Quando arrivi a Siviglia in un pomeriggio di aprile, quando atterri a San Pablo dopo il rituale dell’applauso tricolore, puoi trovarti immerso in un bianco lattiginoso che sa di caldo. Ma è solo aprile. E tra te e il bianco foschia all’orizzonte c’è un asfalto nero che già scotta. Non ci sono nemmeno le montagne a darti un limite.

Perché le montagne, attorno a Siviglia, non esistono. Quella è l’Andalusia, è l’appendice di un deserto che trovi subito prima a est, il Tabernas. Magari ci arrivi e lo attraversi con la macchina, passando per Almería. E ti immagini i mulini a vento. Ma tra te e i mulini a vento c’è solo il bianco lattiginoso che sa di caldo. E a pensarci bene, a guardare bene, i mulini nemmeno esistono.

Dall’aeroporto di S.Pablo a Siviglia, nei venti minuti che ti separano da una città che in estate sprofonda fino ai quaranta gradi, capita di trovare qualcuno che coi mulini a vento non vuole più combatterci. Ha smesso, di sfidarli. L’orecchio familiarizza con la lingua dello stivale e con il racconto di un ragazzo italiano che a Siviglia manipola un presente e si costruisce un futuro. O almeno ci prova. Un ragazzo che da Napoli ha trovato un altro sud, in un’Andalusia che sa di casa. E intanto parla, parla di verde con altri due turisti tricolore, appena conosciuti.

E’ il verde senza erba disseminato sui marciapiedi di ogni rettilineo e curva di Siviglia. Non sono aiuole. Non è verde pubblico. E’ verde urbano. Sono piste ciclabili. Ognuno con la sua bici che ti trilla da lontano e ti avverte in tempo. E’ verde, verde spento che spunta sotto i tuoi piedi. E ti accompagna in ogni passeggio. Parallelo. Ti ricorda una diversità di movimento continua, perenne. Due velocità, due modi concepire il mondo e la vita. Forse.

Tra il verde spento e il bianco lattiginoso di un pomeriggio di aprile, a un certo punto scoppia il colore. Perché Siviglia è l’oasi del deserto vicino. Il cielo si rasserena. Il sole presenta un biglietto da visita. Spuntano le bouganville. E’ un’anteprima di viola, un antipasto di magenta, un aperitivo di glicine che poi esplode in città. Esplode, cammina, ti avvolge, riverbera. Ti assale coi suoi fedeli devoti che a un tratto invadono le strade adorni di cappucci da setta segreta, versione innocua e ascetica. E’ la Semana Santa. E ci siamo dentro, nel sabato di clausura. E’ la Semana che paralizza la Spagna religiosa e bigotta. Te la ritrovi in ogni angolo. Cappucci spigolosi neri a punta protesi al cielo, candele accese e il Cristo sofferente di ogni chiesa portato in processione seguito dalla Madonna, la Vergine Maria sostenuta a braccia da devoti nascosti sotto il baldacchino che la innalza al trionfo. Di sera, cappucci neri e viola si confondono con la notte, una notte che travolge e disorienta, che unisce e separa, tra fedelissimi e profani disinteressati e pigri che banchettano ai bar e stringono birre. Intanto, tra una fanfara e una processione lenta, il Cristo sofferente di ogni congrega raggiunge la Giralda, la cattedrale nel cuore di Siviglia per la sosta nel tempio di Dio. Poi l’abbandona e lascia spazio al nuovo Cristo di turno, quello dell’altra parrocchia. E una nuova Madonna in lacrime si fa largo tra migliaia di fedeli. I più giovani, tutti vestiti a festa con il completo della domenica, a metà strada tra i collegiali di Oxford e un vestito da cerimonia, rigorosamente in cravatta.

Tra il verde spento e il bianco, tra il viola mistero, il nero della notte e l’arancione puntinato degli aranci sparsi sugli alberi della città, c’è il rosso e il giallo che ti ritrovi a ogni angolo di strada e pave. Te lo ritrovi in ogni calle, in ogni plaza, in ogni barrio. Te lo ritrovi nelle cervezas, te lo ritrovi nelle tapazerias. Te lo ritrovi negli intonaci, negli stucchi, nelle maioliche e nelle porcellane. Te lo ritrovi nelle sfumature del cotto, nelle mura della Macarena, nell’armonica Plaza de Espana. Nelle chiese barocche sparpagliate come le sfere di un rosario senza un filo guida. Te lo ritrovi nel Metropol Parasol: l’enorme, imponente architettura moderna in legno della metropolitana sivigliana. Nel cuore della città, a metà tra un waffel sospeso in cielo e lo scheletro di un immenso fungo capovolto. E poi ti ritrovi il rosso flamenco: negli arazzi ai balconi, per celebrare la Semana Santa, nelle tende dei bar che ti ombrano dal sole, in un “vaso di vino tinto, por favor” e nelle sfumature dell’ jamon serano che accompagna almeno la metà dei tuoi pasti andalusi. Quando arrivi a Siviglia in un pomeriggio di aprile, la città ti accoglie e si lascia sfogliare come il catalogo Pantone dei suoi colori. Scegline uno. Scegline due. Mescola, come il cubo di Rubik. E ricordati di sorridere
sempre. A Siviglia.

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Vincenzo Mancini nasce a Benevento con la voglia di scrivere. Molti anni dopo, diventa copywriter e collabora con redazioni on line, magazine e case editrici. E’ laureato in Economia. E’ ottimista e creativo. Colleziona e seleziona la sua passione: ska, reggae e rocksteady. E’ anche un mod che frequenta la scena italiana. Ama i pub, la cultura britannica, il sole e l’estate.

Le foto all’interno del post sono di Vincenzo Mancini, la foto in alto e in copertina è stata scattata da Sergio Lora a Siviglia.