“Perché ci torni” è una domanda che mio fratello – paladino del ‘ci sono troppi posti da vedere per fare due volte lo stesso viaggio’ – mi faceva abbastanza spesso. Abbastanza spesso perché io tornavo abbastanza spesso negli stessi posti. Fino a qualche tempo fa lo facevo con un latente senso di colpa, come se avessi in tutta la mia vita un numero contato di viaggi e ne stessi sprecando qualcuno ritornando in luoghi già visti.

Sono stata

Tutti questi ritorni farebbero pensare che sono una nostalgica cronica o, ancora peggio, una persona con scarso spirito d’avventura. Eppure tornare per me non è paura di partire per luoghi sconosciuti, ma bisogno di rivedere quei luoghi, per ragioni molto diverse.

Durante l’ultimo viaggio in Nuova Zelanda mi sono promessa di tornare ogni due anni: questa terra dall’altra parte del mondo è così involontariamente diventata un simbolo dell’importanza dei ritorni – almeno per me. La prima volta che sono stata laggiù, me ne sono innamorata, cinque anni dopo ci sono tornata per controllare di non aver idealizzato quel paese e – una volta verificato che non c’è bisogno di idealizzare, quando si tratta di Aotearoa – ci sono tornata una terza volta, per viverla più a fondo. Il prossimo ritorno è previsto per il 2016 e, nonostante abbia viaggiato in lungo e in largo tra Isola del Sud e Isola del Nord, non mi preoccupa rivedere gli stessi posti, perché quei posti, a distanza di anni continuano a dare risposte alle mie domande. Se sento di dover tornare in Nuova Zelanda è perché quella terra non ha ancora esaurito risposte alle mie domande.

I miei ritorni ciclici in Irlanda sono di quei tipi che capitano, e quando capitano sei felice che sia successo. La settima volta che ho messo piede a Dublino, l’ho fatto per accompagnare un’amica che non ci era mai stata. Immaginavo che avrei rivisto i “soliti” posti, invece con lei (e grazie alla compagnia di Michael di Le Cool Dublin) ho scoperto un altro lato della città, in un momento di ripresa dopo il crollo economico che ha colpito l’intero paese qualche anno fa. Così la Dublino che ho lasciato l’anno scorso è una Dublino diversa da quella dove ho messo piede nel 1999, durante il mio primo viaggio da sola con le mie amiche. Dublino è un ritorno che cerco per assistere ai suoi cambiamenti. Ed è anche la città “musicale” per me: se un gruppo che mi piace è in tour in Europa e fa tappa anche a Dublino, preferisco andare a Dublino piuttosto che in qualsiasi altra città: qui il pubblico chiacchiera con chi sta sul palco, si ubriaca senza diventare troppo molesto e si gode ogni spettacolo senza grossi fanatismi, come fosse la fiera di paese.

Non ho ancora ben capito perché torno a Berlino. O forse sì: per l’impossibilità di contenerne tutte le sfaccettature in una manciata di giorni. Berlino è il ritorno di chi non ha ancora capito come funziona una città e pensa, con tutta l’ingenuità del mondo, che continuando a tornarci inizierà a capirci qualcosa. E mi sono ripromessa di tornare ad Anversa un po’ per lo stesso motivo: ci sono alcune città, alcuni luoghi, che ci parlano più di altri e con cui stabiliamo sottili relazioni che non vogliamo interrompere, come se davvero si potesse instaurare un dialogo anche con una città. Anversa è una conversazione appena iniziata che non voglio terminare.

Londra, Mainz, Copenhagen, Parigi sono e sono state città dove i ritorni erano e sono legati a doppio filo alle persone che ci vivono: la città è complementare a chi la abita, e tornare è l’unico modo per mantenere saldo il rapporto con gli amici che la vivono. Così le città sono diventate e diventano estensioni geografiche degli amici e, di conseguenza, si legano a quelle persone tanto da diventare inscindibili. Mainz e Ale, Copenhagen e Anna Chiara, Londra e Irene, Parigi e Kim. Città come persone.

Nel periodo in cui mi sono messa a riflettere sul significato del tornare in alcuni luoghi, anche Maura e Christian si sono trovati a pensare alla stessa cosa. Così abbiamo deciso di dedicare il mese di agosto ai luoghi in cui amiamo tornare: racconteremo i nostri ritorni, ma vorremmo che anche i nostri lettori li raccontassero. Quindi, ecco, se avete anche voi viaggi fatti e rifatti, luoghi visti e rivisti, vorremmo saperlo, capire perché, leggere dei vostri ritorni.

Potete inviare i vostri racconti (anche fotografici) fino al 31 luglio all’indirizzo email info AT nobordersmagazine DOT org.

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La foto in alto e in copertina fa parte degli archivi della Forest History Society ed è stata scattata in California.