Credevo che appena rientrata dall’India avrei riempito interi fogli con i miei racconti, avrei sistemato e trascritto le parole che affollavano disordinatamente la mia agenda, e magari chissà, avrei buttato giù la bozza per una guida alternativa del subcontinente. Ciò che è successo, invece, è l’esatto contrario. Il ritorno, lo scontro con una realtà che ho iniziato a vedere con occhi diversi ha confuso la valanga di parole e immagini che mi riempiva la mente, lasciandomi con la spiacevole consapevolezza che non sarei mai riuscita a raccontare per davvero il mio viaggio, non nel modo in cui avrei voluto. Come quando al nostro risveglio cerchiamo di riferire il sogno che abbiamo appena fatto e ci rendiamo conto che ogni nostra parola ne sta facendo sbiadire un pezzetto.

Ma io a raccontare questi mesi ci provo. Ci provo prendendo una mappa dell’India e iniziando a tracciare con un pennarello la strada che ho percorso, rigorosamente via terra e con i mezzi pubblici, treni e pullman sui quali ho attraversato i paesaggi desertici del Rajasthan e la folta vegetazione del Madhya Pradesh, e poi giù fino alle coste del Tamil Nadu, al verde accecante del Kerala e alle meraviglie del Karnataka.

Mappa viaggio

Il mio bagaglio uno zaino quasi vuoto e una macchina fotografica. E sì, sono partita da sola, e mi sono sentita dire che viaggiare da soli è pericoloso, noioso, da pazzi e addirittura da sfigati. Niente di più lontano dal vero. Tra uno scompartimento sovraffollato di un treno per Varanasi, una coloratissima guesthouse piena di backpackers nel centro di Udaipur e un chiosco per il chai vicino al fiume di Hampi ho incrociato sorrisi, chiacchiere e pezzi di mondo che hanno costruito il mio viaggio come un disordinatissimo puzzle. Ogni dettaglio è amplificato, ogni giorno è una bellissima incognita, e ogni fotografia è insufficiente.

Jaisalmer_NBM

Il mio itinerario, da un foglio su cui campeggiavano date, luoghi e orari, si è trasformato quasi subito in un insieme di tentativi, luoghi scelti in base all’umore del giorno e biglietti comprati all’ultimo minuto. Ed è così che ho attraversato questa terra meravigliosa dal nord al sud, atterrando nel pesante caos grigiastro di Delhi e ripartendo, due mesi dopo, dall’aeroporto di Chennai.

Ho camminato per le strade colorate delle città del Rajasthan, dove sulle terrazze delle case i sari asciugano sotto il sole, e i venditori di spezie preparano il tè nel retrobottega mentre le donne contrattano al mercato e qualche viaggiatore prova ad imitarle, ho assaggiato il lassi che si dice sia il più buono dell’India in un minuscolo locale di Jodhpur, ho imparato a contrattare da un venditore di miniature e ho imparato anche che l’ospitalità del popolo indiano non ha nulla da invidiare a quella del mio, di popolo, quando sono stata invitata a un pranzo che si è prolungato fino al tramonto e ho dovuto rifiutare l’ennesimo dolcetto che una nonna sorridente aveva fatto con le proprie mani.

Hampi_NBM

Ho guardato la luce del crepuscolo e quella dell’alba sui ghat di Varanasi, dove la sensazione di dover ridere e piangere e abbracciare e urlare e amare allo stesso tempo si presenta anche troppo vivida e improvvisa, e sono salita su un treno dal quale sono scesa trentasette ore dopo, con due occhiaie e tre amicizie in più. Ho imparato a cucinare dhal e chapati da un indiano che da giovane è stato nella mia città, ho allungato il mio percorso per vedere cosa c’era nel punto più a sud dell’India, Kanyakumari, e dopo aver scoperto che c’è un isolotto con una statua enorme e un villaggio di pescatori con un’imponente chiesa bianca ho preso un pullman traballante per il Kerala.

Varanasi_NBM

Ho visto uno dei tramonti più belli di sempre attraverso le reti da pesca cinesi di Fort Cochin, dove i magazzini delle spezie riempiono l’aria con i loro profumi pungenti, e ho fotografato le scogliere di Varkala con un reporter francese in viaggio da anni. Mi sono persa fra i banchi del mercato di Mysore che odorano di fiori freschi e sandalo e ho fatto chilometri in bicicletta fra i surreali paesaggi di Hampi, che sembravano messi lì apposta, come un set cinematografico creato appositamente per girare un finale per questa assurda avventura.

Scrivere un diario di viaggio ordinato è impossibile, come lo è viaggiare in India con un criterio ben preciso, rispettare i propri piani, mantenere in riga i pensieri e sperare di cavarsela e tornare a casa con le idee chiare e qualche souvenir nello zaino. All’inizio del mio viaggio qualcuno mi disse che l’India ha molte porte da cui entrare, ma è difficile trovarne una per uscire. Io, dal canto mio, credo che non la cercherò mai.

(Il mio itinerario: Delhi, Bikaner, Jaisalmer, Jodhpur, Udaipur, Pushkar, Agra, Orchha, Kajuraho, Varanasi, Chennai, Mahabalipuram, Puducherry, Madurai, Kanyakumari, Varkala, Alleppey, Fort Cochin, Ooty, Mysore, Hampi, Chennai).

Roberta, 26 anni, sono nata in Sardegna ma vivo un po’ dappertutto. Ho studiato e lavorato in giro per l’Italia e l’Europa, da Bologna alla Francia, dal freddo del Belgio al sole di Lisbona. Nel tempo libero consumo rullini e colleziono biglietti aerei.

Racconta i suoi viaggi sul blog levatelancora  e raccoglie i suoi scatti qui.

La foto di copertina e tutte le immagini dell’articolo sono di Roberta.

Tutte le foto di questo articolo e la copertinsono di Roberta.