Il terzo giorno di cammino ci avrebbe visto scendere fino a Torriglia, ormai oltre la metà del viaggio. Non ci eravamo mai stati, sapevamo solo che era un paese di villeggiatura per le famiglie genovesi: lì c’erano bar e panettieri, alberghi e piazze, panchine e cabine telefoniche. Per guadagnarle, il primo ostacolo, una specie di ossimoro, era una discesa a rota di collo. Ripida come una scala. Capace di spezzare le ginocchia, schiacciate dal peso eccessivo degli zaini. Secco come le pietre, era il sole di luglio. Finito lo sterrato, ci eravamo trovati su una strada d’asfalto. Prima di imboccarla avevamo mangiato i panini che ci rimanevano all’ombra di un albero, giocando con steli d’erba e leghetti, e provando a colpire, con piccoli sassi, una borraccia che come bersaglio avevamo posizionato a cinque metri di distanza. Ci eravamo rimessi in cammino dopo le tre, quando il sole si era fatto meno pesante sulle nostre teste. Avevamo incrociato poche macchine, sporche di terra e fango, diverse da quelle che eravamo abituati a vedere in città. Quando il loro andirivieni si era fatto più frequente avevamo scorto in lontananza i tetti di Torriglia. Anche se erano solo due giorni che mancavamo da un centro urbano, ci aveva fatto effetto trovarci di nuovo circondati da persone. Avevamo comprato un pezzo di focaccia, divorandola sulle panchine di una stretta via di porfido, e poi cominciato a chiedere ai negozianti se ci fosse, lì vicino, un prato dove piantare la tenda. Dagli sguardi di risposta, terrorizzati, la nostra sembrava una domanda fuori luogo: la cittadina era circondata da boschi, ma pareva che per trovare un prato adatto alla nostra tenda dovessimo allontanarci di almeno tre chilometri.
“Se andiamo fin là” avevo fatto notare, “sarà difficile tornare in città per cena. E un piatto di pasta non mi spiacerebbe questa sera.”
“Già” mi aveva tirato la volata Stefano, “un altro panino non lo reggo…”
“E poi tra i boschi loro mica ci sono” aveva aggiunto Alberto, indicando due ragazze che camminavano a braccetto. Dovevano averlo sentito, perché senza dir nulla avevano sorriso e allungato il passo imbarazzate dal complimento.
“Cerchiamo qualche prato vicino” avevo proposto, “se anche ci mettiamo fuori da una casa, per una notte sola nessuno avrà da ridire.”
Avevamo imboccato la strada che avremmo percorso l’indomani: ad andare sempre dritti, in due giorni di cammino saremmo arrivati al mare. Prima del cartello che sanciva la fine del comune, avevamo incrociato una carraia che scendeva verso il basso. Una cinquantina di metri dopo, davanti ai nostri occhi, si era aperto un parcheggio in cui l’asfalto, vecchio di anni, era mangiato da ghiaia e erbe infestanti. Probabilmente era utilizzato durante le sagre di paese, quando i posti auto del centro non erano sufficienti. Avremmo dormito lì, a una decina di metri dalle due sole macchine parcheggiate. Era l’unica possibilità per cenare in paese. Dovevamo solo decidere dove lasciare gli zaini. La soluzione era stata nasconderli nel bosco che circondava come una giungla il parcheggio e dove confidavamo che, di notte, nessuno cercatore di funghi sarebbe passato. Avevamo cambiato i vestiti, indossato l’unica polo presente nel nostro bagaglio e lasciato che le scarpe da ginnastica prendessero il posto dei più ingombranti scarponi da trekking. Pur senza farci nessuna doccia, ci sentivamo come nuovi: avremmo approfittato del bagno di un bar per lavarci la faccia e cercato una trattoria da poco per la cena. Avevamo scelto la sala ristorante di una pensione alla buona. Nel tavolo a fianco sedeva una coppia genovese, che ogni estate saliva a Torriglia per scappare dal caldo della città. Un tempo, l’elegante l’uomo dai baffi bianchi che aveva salutato il cameriere in maniera cordiale, doveva aver camminato come stavamo facendo noi, e così, dopo aver ordinato il nostro vino e delle trofie al pesto, aveva allungato la mano verso la spalla di Luca, per richiamarne l’attenzione.
“Siete i ragazzi degli zaini?” aveva domandato con un filo di voce, “vi ho visto arrivare questo pomeriggio.”
“Siamo noi” aveva confermato Luca.
“E dove state andando?” aveva continuato curioso lui.
“Verso il mare. Abbiamo fatto la maturità e per festeggiare deciso di pagare questo pegno”.
L’anziano aveva sorriso, mentre di fianco, sua moglie, non mostrava alcun tipo di interesse. Come la maggior parte dei nostri compagni di classe non capiva chi ci avesse prescritto di fare tutta quella fatica, quando ci sarebbe bastato prendere un treno per trovarci catapultati a Camogli in poco più di un’ora. A suo marito, invece, dovevamo risultare simpatici, se è vero che aveva continuato a parlare con noi e cominciato a raccontarci di quando anche lui, durante la guerra, aveva camminato diversi giorni zaino in spalla, per tornare a casa. Ricordava quei momenti con una luce piena degli occhi e le sue parole ci risuonavano come una sorta di regalo. Dopo cena eravamo andati nel minuscolo centro del paese. Mangiato un gelato seduti su un muretto, commentando le ragazze che terminavano le loro “vasche” lungo la via principale, ma prima di mezzanotte non c’era più anima viva in giro, né bar o locali aperti. Gli zaini erano rimasti buttati in mezzo ai boschi esattamente dove li avevamo lasciati. Li avevamo riportati al parcheggio, tirando fuori le stuoie e i sacchi a pelo. Ci eravamo messi a dormire tra asfalto e ghiaia, fino a quando la brezza fresca del mattino non ci aveva svegliato. Avevo aperto gli occhi, ero sempre stato il più mattutino del gruppo, e notato un signore, lontano una decina di metri, che ci fissava con un cane al guinzaglio. Senza dirci nulla aveva gironzolato intorno cinque minuti e poi si era allontanato, visibilmente stupito di trovare qualcuno dormire lì. Ci aspettava la penultima tappa, da Torriglia a Uscio. A quel punto sarebbe bastato valicare al passo del Gallo e scendere verso il mare. A Camogli, per qualche giorno di relax, c’era una casa pronta apposta per noi. Quel tratto dell’antica via del Sale non era battuto da anni. Seguendo il sentiero che ci avrebbe dovuto portare, tra prati e boschi, fino a Uscio, ci eravamo persi nel nulla, districandoci in foreste di rovi per oltre due ore. Non si poteva andare avanti. Stremati, abbattuti nel morale quanto nelle gambe, avevamo deciso di abbandonare il sentiero non tracciato e scendere verso il serpente d’asfalto che vedevamo scorrere sotto di noi. Lo avevamo raggiunto, tagliando pascoli dritti per dritti, e deciso di continuare i nostri passi su quella strada nera, per evitare di perderci ancora. La tabella di marcia era ormai sfalsata: seguendo l’asfalto avremmo dovuto percorrere quindici chilometri aggiuntivi, invece di tagliare costeggiando le vette. Il piano di riserva che avevamo varato per sopperire all’inconveniente non ci faceva onore, ma non stavamo facendo nessuna gara e nessuno di avrebbe squalificato. Se pure un po’ ci dispiaceva, perché ci sembrava di tradire i nostri intenti, eravamo saliti sul piccolo bus che collegava tra loro i paesini della valle, per rimediare i chilometri non previsti. Senza che scendessimo, aveva superato Uscio e ci aveva portato poco lontano dal passo del Gallo. Era metà pomeriggio, avremmo raggiunto Camogli in anticipo rispetto ai programmi. Sulla cresta del passo, per la prima volta dal giorno della partenza avevamo visto il mare. Sembrava lontano, ma sapevamo che in tre ore di cammino i primi granelli di salsedine si sarebbero posati sulla nostra pelle. Avevamo percorso quell’infinita discesa in silenzio, come reduci di una battaglia persa. Sconfitti dalla fatica, inseguendo ognuno i propri fantasmi. Insieme a noi, anche il paesaggio era cambiato: sui lati del sentiero cominciavano ad aprirsi villette recintate da muri a secco, con prati tenuti alla perfezione e amache e piscine nei giardini. La terra del sentiero si era trasformata in gradini, gli stessi che Montale aveva sceso un milione di volte, e ai nostri scarponi sempre più spesso capitava di calpestare olive cadute a terra. Le lastre di ardesia del lungomare di Camogli ci avevano dato il benvenuto quando ormai era buio. In spiaggia non c’era nessuno, se non un paio di coppie. Prima di arrivare a casa avevamo deciso di fare tappa lì. Gli zaini lasciati cadere sui sassi, ancora tiepidi per il sole del giorno, e con loro magliette e scarponi. Entrati in acqua ci eravamo schizzati l’un l’altro, come nella scena finale di un film, prima di buttarci sotto il velo delle onde e permettere ai nostri capelli di assaggiare il sale del Mar Ligure. Solo là sotto il futuro ci era sembrato più limpido.

(fine)

 

Paolo Bottiroli

la foto in copertina è di Luca Traversa pubblicata su licenza CC