Ai ragazzi che hanno camminato con me

 

Quando ero sceso dalla macchina, il padre di Alberto, un ex militare, era stato più veloce di me, anticipandomi sul bagagliaio. Lo aveva aperto e aveva allungato la mano destra sul mio zaino.

“Quanto pesa!” aveva detto, “Siete pazzi ad averlo caricato così tanto.”

Avevo sorriso, mentre l’aria fresca del passo a cui ci avevano portato non sembrava che lontana parente della cappa che in pianura avvolgeva palazzi e villette. “Basta che lo reggano le mie ginocchia” avevo risposto, senza avere idea di cosa mi avrebbe atteso.

A parte i vestiti e il sacco a pelo, ci eravamo divisi i beni in comune: la tenda, da due posti anche se eravamo in quattro, e i suoi picchetti; il fornelletto campingaz, le mappe e i viveri. Un paio di sacchetti di pasta, scatole di tonno, una forma di pane, una di formaggio, due buste di minestra liofilizzata e delle barrette energetiche da mangiare in caso di emergenza. Per l’acqua, ognuno avrebbe badato a sé.

L’idea di arrivare a piedi fino al mare ci era balenata in mente le ultime settimane di scuola. Sarebbe stato un anno di quelli che si ricordano: prima la maturità, dopo una vita che non potevamo immaginare. Un viaggio a piedi ci era sembrato un buon modo per cerimoniare il cambiamento e pagare pegno per la fine del liceo. Non conoscevamo a cosa stavamo andando incontro. Tutti e quattro amavamo camminare, avevamo già preso parte ad altre escursioni, anche di più giorni, e dormito in rifugi, ma sempre con una guida a dettarci la strada, che fosse nostro padre o un capo scout. Questa volta sarebbe stato diverso.

Insieme al papà di Alberto, e a quello di Stefano, avevamo attaccato la prima salita. Ci avrebbero accompagnato alla cima, coperta di antenne come il tetto di un palazzo in città, e da lì avrebbero lasciato che ce la cavassimo da soli. Ci prendevano in giro, scherzavano sul peso degli zaini, ricordavano quando anche loro, anni prima e molto più leggeri, avevano fatto lo stesso percorso in tre giorni. Noi, per essere prudenti, avevamo previsto di metterci ventiquattro ore in più.

Conoscevamo le tappe iniziali, ma nulla di quello che ci avrebbe atteso dall’Antola in avanti. Salutati i nostri vecchi, simili a quattro disertori avevamo mosso, incerti, i primi passi. Io, Luca, Stefano e Alberto eravamo diversi, ma nel modo in cui, a diciannove anni, si riesce ancora a stare insieme. Immaginavamo di intraprendere, col tempo, strade differenti: chi sarebbe diventato medico e chi imprenditore, chi giornalista e chi dottorando, ma quell’estate l’avremmo passata a camminare fianco a fianco come fratelli.

La mattina eravamo rimasti in costa, circumnavigando un paio di vette, lungo gli stretti sentieri battuti dalle mandrie di mucche pezzate. Il pranzo, seduti su un arcipelago di sassi chiari, era stato frugale. Il prosciutto e il formaggio con cui avevamo riempito i panini ci era sembrato avere il sapore della carne dell’orso di cui parla Primo Levi in uno dei suoi racconti più belli. Il lastricato di una vecchia strada romana ci aveva scortato all’arrivo della prima tappa.

Sulle pietre levigate da centinaia di anni di pellegrinaggio, prima da ruote di carri e cavalli, poi da muli e pastori e infine da partigiani e brigate nere, le suole dei nostri scarponi suonavano in maniera ritmata, come recitando le strofe di una vecchia canzone di guerra. Avevamo guadagnato il centro di Capanne di Cosola, una frazione in bilico tra Piemonte ed Emilia Romagna, distante solo qualche centinaio di metri dalla Liguria. Il confine era esattamente sul passo: dove finiva la salita, terminava anche il Piemonte, da lì in avanti, seguendo i tornanti morbidi della discesa, cominciava un’Emilia imbastardita e difficile da riconoscere.

Eravamo passati nell’unica locanda della frazione per chiedere un tavolo per la cena. In un prato poco lontano, al riparo da guardia-parco e sguardi indiscreti, avevamo montato la tenda appena comprata. Ci saremmo giocati a carte il lusso di dormirci dentro.

Buttato qualche gettone nell’unico videogioco del bar, ci eravamo seduti in un tavolo da quattro, dalla tovaglia bianca ingiallita dal tempo. Sulle pareti, foto di montagne innevate e prati in fiore, corna di daini e cervi, donnole imbalsamate nelle loro espressioni più feroci. Intorno a noi, coppie di anziani arrivate lì per passare l’estate a respirare aria buona e silenzio. Avevamo ordinato vino della casa e lasciato che i muscoli si sciogliessero sotto le travi di legno del tavolo. Al terzo bicchiere di rosso le nostre risate si erano fatte più forti, avevamo cominciato a commentare, osservando l’unica televisione della sala, la soubrette dai seni prosperosi che si muoveva in gag per nulla divertenti. Il nostro tono di voce era diventato inaccettabile, e a qualche anziano quell’allegria non era piaciuta, se è vero che ci avevano rimproverato più volte, fino a quando avevamo capito che si era fatta ora di tornare al nostro prato.

La cena era costata meno di quanto ci saremmo aspettati e, torce alla mano, avevamo percorso a ritroso le nostre stesse orme. Erano stati Alberto e Stefano a vincere la briscola per la tenda, io e Luca avremmo dormito fuori, poggiando stuoino e sacco a pelo sul morbido dell’erba e cercando di non badare ai fruscii che ci circondavano. C’eravamo svegliati infreddoliti, umidi fin nelle ossa per via della rugiada del mattino. L’igloo dove riposavano Stefano e Alberto si era aperto qualche minuto dopo e, come tassi alla fine di un lungo letargo, erano venuti fuori i loro visi assonnati.

“Che notte…” si era stiracchiato Alberto, mentre io e Luca avevamo acceso il campingaz, riparandolo con la schiena di uno zaino in modo che non prendesse aria. Avevamo posato sopra un pentolino leggero, colmo d’acqua, e fatto sciogliere dentro una bustina di caffè solubile.

(1, continua)

 

Paolo Bottiroli

in copertina foto di iz1ksw su licenza CC