Quando ti metti alla ricerca di qualcosa in un paese vasto come il continente australiano, sai da subito che finirai col coprire distanze enormi. Per noi europei è difficile perfino riuscire a immaginare spazi tanto vasti, viaggi tanto lunghi, luoghi tanto isolati. È solo arrivando qui, guidando per centinaia di chilometri senza che il paesaggio cambi o volando per ore sopra il deserto, che cominci a capire, ad afferrare veramente quanto questo paese sia esteso.

L’Australia è talmente vasta che passare da uno stato all’altro significa attraversare ambienti completamente diversi, ciascuno con la propria vegetazione, le proprie temperature, i propri colori. Con Italian Dreamtime – durante il nostro lungo viaggio a caccia di storie italiane in Australia – abbiamo avuto l’opportunità di scoprirli uno dopo l’altro: le spiagge deserte e bianchissime del Western Australia, le grandi città come Sydney e Melbourne, le tranquille località di mare sulla costa orientale, i vigneti e le colline del South Australia, le coste frastagliate del Victoria.

Su tutti, l’ambiente che più ci ha sorpreso e forse resterà maggiormente impresso nei nostri ricordi è l’Outback.

Sorta di luogo-non-luogo, l’Outback è molto difficile da descrivere. Il termine, in sé, identifica in modo molto generico quelle aree remote, semi-desertiche e scarsamente popolate che caratterizzano il centro del continente australiano. Ma – come può confermare chiunque ci sia stato almeno una volta – l’Outback è molto, molto più di questo.

La scrittrice Robyn Davidson – che nel libro Tracks racconta il suo straordinario viaggio a piedi in solitaria attraverso 1.700 miglia di outback australiano – lo descrive così (traduzione mia):

Entrare in quel territorio significa ingoiare polvere, soffocare sotto ondate di calore battente e venire distratti dall’onnipresente mosca australiana; significa essere meravigliati dallo spazio e sentirsi umili di fronte al più antico, scarno, straordinario paesaggio sulla faccia della terra. Significa scoprire il crogiolo mitologico del continente, il grande outback, il mai-mai, quella decrepita e deserta terra d’infinito blu e illimitata potenza.

Non avrei saputo riassumerlo meglio. Anche noi abbiamo respirato la sottile polvere color ruggine che dona al paesaggio quella costante e suggestiva tonalità di rosso. Anche noi abbiamo camminato sotto il sole che al mattino presto picchia come fosse mezzogiorno. Anche noi ci siamo dovuti abituare alle mosche che non conoscono tregua. Ma, soprattutto, anche noi siamo rimasti completamente rapiti e meravigliati dallo spazio. Immenso, infinito, preziosissimo spazio.

È sufficiente affacciarsi sulla cima di un canyon, o stare in piedi in mezzo a una strada deserta e diritta di cui non si vede la fine, per assaporare un senso di libertà nuovo ed esilarante. Una sorta di ritorno alle origini, a ciò che è puro ed essenziale. Lo sguardo non incontra ostacoli, la mente non subisce distrazioni e l’anima si espande ad abbracciare tutto quello spazio incontaminato.

La natura qui non è stata sopraffatta, imbrigliata, piegata ai desideri dell’uomo. Qui l’uomo è semplicemente un ospite: spetta a lui adattarsi alle condizioni di una natura che si auto-afferma ogni giorno con la sua crudezza e il suo antico, misterioso, equilibrio. Tutto è libero, inviolato, apparentemente indistruttibile. Gli uomini arrivano e se ne vanno, gli anni e le stagioni si avvicendano, ma l’outback rimane outback. Con le sue mille tonalità di rosso, il suo silenzio e le sue strane rocce che sembrano precipitate qui da un altro pianeta.

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L’outback australiano non è un luogo d’immediata comprensione. Ho l’impressione che alcune persone lo attraversino senza davvero vederlo. Bisogna prendersi il tempo di camminare da soli attraverso quegli spazi enormi, svegliarsi prima dell’alba e veder sorgere il sole, aspettare che le rocce cambino colore al tramonto, documentarsi sulla mitologia aborigena e rispettare i luoghi sacri, per capire, per sentire, cos’è davvero l’Outback. Un territorio arcaico e misterioso, in cui fenomeni geologici si mescolano a leggende che si perdono nei tempi, in cui il ritmo della vita segue quello del sole, e di notte ti sembra di poter allungare la mano a toccare migliaia di stelle.

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Oriana Pagano, 34, nata e cresciuta in Trentino – Alto Adige, ha vissuto a Bologna, Dublino e Sydney. Ama scrivere e viaggiare. Appena può afferra la sua macchina fotografica e esce alla ricerca di bellezza e storie che meritano d’essere raccontate. Condivide i suoi viaggi sul suo blog The Travel Gene e attualmente si trova in Australia per prendere parte al progetto Italian Dreamtime.