Ci siamo imbattuti nella storia di Enrico e Matteo per caso. Ci siamo incuriositi e abbiamo chiesto loro di raccontarci di più. Del perchè si sceglie di scalare una montagna dal nome quasi impronunciabile, per esempio.

NBM: Come vi è venuto in mente un progetto come questo?

E: Credo che sia una sorta di inquietudine di fondo a muoverci, come una spina profondamente conficcata da qualche parte nell’animo…puoi alleviare il fastidio nel consumo di energie spese per salire una montagna, trovare un momentaneo sollievo nell’istante in cui, in piedi sulla cima, al vertice geometrico ed emozionale della salita, guardi il mondo ai tuoi piedi. Ma è garantito che, una volta rientrato, questione di giorni, settimane o mesi, quella stessa spina tornerà a mordere, a pungolarti…a 6000 metri ci sei arrivato, e più in alto cosa c’è? sei capace di fare di fare un passo oltre? A prima vista potrebbe sembrare pura ambizione, ma non è così, seppur questa abbia indiscutibilmente il suo peso, la nostra è una ricerca…ma di noi stessi, perché non esiste lente più nitida e impietosa di quella offerta dalla fatica della montagna, in definitiva ogni progetto alpinistico è un progetto di crescita, e non solo come atleti, ma anche e soprattutto come persone.

NBM: Quali altre esperienze simili avete affrontato?

E: Appesa sopra la parete del comodino ho una foto, ritrae cinque ragazzini imbragati, infangati…e sorridenti, era il 1999 ed eravamo appena usciti dalla nostra prima esperienza speleologica insieme, mi piace pensare che sia stato quello l’inizio della nostra fratellanza di corda. A partire da quei primi moschettoni, negli anni a venire abbiamo accumulato materiale ed esperienze, prima sulle montagne di casa (a Milano non ci sono montagne…però, nelle belle giornate, io le Grigne le vedo comunque dalla finestra di camera mia) e poi ampliando e allontanando sempre di più i nostri orizzonti. Le prime esperienze extraeuropee sono arrivate nel 2005, anno in cui Matteo salì il Ruwenzori in Uganda, mentre io bigiai la vacanza post-maturità, al mare coi compagni di classe, per andare invece in Pakistan. Successivamente India, Russia e Perù ci hanno permesso di sperimentarci come cordata nell’aria sottile al di sopra dei cinquemila metri di quota e ci hanno dimostrato gli innegabili vantaggi del nostro essere mini team rispetto ai grandi gruppi delle agenzie, troppo eterogenei nello stile e nella preparazione.

NBM: Come ci si prepara ad un’esperienza come questa?

E: Steve House, noto alpinista americano, nonché guru della preparazione atletica per la montagna, dice che il 90% del successo di una spedizione si costruisce con un duro lavoro a casa, ed è proprio su questo che noi ci stiamo al massimo concentrando. La salita del Korzhenevskaya non oppone granché in termini di difficoltà tecniche, senonché a quelle quote qualsiasi gesto, anche il più semplice come allacciarsi gli scarponi, diventa difficoltoso…figurarsi quindi cosa può essere portare su e giù zaini del peso di oltre una ventina di chili! Un buon allenamento richiede molto tempo, ed energie; cerchiamo di dedicarci circa tre o quattro sere durante la settimana ed una giornata nel week-end, tali ritmi ovviamente richiedono sacrifici, soprattutto rinunce, troppe volte capita di dover dire “No non posso venire al cinema, No niente aperitivo, Non ce la faccio a venire” “E perchè?” “Perchè devo correre!”.
Già, la corsa è l’ingrediente fondamentale della nostra preparazione, meglio se lunghissima, meglio se con dislivello, meglio se in montagna.

La necessità di allenarci ci ha trasformato in adepti dello skyrunning, disciplina che, prima di averla sperimentata ci era sempre sembrata un dissennato dispendio di energie nonché una fatica mostruosa, salvo poi scoprire che c’è un gusto tutto particolare nel volare sui sentieri, nelle facce allibite ti chi ti vede sfrecciare, e nel dimezzare tutti i tempi di percorrenza.

Ma la preparazione di una spedizione non è solo allenamento, tante energie e tempo vanno anche nella pianificazione logistica, dei viaggi, dei trasferimenti etc….insomma ce n’è abbastanza da riempire ogni minuto delle nostre giornate!!!

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NBM: E a livello economico? Come state affrontando la cosa?

E: Chiaramente, per quanta attenzione possiamo mettere nel contenere le spese, sono vacanze dispendiose, questa estate poi dobbiamo anche mettere nel conto un trasferimento in elicottero al campo base, non essendo questo raggiungibile in nessun altro modo. E se è pur vero che un regolare allenamento porta necessariamente una certa sobrietà nello stile di vita, non è certo a suon di pizze risparmiate che ci si paga un viaggio intercontinentale…
Sin dal concepimento di questo progetto ho sempre messo nel conto che avrei in un mese di spedizione consumato poco meno di quanto il mio stipendio di dottorando mi permetta di accumulare in quattro mesi di lavoro, ma se c’è una cosa di cui mi sono fermamente convinto in ventisette anni di vita e svariate peregrinazioni in giro per il mondo è che i soldi investiti nei viaggi sono quelli meglio spesi in assoluto. Detto questo entrambi giriamo ancora con due vecchi cellulari Nokia, di quelli coi tasti per intenderci, per cui alla fine direi che la questione va a cadere su a cosa ognuno preferisca dare la priorità.

In ogni caso, proprio perché questa spedizione sarà più costosa delle precedenti, quest’anno ci siamo impegnati nel fare un sito ed una pagina Facebook grazie ai quali siamo riusciti ad ottenere qualche sponsorizzazione che ci ha fornito del materiale tecnico gratuito o con forte sconto.

Senza fare troppa pubblicità, avere la fiducia di marchi prestigiosi come Mountain Hardwear, Gloryfy, Multipower o Sport Specialist ci riempie sopratutto di gioia, in fondo non stiamo facendo nulla di eclatante o unico al mondo, eppure hanno voluto aiutarci e credere in noi.

NBM: Il Korzhenevskaya Peak  mi sembra di capire sarebbe l’ascensione culmine del vostro tour in Tajikistan, quali altre montagne vorreste scalare prima? Saranno scalate finalizzate solo all’acclimatamento?

E: Acclimatarsi salendo su altre montagne può essere piacevole in quanto evita la monotonia di un acclimatamento fatto di sali e scendi dai campi sempre lungo lo stesso percorso, d’altra parte però è anche vero che quest’ultima modalità permette di portare in alto del materiale e lasciare dei depositi che permettono poi di salire più leggeri le volte successive.
Ma il più grande vantaggio dell’acclimatarsi direttamente sulla montagna sta nel prendere confidenza col percorso, imparare a conoscerlo nel dettaglio, dei punti più faticosi, di quelli pericolosi, di quelli dove invece si può tirare il fiato e riposare un po’, tutto questo ovviamente va creare un certo margine di sicurezza di indiscutibile utilità e valore.
In ogni caso penso che dal campo base faremo inizialmente una puntatina di una paio di giorni sul Vorobyova Peak a 5700 metri per poi concentrarci solo ed esclusivamente sul nostro obiettivo principale, il Korzhenevskaya… fino alla cima a quota 7105m!

NBM: Ho notato che fate spesso riferimento ad uno stile essenziale, suppongo vi riferiate ad una scalata in stile alpino? Attrezzatura leggera, economia dei mezzi e soprattutto team “leggeri” al confronto con pareti tecnicamente impegnative, in totale rispetto della montagna. Le difficoltà naturalmente aumentano, in questo modo la scalata assume un valore ancora più grande?

M: Il discorso, un po’ più complesso, unisce diversi piani. Il primo piano è la questione di “stile”: nell’alpinismo lo stile di una salita rappresenta il vero punto cruciale. Le enormi possibilità tecniche ed economiche di cui disponiamo oggi possono spostare molto più in là questioni come il rischio, il senso d’avventura, le difficoltà e la fatica stessa. Se scalassimo oggi con la stessa mentalità di oltre un secolo fa l’alpinismo perderebbe gran parte del suo significato. Per questo oggi tutto l’alpinismo di punta va nella direzione di un modo “più pulito” di affrontare la montagna, by fair means. Ma non è tutto, l’alpinismo è una disciplina unica nel suo genere che non può essere ridotta a sport semplicemente perché non può essere soggetto a regole. La montagna è il regno della libertà e lo stile che uno sceglie per salirla è la più alta espressione di essa. Alla fine non devi rendere conto a nessuno di come sei arrivato in cima, ma non puoi mai esimerti dal fare i conti con te stesso!

Da questa verità nascono anche molte polemiche nel mondo alpinistico, perché quando entrano il business, i media e le sponsorizzazioni allora la fiducia o la coscienza non bastano più e le salite vengono messe in discussione quando non sono provate e certificate.

Il secondo piano unisce gli aspetti economici al modo che sentiamo più proprio di andare in montagna. Spesso ci si unisce a grosse spedizioni perché a prima vista appare la soluzione più economica e più comoda, ma abbiamo scoperto nel tempo che se è sicuramente vera la seconda non lo è affatto per la prima. Il “nostro” modo di andare in montagna è nato nello scoutismo, all’insegna della scoperta dell’essenziale. Che senso ha andare a scalare montagne lontane e difficili per poi non voler rinunciare alle comodità? La sauna al campo base la lasciamo ai ricchi facoltosi che salgono parancati da guide e portatori, noi preferiamo fare gli alpinisti e vivere appieno la nostra avventura.
Abbiamo imparato che farcela da soli è più bello e che una spedizione piccola ma ben organizzata può essere molto più efficiente. Inoltre essere compagni di cordata va oltre la semplice amicizia: in montagna affidi la tua vita al compagno, sei proprio sicuro di volerlo fare con uno sconosciuto?

Abbiamo scelto dunque uno stile “leggero” (vale sempre il motto di Mark Twight “climbing light, fast and high”) e il più possibile essenziale, ma non sarà ciò che è strettamente definito “stile alpino”. Lo stile alpino, infatti, è il modo europeo di andare in montagna che impone di salire con tutto il necessario nello zaino fino alla cima e ritorno. L’alpinismo ad alta quota (soprattutto quello himalayano) ha imposto uno stile diverso in cui si sale e si scende più volte dalla montagna e si montano campi progressivi fino all’attacco finale. Lo “stile alpino” ad alta quota è una questione aperta solo per scalatori di massimo livello, implica grande velocità (e quindi minore esposizione ai pericoli oggettivi della montagna), ma difficoltà enormi e capacità fisiche impressionanti.

NBM: Utilizzerete dei portatori? Cosa pensate delle recenti difficoltà createsi in Himalaya tra alpinisti e portatori?

M: Qui si apre il terzo piano del discorso. Lo stile che abbiamo scelto noi non prevede i portatori, sia perché rappresenterebbero un costo troppo alto, sia (e questa è la motivazione principale) perché la nostra sfida perderebbe il significato principale se fosse affrontata con “l’aiutino” che ci evita di fare troppa fatica. Quando in Perù ci siamo fatti accompagnare da Cesar (una guida locale) sulla più difficile delle due cime che abbiamo scalato era perché non ci sentivamo abbastanza sicuri delle nostre capacità tecniche. Cesar è diventato subito un membro alla pari della nostra spedizione e poi anche un amico. Dividevamo il nostro cibo e ripartivamo equamente i carichi.

La questione delle proteste dei portatori all’Everest è in primo luogo una rivendicazione di tipo sindacale. Personalmente non ho dubbi: sono dalla parte delle lotte dei portatori. Fanno un mestiere pericolosissimo e le enormi spedizioni commerciali portano ingenti risorse economiche in aree poverissime e remote, ma soprattutto allo Stato. E’ giusto che venga riconosciuta la loro professionalità.

Se anche ne avessi la possibilità probabilmente non andrei mai all’Everest per una questione di stile: oggi è una montagna letteralmente stuprata dal consumismo alpinistico. Non mi interessa, non è il nostro modo.

NBM: Avete già identificato su quale versante tentare l’ascensione? Nel caso che materiale avete usato per farvi un’idea?

M: Arrivare via elicottero sul Moskvina Glacier dove è situato il Campo Base (in comune con il Communism Peak) permette di salire dalla via più frequentata del versante sud e giungere poi in cima dalla cresta ovest. E’ quella che ormai è considerata la via “classica” di salita.

In internet e attraverso i reportage di altri scalatori abbiamo trovato facilmente tutte le informazioni necessarie, poi ci siamo interfacciati direttamente con un’agenzia kirghiza che tiene i rapporti con chi gestisce il Campo Base per ottenere i permessi e prenotare gli spostamenti (soprattutto il volo dell’elicottero che è solo uno a settimana).

NBM: Quanti bivacchi pensate di utilizzare?

M: Partendo dal Campo Base a quota 4200m prevediamo di montare 3 campi sulla montagna: Campo 1 a 5300m, Campo 2 a 5800m e Campo 3 a 6400m, da lì partiremo per l’attacco finale ai 7105m della cima Siccome avremo a disposizione solo due tende ultraleggere per i campi sposteremo progressivamente più in alto i nostri appoggi sulla montagna (una sorta di mix tra uno stile alpino leggero e uno stile himalayano).

NBM: Infine la domanda delle domande, perché il Korzhenevskaya Peak, perchè proprio quella montagna?

E: Ho dedicato un post del nostro blog proprio per rispondere a questa domanda…e siccome non saprei dirlo con parole migliori ne ripropongo un stralcio qui di seguito:

Come nascono i nostri progetti? Da dove ci viene l’idea di partire per un posto scomodo e lontano solo per arrivare in cima ad una montagna? e perchè proprio quella cima? Basta un microscopico input a scatenare una fantasia…come capita di innamorarsi per uno sguardo, così a volta basta anche solo una foto dal web o di una rivista, quella roccia e quel ghiaccio che forse per altri occhi sarebbero uguali a qualsiasi altra roccia e ghiaccio e di questo pianeta…e invece no, ti chiamano…ti chiedono un incontro… instillano il desiderio di partire…
Altre volte invece (ed è  questo il presente caso) sono le parole e i racconti sparsi al vento in chissaquale occasione e magari rimasti a lungo sopiti che a un certo punto si risvegliano e comiciano gettare le prime piccole radici.
Del Korzenevskaya sentii parlare (e subito ne dimeticai il nome) per la prima volta due anni fa, durante le lunghe e nevose attese in tenda sul Peak Lenin. Furono i racconti dell’amico Edoardo ad annidarsi in qualche angolino della mia testa…e a riemergere qualche mese fa mentre mi balenava nuovamente l’idea di sperimentarmi ancora su qualche vetta che iniziasse con un sette. […]

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Enrico: 28 anni, ricercatore chimico e appassionato di fotografia.
Sognatore prima ancora che alpinista, di luoghi e di spazi che la quotidiana routine vuole allontanare dalla vita di tutti i giorni. I miei sogni hanno i nomi di montagne alte e lontane; Pakistan, India, Russia, Perù e Kirghizistan, i posti dove mi hanno guidato, dove sono andato a cercare me stesso nell’aria fredda e sottile al di sopra dei cinquemila metri di quota. Una sfrenata passione per la montagna in tutti suoi aspetti dai sentieri nei boschi, all’arrampicata sui massi, passando per le verticali pareti rocciose e arrivando alle scintillanti muraglie di ghiaccio, il tutto cercando con l’ambiente un confronto il più equo possibile, senza scorciatoie e senza compromessi anche quando questo significa aumentare in maniera esponenziale la fatica e le difficoltà. Esploratore, non tanto geografico quanto emozionale, perché lassù mi scopro sempre nuovo e diverso e cerco di raccontarlo attraverso immagini e parole.

Matteo (bugs): 29 anni, mi occupo di analisi politica e progetti educativi sulla ciclabilità.
Ho conosciuto la montagna fin da piccolo, dalle camminate col nonno alle vie ferrate con i genitori e le prime volte in autonomia con gli scout. Da lì è stato un crescendo travolgente sostenuto dal senso di condivisione unico della cordata. Abbiamo gioito del sentirci alpinisti solitari e alla ricerca continua dell’avventura, spingendoci sempre un po’ più avanti o più in alto, assieme, abbiamo moltiplicato la nostra passione! Amo la fatica del farcela da solo e il senso della sfida ricercando uno stile puro, essenziale, sicuramente non consumistico. Amo tante discipline della montagna: vie alpine, scalate su roccia, alta quota, ciaspole, sci, cascate di ghiaccio e mantengo viva la voglia di sperimentare sfide nuove nella ricerca del limite. Negli ultimi anni ho iniziato le gare in bicicletta con la squadra Fulgenzio Tacconi (più che una squadra è diventata una grande famiglia) e qualche trail-running aprendomi a nuovi modi di vivere lo sport e allenarmi. Infine l’innata voglia di viaggiare e di scoprire mi ha spinto a conoscere posti incredibili e sognare le montagne lontane da casa.

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 Un ringraziamento particolare a Gian Luca Gagino per la collaborazione.