Lemmi d’inverno conta meno di venti abitanti. Meno di quindici, in realtà. Fonti su internet dicono tredici, ma a numerare di persona gli anziani che abitano le sue case di pietra per più di sei mesi l’anno, oggi, forse, non si arriva alla decina. D’estate, dall’alto dei sue seicento e rotti metri, che permettono al vento di soffiare più fresco di quanto non faccia in pianura, si toccano invece anche trenta o quaranta villeggianti. Due classi intere di liceo. Un’enormità, per quei boschi.

Lemmi case

Manca quasi del tutto però la fascia media, tranne noialtri che saliamo lì, ormai come un rito, da più di quindici estati, anche se solo per pochi giorni o il tempo di un weekend lungo. Ci sono gli anziani, come la coppia che ci abita tutto l’anno, anche quando la neve li isola dal resto del mondo, nella casa che fa d’avamposto alla frazione e nel cui giardino corrono due segugi e uno spinone dal muso buffo. O il capo dei cacciatori, braccia forti come querce e i capelli color dal marmo, in garage uno strano strumento, simile a un muletto, che usa per i cinghiali una volta uccisi, facendoli pendere dalle zampe posteriori al muso, quando con i compagni di battuta si dividono i tagli di carne, mentre il sangue dell’animale cola in un piccolo fossato. Insieme a loro, fino a qualche anno fa, c’era anche un cane. La taglia era quella di un pastore maremmano, ma il pelo rosso come un volpino. Lanciava un paio di abbaii, ogni volta che ci vedeva, prima di correrci incontro lungo la stradina che, con la pendenza di una pista da sci, taglia il paesino in due, per poi fermarsi a riposare a terra, aspettando, come Giovanni Drogo ne Il Deserto dei Tartari, qualcosa, o qualcuno, che lì non sarebbe mai arrivato. Insieme a lui, nella vasca lavatoio che segna, come una minuscola piazza, il centro della frazione, nuotava un pesce gatto dai baffi lunghi di un austriaco del milleottocento. Lo trovavamo uguale anno dopo anno, resistito cibandosi di non so cosa. Era lui il primo essere vivente che andavamo a salutare appena parcheggiavamo le auto.

Sono questi gli abitanti di Lemmi. Quelli che estate dopo estate abbiamo imparato a conoscere. Insieme a loro, ci sono i forestieri. Chi perché ha ereditato una seconda casa e chi perché va a trovare parenti. Arrivano e scompaiono senza lasciare traccia, senza fare mai davvero parte del paese. Simili ai daini, e ai cinghiali, che quando il sole tramonta si avvicinano, imprudenti, alle case, per raccogliere le mele selvatiche lasciate cadere a terra da un albero cresciuto a bordo strada.

Lemmi è stata la nostra prima vacanza da soli. Da soli, poi, per modo di dire: nelle mura a fianco vivevano il nonno e la nonna di uno di noi, che ogni sera venivano a controllare che fossimo ancora vivi. In quella vacanza avevamo fatto le nostre prime esplorazioni e mangiato unicamente pasta e wurstel. A quell’età non sapevamo cucinare di più e a dirla tutta nemmeno ci interessava. Uscivamo ogni sera, armati di torce, ed è un’usanza che ci portiamo dietro tutt’oggi, dopo il caffè e l’amaro della staffa, che prendiamo a casa, ovviamente, perché contando solo una decina di abitanti non c’è a Lemmi, né nell’arco di cinque chilometri, nessun esercizio commerciale. Come contraltare, lungo la strada che porta al paese, la notte, è facile imbattersi in daini scesi dalle montagne per brucare un’erba un po’ più morbida. Da ragazzi li inseguivamo con la foga di indiani a caccia (se anche li avessimo raggiunti, poi, cosa avremmo fatto non avremmo saputo dirlo), mentre ora ci limitiamo ad osservarli, studiarne da lontano la bellezza scultorea, i fasci di muscoli che si lanciano nella corsa, il pendaglio nero della coda, le corna possenti.

Crescendo abbiamo continuato a salire a Lemmi, a volte anche d’inverno, con la neve; nel primo autunno, alla ricerca di funghi, o nelle vacanze di pasqua, ma soprattutto d’estate, ogni estate. Era una sorta di vacanza allo stato brado, ancora non c’erano i cellulari e stare lì voleva dire non essere in contatto con nessuno, non con i genitori e nemmeno con le ragazze. Facevamo camminate, fino al torrente che corre al centro della valle, in mezzo a una giungla di acacie, rovi e ligaboschi; per raggiungere una rocca distante una decina di chilometri; un recinto all’interno del quale venivamo allevati porcastri o due paesini fantasma che erano stati, durante la Seconda Guerra Mondiale, rifugio per diverse brigate partigiane. Era un modo per stare insieme e ridere tutti i giorni. Spostarsi lontano dalla città e dai videogiochi. E senza tv tra l’altro: a stento si prendeva Rai1, su un vecchio apparecchio in bianco e nero che avevamo acceso solo per vedere le partite del Mondiale francese del 1998.

Lemmi_partigiani

Col tempo siamo cresciuti e un po’ di cose sono cambiate. Le magliette scucite dei primi anni sono diventate traspiranti e tecniche e la voglia di camminare ha preso, con l’età, una disciplina diversa. Escursioni meno avventurose, forse (anche se qualche cazzata, qualche montagna scalata dritta per dritta, siamo riusciti a non farcela mai mancare, pentendoci sempre a metà strada…), ma lo stesso importanti. A quindici e sedici anni non eravamo inquadrati nel mondo in nessun modo, ballavamo in un limbo, non dovevamo dimenticarci di nulla e là, lontano da tutto, andavamo solo parlare liberamente e pensare, più forte ancora, agli amori lasciati a valle, a quello che avremmo raccontato loro una volta rientrati a camminare tra porfido e asfalto.

Ora ci torniamo per motivi diversi. Soprattutto per ricordarci chi siamo stati: stando là e facile portare alla memoria i ricordi delle estati passate, ridere limpidi come in città succede di rado e mettere da parte tutte le convenzioni della vita adulta. Siamo solo noi e, se pure ci lamentiamo per cose diverse, e di sicuro ci troviamo memo disillusi di un tempo, stare lì ci aiuta a ricordarci da dove siamo partiti, chi eravamo ai tempi del liceo, quando tutte le scelte erano ancora da fare.

Lemmi, con le sue colline, i suoi prati e le camminate che ripetiamo sempre uguali, come riti iniziatici, racchiude alcuni dei nostri ricordi migliori. Se torniamo ogni estate in quei boschi è perché lì possiamo ancora vedere correre, come un cerbiatto, la nostra adolescenza.

Paolo Bottiroli