Ogni partenza prevede quasi sempre un ritorno. Se questo non è necessariamente vero per i grandi viaggi è quantomeno connaturato alla loro opzione più turistica, e il luogo del ritorno è generalmente casa, che sia la nostra città natale o la seconda (terza, quarta…) heimat. Ecco, la prima volta che sono arrivato a Trieste (ovvero Trst, ovvero Triest, ovvero Trieszt) ho avuto la netta sensazione di essere tornato a casa, anche se solo cinque ore prima ero salito sul treno della mia ennesima partenza. Se quindi partire è sempre anche un po’ tornare, raramente avevo avuto prima di allora l’impressione di essere partito e tornato con un solo biglietto.

            Ammetto di aver fantasticato molto su questa città prima di visitarla, e anche di aver atteso tanto prima di farlo, tendendo trame, ordendo aspettative. Inciampavo nel suo nome sui libri che leggevo, la incontravo casualmente tra vecchie fotografie, mi scontravo con l’idea che quel nome corrispondesse davvero a un luogo reale, e che fosse davvero così come me lo immaginavo. Forse è poi per questo che ho temporeggiato tanto, perché avevo paura che in realtà non esistesse nessuna Trieste, che fosse tutto un complotto dei cartografi.

            Sarebbe troppo bello per essere vero, pensavo, se dopo anni di ricerche (ogni mia trasferta nasconde infatti la strisciante e preziosa idea di un sopralluogo, di un’indagine, magari di un trasferimento) fossi sul punto di trovare quella che davvero corrisponde alla mia città ideale: piccola ma non troppo, italiana ma anche straniera, di confine ma vicina al resto del mondo, con i monti ma raggiungibili senz’auto, col mare ma senza spiagge, dimessa ma non devastata, signorile ma non snob, popolare ma non volgare, sonnolenta ma non addormentata, fuori moda ma non morta, priva di attrazioni ma non di attrattiva. Felice la città che non ha niente da mostrare, diceva David Herbert Lawrence: è questo del resto che cerco in tutti i luoghi in cui vado, l’opportunità di vedere quel che non c’è (e possibilmente di fermarlo sulla pellicola), sperando che sia in tutto e per tutto uguale all’idea che me ne sono fatto prima di partire, la vera sorpresa essendo l’assenza di ogni sorpresa. Ecco cos’era Trieste, una città che conoscevo già, una città in cui potersi perdere senza l’ossessione di cercare qualcosa, in cui potersi perfino imbattere casualmente in se stessi. Un lusso che pochissime città mi hanno concesso.

trieste 1

Per rimandare il più possibile il momento di incontrare il mio doppio perfetto (quello che conosce il suo posto nel mondo e che riesce a gustare il momento presente) mi ero però convinto che, come un vampiro, prima di poter metter piede in città dovessi essere tassativamente invitato. Non era necessario che a farlo fosse il padrone di casa, bastava qualcuno che avesse le chiavi, e che mi lasciasse entrare. La ricerca della persona giusta ha richiesto altro tempo, e l’avvicinamento della mezza età ha decisamente influito sullo scioglimento di ogni riserva. Dopo tanto vaneggiare, quindi, passate le gallerie e una lunga curva di stupore scenografico, la visione offerta dal finestrino del treno è letteralmente quella di un sogno che si realizza, di un’immagine che si trasforma in qualcosa di concreto, una fotografia finalmente abitata.

trieste 2

            Ma è tutto vero: l’architettura, il mare, i monti, gli alberi, i gabbiani, il vento, persino le persone. Per esempio la Siora Rosa, o chi per lei, che mi serve il primo panino col prosciutto cotto (molto più buono da mangiare che da scrivere), e a cui vorrei erigere un monumento, piccolo ma duraturo. Oppure i frequentatori di via dell’Istria che, in una salita (ovvero una discesa) dove già si respirano le bore passate e future, confermano il detto per cui ogni bar ha il suo matto (e anche che lo spritz non solo non prevede per forza l’uso di alcun bitter colorato e di marca, ma nemmeno un prezzo superiore ai tre euro).

trieste 3

Procedendo verso San Giusto in via della Fornace, pranziamo all’antipastoteca di mare “Alla Voliga” dove, superato lo scoglio del nome, veniamo informati che il pesce buono può anche non costare una follia, e che un’atmosfera rilassata e cordiale vale più di ogni eleganza. In cima al colle, poi, come nei romanzi più riusciti il Castello rinchiude in sé ogni mistero e, per noi miti viaggiatori, lascia gratuitamente fuori tutta la tranquillità di un pomeriggio di brezza e sole regalandoci, tra falchi pellegrini e gabbiani, quella rara sensazione di trovarsi contemporaneamente in montagna e al mare. C’è ancora il tempo (qui sembra che per tutto ci sia sempre tempo a sufficienza, se non addirittura d’avanzo) di scendere con calma verso il mare, tra rovine romane in rovina, tortili stradine di sampietrini e stranianti distorsioni percettive che rendono necessario un altro goccetto di vino; e a quel punto una fermata nella deliziosa Piazza Cavana, al centro della Città Vecchia (ovvero Zità Vecia) ci sta tutta. Alla fine la Piazza è là, teatro all’aperto con la quarta parete offerta al mare, a segnalare un’unità d’Italia che qui e ora sembra più lontana che mai, sia nel tempo che nello spazio. E il molo Audace è un braccio proteso verso l’infinito e oltre, anche se punta solo verso Monfalcone.

verso san giusto

Dopo una doverosa visita di cortesia alla libreria Saba (fu Mayländer, che a sua volta fu Boerner), ecco quindi il Canal Grande, che dal bacino di San Giorgio nel Porto Vecchio taglia in due il Borgo Teresiano; e ancora squeri, piazze e piazzette, quella di Ponterosso tra tutte, sul cui omonimo ponte Joyce se ne va statuario a passeggio; e allora la chiesa di Sant’Antonio in cui il canale sembra gettarsi; e infine l’approdo all’ennesimo bicchierino, in attesa del buffet serale. Ora la scelta è praticamente obbligata: Pepi (prima Klajnsic, poi Tomazic, oggi solo Pepi) S’ciavo è qui da più d’un secolo a ricordarci non solo la ricchezza di una cucina geograficamente e storicamente stratificata (piatto misto di porzina, salsicce Vienna o di Cragno, prosciutto di Praga, capuzi garbi, ma anche jota, gnochi de pan, strucolo, schinkenflecken, kaiserfleisch, liptauer, il tutto contornato da salsa di senape o cren — ovvero kren, ovvero rafano, ovvero barbaforte, ovvero armoracia rusticana — e magari accompagnato da una Dreher di boema memoria prima di passare ai molteplici dolci, tra cui fritole, putiza, strudel, kaiserschmarren e sacher torte), ma anche l’origine del saluto più diffuso al mondo, quel ciao che sarebbe bello poter usare con tutti, bambini, anziani, parenti, amici, amanti, conoscenti, sconosciuti, colleghi e datori di lavoro. Il giorno dopo si potrebbe fare un po’ di fatica a tirarsi giù dal letto, ma non c’è problema che una buona Theresianer fresca non possa risolvere, specie se bevuta all’ombra e in riva al mare. Nemmeno la sconsolante visita al mesto acquario può demoralizzarci, così come il triste ricordo del pinguino Marco.

acquario

E se la giornata si fa troppo calda c’è sempre la montagna dietro l’angolo. Il giro è davvero bellissimo: capolinea del tram 4 in piazza Oberdan (dal nome dell’irredentista che fu qui imprigionato dagli austriaci dopo aver attentato alla vita di Francesco Giuseppe — fu, infatti, piazza della Caserma); lungo ed emozionante scartamento ridotto fino all’obelisco di Opicina (ovvero Opcina, ovvero Opčine); veduta del porto dall’alto con foto ricordo per la stampa sud coreana; spritz alla stazione dei treni (“Qui lo serviamo alla triestina, eh, non alla milanese!” e via con l’ennesimo e dissetante bianchino allungato con ghiaccio…); giro del paesino confine-nel-confine con tanto di gulasch (ovvero gulyás) in trattoria; i quattro chilometri di passeggiata digestiva lungo l’ombreggiata Strada Napoleonica (ovvero Vicentina) dal parcheggio di San Nazario a Prosecco (da un lato la vista dei bastimenti che filtra attraverso gli alberi, dall’altra quella della falesia di calcare punteggiata di rocciatori); una deviazione alla ricerca dell’osmizza (ovvero osmiza, ovvero osmica) di turno tramite avvistamento della tradizionale frasca (affettati, qualche uliva e vino bianco del Collio — ovvero Cuei, ovvero Brda — oppure nero — ovvero crno, cioé terrano, ovvero teran — del Carso — ovvero Kras, ovvero Cjars, ovvero Karst), la corsa giù per il bosco con attraversamento non autorizzato del Centro Internazionale di Fisica Teorica; e l’arrivo, sperato ma in qualche modo inaspettato, al Castello di Miramare (ovvero Mìramar) preso alle spalle, quasi di sorpresa, in tutta la sua bellezza di bomboniera asburgica. E poi il comando dei Carabinieri nel posto più bello d’Italia, i bagnanti sul lungomare di pietra e pinetine, i topolini di cemento colorato, la stazione, il teatro, ancora il canale, ancora la piazza, ancora il molo.

linea 4 trieste-opicina

strada napoleonica

falesie a prosecco

viale miramare

Ma al molo si può arrivare anche dal mare, ovviamente. Da Muggia, per esempio, il paesino di pescatori che regala dalle sue finestre la vista di una Trieste quasi indifesa, bella come appena sveglia. È proprio a Muggia che si possono fare alcune tra le esperienze gastronomiche più interessanti: lasciata la carne al fuoco, non c’è che da buttarsi sul pesce, che alla Marina, come in molte altre trattorie, si gusta con le mani e ovviamente vista mare. Dopo pranzo, il servizio pubblico di traghetti locali porta un po’ ovunque, per esempio a Capodistria (ovvero Koper) o a Parenzo (ovvero Poreč) verso sud, oppure in senso opposto ancora a Trieste, sempre qui, dove è ancora possibile stupirsi senza stupore.

muggia

Per dirne una, a spasso tra i confini è possibile incappare in una delle più spettacolari grotte carsiche del mondo: con un nome che non vuol sentire ragioni, la Grotta Gigante (ovvero Velika — ovvero Briškovska — jama, ovvero Riesengrotte) racchiude infatti nel suo ventre la Grande Caverna, i cui 98 metri d’altezza, 76 di larghezza e 167 e rotti di lunghezza la rendono la più ampia sala naturale visitabile del pianeta. Nonché una delle più spaziose soluzioni abitative per il miglior amico dell’uomo in estate, il pipistrello (ovvero “ciapa-cavei”), che nell’adiacente museo speleologico vi inviteranno infatti ad allevare. E se si resiste alla voglia di entrare nel sinistro hotel Milič, si può ancora prendere a destra, tornare in città e provare a pranzare senza prenotazione alla trattoria da Giovanni, per assaggiare il prosciutto in crosta, le rinomate polpette, le patate in tecia, il baccalà mantecato e gli altri protagonisti semifreddi di un buffet da antologia.

hotel milic

            Domani è un altro giorno, e restano ancora tanti tesori da cercare. Si può per esempio passeggiare lungo le rive alla ricerca del piccolo e curioso distributore di benzina di Ernesto Nathan Rogers (l’ala triestina dei B.B.P.R.), per poi proseguire fino al Civico Museo del Mare, dove placidi ventilatori in ottone provano a rinfrescare la memoria tra modellini a grandezza quasi naturale e fotografie di epoche dal sottoscritto rimpiante solo perché mai vissute. Ma per scoprire il vero gioiellino del giorno bisogna prendere un bus e percorrere con scosse e smottamenti i tanti tornanti che risalgono la città fin sul colle del rione Chiadino. Qui, in località Cacciatore, oltre al comunemente detto boschetto (ovvero bosco del Farneto) e all’inspiegabilmente grande Ferdinandeo (ovvero l’attuale sede dei Master in International Business dell’università, ovvero in origine edificio dalle non meglio indentificabili funzioni eretto nel 1858 in onore di Ferdinando I, donatore del suddetto bosco), nel nome dell’eclettismo più spudorato qualcuno ha deciso di trapiantare né più né meno che uno chalet svizzero. Pareti, colonne, scalinate e decorazioni in legno colorato: anche se cadente e semi abbandonata, è comunque l’imprevedibile Villa Revoltella, residenza di campagna commissionata nel 1853 dall’eponimo imprenditore veneziano a un architetto berlinese (tale Georg Heinrich Friedrich Hitzig, lo stesso del suddetto Ferdinandeo) e circondata da tanto di chiesa, casa parrocchiale, scuderie, serre e una fontana con pesci rossi e tartarughe (vere) affidate ad un architetto praghese (tale Joseph Andreas, ovvero Josef Ondřej,Kranner).

villa revoltella

            Ci lasciamo così alle spalle anche l’ultima sorpresa non sorprendente, senza tante cerimonie, come se avesse sempre fatto parte della nostra geografia privata, come se fosse sempre stata lì, in cantina, dietro l’angolo di una cartografia interiore, magari messa giusto da parte per i momenti di smarrimento, un luogo in cui ritrovarsi quando non si ha più nessun posto dove andare, il punto di incontro dopo la più quieta delle catastrofi quotidiane. Chiudiamo allora l’ennesimo faldone da catalogare nel nostro archivio sentimentale, accanto a quelli da vedere una delle prossime volte: il civico Orto Botanico — sempre a Chiadino — col suo Index Seminum, la collezione d’arte moderna del Museo Revoltella, la risiera di San Sabba e i suoi rimandi a un passato teutonicamente demoniaco, il Parco di San Giovanni tra rinnovato fermento culturale e mai smarrite memorie frenocomiali, il complesso cimiteriale che parla serbo, greco, ebraico e si confessa anglicano, evangelico e musulmano, e poi Barcola (ovvero Barkovlje) e il suo Faro della Vittoria, Roiano (ovvero Rojàn) e il suo distillato di passato, il castello di Duino (ovvero Duìn, ovvero Devin, ovvero Tybein) e la sua discendenza Thurn und Taxis (ovvero Della Torre — ovvero Torriani, ovvero De la Turre — e Tasso), il conseguente sentiero Rilke e i suoi ricordi elegiaci, e ancora i bar storici fatti di specchi e stelle polari, e tutti i buffet e le osmizze di cui è impossibile ricordare il nome e tenere il conto.

E nella crudele scelta tra i luoghi che ho visto più spesso (la depressiva Barcellona, la dispersiva Berlino, la distensiva Val di Mello) e quelli che rivedrei più volentieri (Islanda, Finlandia, Svezia, Galizia, Portogallo), Trieste vince allora con quel cocktail di genius loci, modus vivendi e aurea mediocritas (senza offesa, Orazio docet) che mi ha conquistato ancora prima di partire alla sua scoperta. Se non avessi più altre parole da spendere in suo favore, se fossero terminati tutti i cliché, direi il meno inaspettatamente possibile che Trieste è uno stato d’animo, quello che più spesso mi è capitato di vivere ma che solo qui ha trovato lo spazio per convincermi che a sentirsi in quel modo non c’era nulla di male, che non ero io a sbagliare ma il resto del mondo, che ero del tutto normale, io, e che anzi dovevo solo lasciarmi andare ancora un po’ e diventare finalmente quello che sono.

Cornelius Arslanian