Praga è una delle città a cui sono più legato. Non per mia chiara decisione o per via di un fatto specifico in qualche modo scatenante: è andata così. Quindi, non riuscendo a sfuggire la sua presenza, costante nel corso degli anni, mi sono abituato a questa personale protesi geografica; ne ho preso i segni che rimanevano come occasione di riflessione, come miei pensieri che crescevano da lontano, come dialogo forzato con un luogo. Praga è la città che il destino mi ha messo tra i piedi. A media-lunga distanza è quella che ho percorso e rivisto più volte. Ogni tanto ricompare nelle mie mappe, nelle varie occasioni sono le ragioni e le conseguenze a cambiare, ma la cosa ormai non dipende da me; resta solo da segnare qualche punto di riferimento, visto che la mia propensione a ritornare a Praga è diventata una routine involontaria.

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Contrasto. Praga, primavera 1997. 13 anni.

Viaggio organizzato con la famiglia. Era forse la prima volta che sentivo la parola “Praga” abbinata ad un luogo, avevo una vaga conoscenza dello Slavia e dello Sparta, ma non erano squadre tanto forti. Cappellino da basket degli Hornets, marsupio dai colori saturi in vita, calzini di spugna bianchi: profondi anni novanta. Io partivo pensando all’America. Entrai subito in contrasto con la città: io vi ricercavo quello a cui aspiravo, un mondo moderno e spettacolare, una vetrina del futuro che viveva lontano da casa mia, dalla quale poter acquistare prodotti sempre nuovi; chiedevo quello che oggettivamente non mi poteva dare. Ne fui molto deluso, non capivo cosa si andasse a vedere; non ero mai andato così lontano e ancora torri e chiese appuntite come qui vicino! Ero terrorizzato dall’idea di dover scendere dal pullman, guardando i palazzi della periferia dal finestrino. L’unica cosa che mi faceva sorridere era il tempismo dell’orologio astronomico che azionava il corteo dei dodici Apostoli e contemporaneamente il cambio della guardia. Quella volta mi ero costretto a guardare quello che di norma mi avrebbe lasciato indifferente; non ho cambiato idea subito ma ho imparato un po’ a vedere. Le cose non devono per forza piacerci. Non per forza subito almeno.

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Svarione. Praga, primavera 2001. 17 anni.

Ultima gita del liceo. Saremmo andati volentieri da qualsiasi parte, ma così io partivo sapendo che Praga aveva un debito con me; debito che avrebbe ripagato subito con l’acqua. Era arrivata pioggia quasi ogni giorno, in un freddo ancora invernale, ma presto arrivò anche la birra. Pilsner Urquell nelle taverne di Malá Strana e molte altre lattine, sparpagliate tra le bottiglie di Becherovka e di assenzio, sulla moquette nelle varie stanze dell’albergo a Praha 10. Tutto quello che non avevo visto e provato la prima volta, mi attirava attraverso modalità di scoperta molto differenti. Passavamo la dogana verso un mondo distante ed esotico, altro che l’America! Eravamo commossi dalla musica dei sax e dei contrabbassi sul Ponte Carlo, la nostra colonna sonora mentre ci lasciavamo guardare da quelle grosse pietre grigie, tanto che noi le accarezzavamo cercando un gradino da baciare, mangiavamo gulasch giocando a scacchi come giovani dadaisti e ogni sera finivamo a ballare ubriachi sotto le zampe del cavallo di San Venceslao. Adesso eravamo pari, il primo giudizio era stato rielaborato attraverso un rito collettivo, ma forse solo io rientravo con lo stato d’animo di chi era riuscito a recuperare da una situazione di svantaggio.

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Entomologia. Praga, primavera 2009. 25 anni.

Prima gita da Profe. Le cose si stavano ribaltando, la fine di una fase o forse la sintesi trovata tra le responsabilità e gli assestamenti adolescenziali. L’età, la compagnia, il ruolo dentro a un contesto: sono tutte varianti che possono reinventare un luogo. Ogni luogo che ha la caparbietà di lasciarsi modellare da chi lo attraversa, per poi tentare di tornare alla propria forma di partenza. I ricordi visivi mi erano sembrati un po’ sparpagliati in giro, però li riconoscevo tutti: la Sinagoga e il cimitero ebraico, le guardie con la stessa divisa al Castello, la Porta delle polveri e la Casa danzante; li ritrovavo, e allora pensavo di capirli con altre angolazioni, addirittura di interpretarli. Non volevo credere che anni prima tutto fosse dipeso dalla birra; riflettevo sorseggiando una scura all’U Fleků. Novello Gregor Samsa, mi ero immerso nella città con lo spirito di chi l’aveva vissuta, ma anche di chi della città non era arrivato a trovare l’uscita, passeggiando tra i sanpietrini dei tanti vicoli. Tentativi di seconda mano che mi aiutavano a raffreddare vecchie valutazioni. In questo bisognerebbe sempre evitare le rotte più turistiche, quelle che fanno sembrare la città una succursale italiana, ancora più di Barcellona; oppure affrontarle con spirito entomologico.

 

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Immutabilità. Praga, primavera 2014. 30 anni.

Considerazioni recenti. A volte si torna in un posto con la paura o la speranza di non riconoscerlo, di trovarlo diverso da come la nostra memoria lo aveva archiviato: ci sono città che riviste anche dopo pochi mesi sembrano nuove città, con palazzi che crescono e altri che spariscono in planimetrie in costante mutamento; luoghi dove le trasformazioni diventano parte del programma che le tiene in vita, e motivo della visita. Praga è antitetica a questa tipologia. L’ultimo giro di battello lungo la Moldava mi ha fatto assistere all’ennesima replica di quel tipo d’immutabilità che genera tranquillità; definendo l’idea di una città che interpreta l’esigenza di andarsene da casa per sentirsi a casa altrove, dentro una forte concentrazione di malinconia permanente. Stare seduto nella piazza di Staré Město e vedere che in cinque anni le cose si sono spostate solo di pochi centimetri è quasi commovente. La Praga di oggi non sembra contaminata dai ritmi della contemporaneità, quasi a voler preservare la Storia, le defenestrazioni, la Primavera e i carri armati dentro il profilo delle cento torri. Certe città non sentono la pressione del presente, la sanno metabolizzare anche per te, perché lì il reale si fa subito nostalgia, come in una fotografia di Miroslav Tichý.

Daniele

la foto in copertina è di Riccardo Romano su licenza CC