Prima di partire, l’immagine della Cina che avevo in testa era formata dalla ceramica gialla sui tetti della Città Proibita, dalla foresta di guglie e di draghi sulla sommità dei templi, dal blu, il rosso e l’oro dei mosaici sulle pareti, dal marmo bianco dei ponti sui fiumi.
Poi ho scoperto che nella realtà i colori sono opachi, filtrati dalla barriera di smog che desatura le immagini e pesa sulle vie rendendo l’aria sintetica. Ma non sarebbe vero neanche questo: a certe ore, in certi scorci di strade, quando il cielo si apre, quello che si vede è raro e magnifico.
Ho camminato nelle strade affollate di Shanghai, investita dal vento sulla passeggiata pedonale del Bund o con lo sguardo in alto verso i platani e i riflessi nelle finestre. Mi sono seduta nei parchi tra i grattacieli a guardare le ninfee e ad ascoltare il silenzio. Ho visto uomini sgranare le pannocchie sui cigli delle strade seduti in mezzo a cumuli di chicchi gialli; gli stessi marciapiedi sui quali li ho visti giocare a carte o a domino ridendo forte. Sono salita sulla muraglia da sola, in autunno, quando tutte le montagne intorno sono colorate di arancione.
Ho speso ore nei mercati, in mezzo alla pelle, alla giada, al profumo di tè. Ho visto due albe e diciotto tramonti e ballato a quattrocento metri d’altezza. Ho bevuto birra belga in mezzo agli Hutong, con un anziano pechinese parlando di Marco Polo e Bertolucci, scambiandoci la memoria.A Pechino sono stata travolta dalla densità dell’aria e degli spazi, dai fiumi ordinati di persone che dalle strade si riversano sulle scale mobili, nei treni della metropolitana, nei mercati e poi di nuovo in strada e nelle case quando fuori diventa buio.
I palazzi formano isole verticali che emergono dalle enormi città sdraiate nell’Asia: edifici che sono ripetizioni infinite di moduli architettonici, pattern dove si mimetizzano tracce di vita umana vicino a piccoli Siheyuan a un piano, dove la quotidianità è visibile nei panni appesi in strada, nei gusci d’uova usati come concime dentro ai vasi, nei motorini elettrici appoggiati alle pareti rovinate.
La Cina è fatta di eccezioni, preclusioni, incongruenze: grattacieli si ergono sulle case dell’ex Concessione Francese, i treni a levitazione magnetica convivono con carretti stracolmi trainati da biciclette, la dimensione pubblica si mescola a quella privata, in un folle caos di colori, odori e suoni.
Odore di fritto fin dalle prime ore del mattino, unito allo sfrigolio delle pentole e al vociare della televisione proveniente dall’appartamento dei vicini. Le strade, trafficate a ogni ora del giorno, piene del rumore di clacson e motori. La voce alta dei venditori di street food o degli artigiani che lavorano seduti sui marciapiedi. Il profumo di frutta e di fiori proveniente dai mercati, mescolato a quello di plastica dei fiori finti e dei souvenir. L’odore di incenso e di fumo nei templi e quello vagamente chimico della metropolitana, dove fremono i passi di centinaia di persone che vanno nella stessa direzione e la Turandot suona in sottofondo.
La Cina è anche il silenzio perfetto che si trova nei parchi, sulla Grande Muraglia e nei vicoli quando si rientra la sera e gli sguardi incuriositi delle persone verso i miei capelli chiari e la magnolia sul mio braccio.
Una descrizione della Cina come è oggi dovrebbe contenerne tutto il passato. Ma la Cina non ne parla, lo contiene come le linee di una mano scritto nel reticolo delle vie, nei decori dei templi, nei tetti grigi delle case, nel silenzio dei suoi laghi.
Per me questo viaggio è stato un esercizio: ho messo alla prova i polmoni, le gambe e gli occhi. Ho in mente vivida la sensazione di dover ridere e piangere e urlare e abbracciare qualcuno allo stesso tempo.
Ho portato con me delle tazzine da tè di porcellana, un ciondolo di giada, le caviglie infiammate e qualche amico in più.
La mia testa invece, è ancora là.

 

MicMichela Cavalleri, 25 anni, originaria di Brescia. Vivo a Milano, dove ho studiato Design del Prodotto. Fotografo perché mi piacciono le linee parallele e i tagli obliqui della luce, cercare la sintesi. Faccio design per gli stessi motivi.  tumblr | instagram