clienti paganti hanno poca esperienza alpinistica e devono fare affidamento costantemente sull’aiuto degli esperti.

Possiamo ancora parlare di alpinismo? È chiaro che, da una ventina d’anni ormai, l’alpinismo himalayano sta percorrendo due strade parallele, difficilmente conciliabili: quella delle sfide personali di alpinisti professionisti, che mettono a rischio la propria vita (e solo quella) per raggiungere un obbiettivo, e quella invece di chi si mette nelle mani di altri per realizzare un sogno pagando, perché da solo non sarebbe in grado di farlo (mettendo se stessi e gli altri in una situazione di pericolo).

Dobbiamo considerarlo sbagliato? Probabilmente no, ma è il caso di fare una distinzione tra alpinismo “vero” e quello che invece potremmo, più semplicemente, chiamare turismo di alta quota. Bisogna tenere a mente che purtroppo minimizzare il rischio a quelle altitudini è estremamente difficile. Se una persona si sente male sopra gli 8000 metri, difficilmente qualcuno potrà aiutarla. 100.000 dollari purtroppo non possono garantire l’incolumità di una persona sull’Everest. 150 persone inesperte, contemporaneamente legate su corde fisse a 8000 metri di quota e con quantità limitate di ossigeno a disposizione contribuiscono a rendere il fattore rischio estremamente difficile da gestire per guide e sherpa.

La polemica sulle spedizioni commerciali nell’Himalaya si era già accesa nel 1996, anno in cui nella stessa giornata sulla montana morirono 15 persone: il singolo disastro con più vittime nella storia dell’Everest, fino ad allora (Jon Krakauer ne parla nel suo Into Thin Air).  Purtroppo il “record” spetta ora al 18 aprile di quest’anno, giorno in cui 16 sherpa sono stati travolti e uccisi da una valanga mentre allestivano le vie fisse per la spedizioni commerciali della stagione 2014 (se volete, qui potete contribuire a creare un fondo per supportare le loro famiglie).

I due film High Tension e Exposed to Dreams riflettono sul fenomeno delle spedizioni commerciali: la loro storia, i rischi e le prospettive future di un business che cresce di anno in anno. Lo fanno dal punto di vista di alpinisti del calibro di Simone Moro e Ueli Steck, che più volte si sono trovati a dover rinunciare ai loro progetti alpinistici a causa delle lunghe code sulle corde fisse o di screzi, più o meno giustificabili, con gli sherpa delle spedizioni commerciali (come è successo nel 2013).

100 anni di storia dell’Everest in 5 film

Con questi 5 film abbiamo provato a mostrare una panoramica della storia della montagna più alta del mondo negli ultimi 100 anni: sogno, sfida, lotta, fallimento, conquista personale, sfruttamento commerciale. Dopo le recenti tragedie, le critiche alle spedizioni organizzate, cosa ci aspetterà nei prossimi decenni?

Cosa ne pensate? Conoscete qualche altro film sull’Everest che vorreste segnalarci? Fatecelo sapere con un commento qui sotto!  E non dimenticatevi di dare un’occhiata agli altri articoli di NBM al Trento Film Festival.