Uno dei mie primi ricordi legati alla montagna è un’immagine piuttosto spiacevole. Sono seduto, la testa piegata sulle ginocchia, gli occhi chiusi. Avrò avuto forse tre o quattro anni: piegato sul sedile del passeggero della macchina di mia madre sento la nausea che cresce. Non li ho mai contati, ma credo che i tornanti per raggiungere il vecchio maso di mia nonna siano forse una decina. Non tanti, ma quanti bastano per far risalire la colazione della domenica – latte e cacao, biscotti, pane, burro e marmellata- attraverso l’esofago fino lì, al limitare della gola, dove non sai mai se riuscirai a fermarne l’avanzata. Vorrei essere ancora a letto: odio salire fin qui, odio i chilometri di strada, odio il dislivello, odio passare tutta la domenica in una casa vecchia di trecento anni, fumosa, riscaldata da una piccola cucina economica che brucia l’ossigeno nell’aria e rende assopiti.

L’auto si ferma, alzo lo sguardo verso la stretta scalinata in porfido grigio che sale al secondo piano del maso. Mia nonna ci ha sentiti arrivare: come tutte le domeniche il mio sguardo incrocia il suo. Ha il solito fazzoletto a fiori sulla testa, il vestito lungo e scuro della domenica. Siamo arrivati tardi, è già tornata dalla messa e sta preparando da mangiare.

Esco dall’auto e l’aria pungente di montagna mi risveglia. La nausea sparisce quasi subito. I venti invernali hanno pulito il cielo, il sole brilla ma fa freddo. Salgo la scalinata. I gradini alti e stretti stancano le gambe: mi è sempre piaciuto salirli gattonando, quasi arrampicandoli.

Il grande terrazzo che si affaccia sulla valle sottostante è sgombro: è da un po’ che non nevica. Una gatta sta prendendo il sole sulla panca in legno appoggiata al muro. Abbraccio mia nonna, guardo la data incisa sull’architrave in granito sopra la porta: 1794 (ma pare che il maso sia più vecchio), ed entro nella penombra della casa.

Bosco della Malga - Anterivo

Ricordo il verso inquietante delle faine nel bosco dietro il maso. A volte d’estate dormivo, da solo, in una stanza sul lato opposto del maso rispetto a mia nonna. Dalla finestra aperta al primo piano entrava una leggera brezza montana, fresca. Il piumone pesante copriva tutto il vecchio letto in legno rialzato, di quelli che si usavano una volta nelle stubi per facilitare il coricarsi, e che venivano avvicinati quando una coppia si sposava.

Nelle altre stanze, nella soffitta, qualcosa sembrava sempre in movimento: scricchiolii, tonfi, corse felpate di ghiri e topi di campagna. Ricordo come fosse ieri la difficoltà ad addormentarmi, la paura delle cose ignote che si muovevano fuori, al buio, tra gli alberi, e non mi lasciavano dormire.

Capanna dei pastori

Ci sono luoghi di cui ci si innamora a prima vista. Altri invece, in cui fin dal primo momento sai che non metterai più piede. Anterivo, per me, non rientra in nessuna di queste tipologie. Fuori mano, isolato su un piccolo colle in cima ad una valle ai confini tra l’Alto Adige e il Trentino, il paesino di 400 abitanti è stato fin dai primi anni della mia vita sinonimo di montagna. «Andiamo in montagna» voleva quasi sempre dire «andiamo ad Anterivo. Poi forse, partendo da lì, più in alto.» Mentre amici e compagni di scuola passavano la domenica al campetto o in casa a giocare, o al lago, io ero sempre, perennemente, “in montagna”.

Il Sasso

Mia nonna e parte della famiglia di mia madre abitavano lì: il ramo “tedesco” della mia famiglia. Salire da Bolzano ad Anterivo equivaleva per me a lasciare il mondo italofono e salire per le valli, addentrandosi in un misterioso e allora per me incomprensibile mondo tedescofono. Pur non avendo mai avuto difficoltà a relazionarmi – sempre e solo in italiano, chissà perché – con parenti e paesani, era fin da subito stato chiaro che, quando non si rivolgevano a me, la lingua prediletta era sempre e comunque il tedesco. O meglio l’anterivese: miscuglio di parlata sudtirolese inframezzata da intercalari e parole trentine messe lì dove non sembravano esserci termini più adatti in tedesco.

Non che a Bolzano non capitasse di sentire la gente parlare in tedesco. Lì tuttavia, c’era sempre la possibilità di ignorare completamente l'”altro mondo” (a quei tempi lo vedevo proprio così), rimanendo nel proprio circolo indipendente di amici/parenti/istituti italiani, senza farsi troppe domande sul perché di questa separazione quasi più volontaria che imposta.

Fatto sta che ad Anterivo mi ritrovavo catapultato in un mondo in cui questa possibilità non era data. Qui si parlava il tedesco, in casa e fuori, e stava a te arrangiarti a capirlo. Agli occhi di un bambino i conti non tornavano: siamo in Italia, ma tutti parlano tedesco; siamo in Sudtirolo, ma in casa mia parlo italiano. Era per me un contesto difficilmente comprensibile e per questo poco piacevole, quasi fastidioso.

Il Laghetto

Gli anni, però, passano in fretta. Gli interrogativi profondi della gioventù ̶ cosa c’era prima qui? Perché due lingue in casa? ̶ iniziavano a mettersi a fuoco e ad assumere contorni sempre più delineati: la Prima Guerra Mondiale, l’Impero Austroungarico, il ventennio fascista, le Opzioni, le Katakombenschulen, le spartizioni territoriali, le rivendicazioni secessioniste del BAS, tutto prendeva finalmente forma. Mi rendevo conto che le sensazioni spiacevoli venivano lentamente attutite dalla comprensione del perché, del come, del quando della storia di Anterivo e dell’Sudtirolo. E finalmente cominciavo a capire e a contestualizzare le foto del bisnonno in divisa da Kaiserjäger (il reparto di fanteria leggera dell’impero austro-ungarico reclutato nella zona alpina del Tirolo), la bisnonna nata a Budapest, i diari della prigionia in Francia di mio nonno durante la Seconda Guerra Mondiale. Finalmente l’alone di odio infantile verso quello che non capivo andava dileguandosi.

Avevo ormai quattordici anni e Anterivo si era trasformata dal luogo noioso dove passare la domenica chiuso in casa vicino al fuoco al luogo dell’indipendenza, della libertà, delle scoperte. Da qualche anno la mia famiglia si era trasferita poco fuori Bolzano, in un paesino più piccolo dove avevo dovuto costruirmi nuove amicizie, in cui però l’orizzonte si limitava quasi esclusivamente al giardino e al parco giochi. Le strade che circondavano il piccolo paese erano diventate un limite alla mia libertà: un chilometro quadrato o poco più di campagna da esplorare.

Anterivo era invece un mondo lontano da pericoli, da scoprire senza dover giustificare i propri spostamenti. Un intero atlante privato da sviluppare attraverso mappe mentali in cui inserire nascondigli, sentieri sconosciuti, boschi neri e boschi bianchi, radure ricoperte di mirtilli, more selvatiche e fragole di bosco, rupi da scalare e precipizi da aggirare. Una geografia personale fatta di odori, suoni e sapori: unica e condivisa solo con gli altri pochissimi iniziati: i cugini, qualche amico.

Bosco Nero

All’interno di questa geografia venne iscritta una lunga serie di luoghi che non necessitavano di ulteriori specificazioni: Il Sasso, Il Laghetto, La Malga, La Mangiatoia, La Casetta. Denominazioni che inevitabilmente finirono per diventare nomi in codice per me e i miei amici e cugini della montagna. È grazie a questi “punti cardinali” che ci si poteva mettere d’accordo su quando e dove creare capanne indiane o forti militari e  inscenare grandi battaglie di pigne. Ed erano le distanze tra questi luoghi che definivano tutte le distanze tra gli altri luoghi della montagna, prima ancora che i nuovi segnali dei club alpini iniziassero a riportare i tempi di percorrenza. «Tra posto X e posto Y sarà tre volte la distanza dal Sasso al Laghetto, su per giù», dicevamo.

Inevitabilmente queste geografie mentali cozzavano con la cartografia reale: lo scoprii per caso utilizzando per la prima volta una cartina dei boschi di Anterivo. Mi ritrovai a vagare disorientato cercando di seguire linee di livello e nomi a me sconosciuti. Inutile dire che da allora ad Anterivo non ho più preso in mano una cartina.

Sono passati ormai più di vent’anni dalla data dei miei primi ricordi di Anterivo. Nel corso del tempo i luoghi sono andati stratificandosi nella memoria: attraverso le stagioni e gli anni, attraverso associazioni e contesti specifici. «Qui sono passato la prima volta in inverno, perdendomi perché il sentiero era coperto da mezzo metro di neve fresca… qui invece ho dormito nel sacco a pelo in quell’estate caldissima in cui non ha piovuto per mesi… qui è dove mio cugino è stato morso da una vipera».

Anterivo vista dalla frazione di Guggal

La bellezza di questi luoghi, diventati per me così intimi, non cessa però di rinnovarsi con ogni nuova visita, ogni anno che passa. È un infinito accumularsi di sensazioni che vanno a creare rapporti tra di loro, attraverso lo spazio e il tempo. Sensazioni che vanno poi ad aggiungersi ai ricordi delle generazioni passate, resi vividi dai racconti dei parenti, dai libri letti, dalla mia immaginazione.

Mio nonno materno non l’ho mai conosciuto, è morto nei boschi prima che io nascessi, schiacciato dal trattore che stava guidando. Non ho mai indagato sul luogo preciso dell’incidente: forse non l’ho mai voluto sapere, tuttavia nella mia mente le immagini sono molto vivide, reali: il colore del trattore, l’odore del bosco di larici e abeti, la morbidezza dei cuscini di mirtillo sul prato.

Cavalli