Quello di Kilian Jornet è una sorta di diario, di diario intimo però, più che diario di viaggio. Quattro volte campione del mondo di skyrunning e due di sci alpinismo, Jornet decide, dopo aver vissuto la morte, in montagna, di quello che era il suo maestro, di provare a scalare una delle vette più alte dell’Himalaya, il Gosainthan, al confine tra Cina e Nepal, in inverno e senza l’aiuto di nessuna corda.

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Il racconto di questo spicchio di vita è racchiuso in La Frontiera Invisibile (Fabbri Editore), che non si concentra però tanto sugli aspetti tecnici, quanto sulle emozioni dell’autore-protagonista, sulle domande a cui non trova nessuna risposta soddisfacente. “È coraggio o vigliaccheria quello che sento? (…) Coraggio perché vado ad affrontare montagne sconosciute? O vigliaccheria perché sto fuggendo dalle cose che conosco e che stanno assumendo dimensioni che da una parte mi spaventano e dall’altra mi sorprendono?”.

Racconta la loro storia, quella dei conquistatori dell’inutile, della felicità che si prova non quando si è raggiunta una cima, ma un attimo prima, nell’istante in cui ti rendi conto che stai per farlo, come quando ci si avvicina alla labbra di una ragazza per baciarla. Narra le persone che si perdono durante la strada, ma che con la loro assenza continuano ad essere presenti nelle sue spedizioni o di quando, dopo la morte del suo maestro, sentì il bisogno di fuggire dalla valanga di affetto che genitori e amici gli dimostrarono, per specchiarsi, da solo, sulle pareti di una montagna e vedere che uomo era diventato. Lì, in rifugio sulle Alpi, Kilian riesce a placare la sua rabbia nei confronti della vita e stendere un velo sul lutto che lo ha colpito, covando l’idea di provare la scalata dello Gosainthan.

Il libro cambia registro: il viaggio in aereo, la trafila dei permessi, compagni d’avventura assoldati una volta sbarcati a Katmandu, il cammino verso il campo base e le giornate lente, passate ad aspettare il momento propizio in un nugolo di case sperdute e dimenticate dal mondo, dove il tempo sembra immobile, incapace di scorrere. L’attesa occidentale che si trasforma, pian piano, in un orientale senso del fluire, la noia che da tarlo che divora scompare del tutto, dimenticandosi la frenesia della città e lasciando spazio alla consapevolezza che anticipare i tempi, non rispettare l’acclimatamento, potrebbe rivelarsi il più grande dei pericoli. In quel viaggio, insieme a lui, c’è ancora il maestro che si è visto morire di fianco qualche mese prima: “Mi dicevano che le sentono ancora, le dita amputate (ndr da congelamento). Il dito non esiste più fisicamente, ma il cervello ancora gli trasmette ordini. È come quando perdiamo qualcuno. È come io sento te.

I dubbi non smettono di tenere compagnia a Kilian durante la scalata decisiva (“Ho sonno; sono con due amici ancora più suonati di me, e ci dirigiamo verso l’impossibile. Che cazzo ci faccio qui? Ma subito penso: e dove starei meglio?”) e alla fine del libro quello che rimane al lettore è proprio quello. La sensazione che chi, come Jornet o chiunque di noi si metta in cammino, verso una montagna o una pianura sconfinata, più che per raggiungere la meta parta per provare a rispondere a delle domande o perché si è arreso al senso di irrequietezza che anima alcuni uomini e che ciascuno cerca di soddisfare come può. Un passo dopo l’altro.

Paolo Bottiroli

@ilbotti81

la foto in copertina è di Kiril Rusev pubblicata su licenza CC