Siamo stati alla Biennale di Architettura 2014. Il tema è semplice, Fundamentals. Si parte dalle basi. Dalle pareti coperte di maniglie, dai serramenti, dalle cerniere. Ma non è questo di cui vi vogliamo parlare, in realtà. La Biennale di Architettura è una buona scusa per tornare a Venezia, se mai ci fosse bisogno di avere una scusa.

Io sono convinto che andare a Venezia almeno una volta l’anno sia salutare, andarci in occasione di una Biennale poi sia ancora meglio. Soprattutto se avete la fortuna di non essere architetti, secondo me dovreste andarci, perché aggirarsi per i padiglioni dei Giardini o scorrere lungo l’infinito edificio delle Corderie può aprirti la mente. Non tutto vi piacerà e non tutto lo capirete. Non lo capiscono nemmeno gli addetti ai lavori, in alcuni casi nemmeno gli stessi curatori. Non lasciatevi intimorire da planimetrie, da diagrammi, dai numeri e dai dati che troverete sparsi qua e là, presentati in maniera più o meno creativa. Se siete affetti da questa tara dell’architettura magari riuscirete ad apprezzare di più un vecchio schizzo su lucido degli anni ’30 o una soluzione strutturale di un serramento, ma davvero, passate oltre e non soffermatevi troppo su questi dettagli. Credo sia più importante guardarsi attorno e lasciare che le cose, alcune cose vi colpiscano. Per esempio lasciatevi stupire dalla connessione tra Scandinavia e Africa nera, di come alcuni architetti siano arrivati a costruire laggiù, nel pieno degli anni ’60, disegnando un paesaggio tanto insolito quanto ben studiato, come solo gli scandinavi sanno fare. Fantasticate sulle immagini di questi alti, biondi professionisti svedesi apparentemente spaesati in uno scenario tanto lontano dal loro. Chi poteva mai pensare a una connessione del genere? Io la ignoravo totalmente e mi è venuta voglia di saperne di più, di sapere cosa è rimasto di quell’esperienza e di come cose che possono apparentemente sembrare impensabili o impossibili, possano invece concretizzarsi.

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Le fessure nel rivestimento grigio del padiglione canadese riprendono la tipica strizzata che si da agli occhi in presenza di un riflesso luminoso molto forte, come solo si trova alle latitudini del Grande Nord canadese. Mettendo a fuoco un po’ più attentamente si possono scoprire piccole comunità che si sono insediate in condizioni di vita assolutamente estreme. Sarà che questo grande Nord mi ha sempre affascinato, ma ho pensato che se mai ne avessi la possibilità, un viaggio da quelle parti vorrei proprio farlo.

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Alcuni allestimenti decidono che le informazioni da dare debbano essere tante e simultanee. A volte funziona, a volte no. Israele decide di far vedere come il paesaggio si sia trasformato, come siano cambiati in numero e in occupazione di suolo i vari insediamenti che si sono susseguiti negli anni. Decide di utilizzare un piano di sabbia con un braccio meccanico robotizzato che tramite un punteruolo scrive sulla sabbia, disegna il perfetto confine dello stato, le parti abitate anno dopo anno e poi come fosse un colpo di spugna, una specie di tergicristallo si abbassa a cancellare tutto. E si ricomincia. Le proprie opinioni, siamo certi, restano intatte, ma l’idea di un equilibrio sempre instabile ed effimero è ben rappresentato da quella sabbia che torna sempre uguale a se stessa.

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Potreste accorgervi che paesi come Brasile e Argentina oltre alle solite cose belle di cui si parla, hanno – forse hanno avuto, sarebbe da capire – una serie di architetti “giganti”. Le immagini che tappezzano il padiglione del brasile ai Giardini e quelle del padiglione argentino all’Arsenale sono lì a dimostrarlo. Ma, vi assicuro, non è solo una roba da architetti, è che hanno saputo creare degli spazi con una qualità tale da far gridare di gioia, se non fosse che poi vi prendono per matti. Sarà il paesaggio tropicale, sarà l’oceano, sarà la musica che sembra uscire persino dalle fotografie, ma alcune immagini hanno una potenza davvero inconsueta.

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Già la Corte del Duca è un gran posto. C’è questo albero che svetta nel mezzo di questo rettangolo lungo e stretto, da una parte le case, dall’altra il Canal Grande. Nell’angolo a sinistra da sempre c’è il Lussemburgo. Si è scelto un posto notevole, non c’è che dire. Di solito del Lussemburgo si sa poco e niente. Noi di NBM abbiamo avuto Rachele che ci ha lavorato per quasi due anni, ma per il resto se non siete finanzieri creativi, non è argomento di conversazione. Entrando ci sono 5 video che mandano 5 filmati diversi, una sorta di investigazione, una ricostruzione del Lussemburgo, come – almeno così suggeriscono i curatori – quella fatta da Dale Cooper non appena messo piede a Twin Peaks. Ti siedi e ti rendi conto, io perlomeno mi rendo conto, che potrei passare ore a guardarli, con questo sottofondo di musica elettronica. Giri per le stanze e ti imbatti nella prima casa con il tetto piatto, una chiesa, un ponte e un teatro e anche un architetto che nel mezzo della notte è svanito nel nulla. Be’, benvenuti in Lussemburgo!! www.loved-hated-ignored.com

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E di Cipro? Quanti sanno che c’è un muro che divide in due l’isola? Che una parte è turca e una parte greca, che non si poteva attraversare fino al 2008, dal 1974? Impossibile passare da una parte all’altra dell’isola. Tu non esisti, non posso passare dalla tua parte. La teoria era più o meno questa. Nelle stanze di Palazzo Malipiero, ci spiegano che il muro di cartone che occupa gli spazi, simboleggia quel muro e quelle immagini che vediamo in primo piano non sono che la superficie di una storia, che si può andare più a fondo, si può scavare sotto quella superficie e provare a capire di più cosa significhi quel muro, e quale sia la storia che ci sta dietro. Per questo ti danno un taglierino, per scavare, andare sotto, e magari portarti via un pezzo di quel muro di cartone. Te lo timbrano, con un timbro che simboleggia quello che nessuno delle due parti vuole sul proprio passaporto. Si può scavare anche senza taglierino, tipo qui: www.wallpaperanatomy.com

Poi ci siamo noi, gli italiani. C’è una gran carrellata di immagini belle patinate, su blocchi neri retro illuminati. Belle ma di sicuro non troppo interessanti per tutti. In realtà, se si presta attenzione, molto di quanto ci riguarda, riguarda il passato, ciò che eravamo o che abbiamo cercato di essere. Così ci sono le immagini della città dell’Aquila, con i sostegni alle facciate degli edifici e le opere di consolidamento, c’è il restauratore di Assisi che racconta quanto sia deprimente lavorare sul restauro oggi, ci sono le fabbriche abbandonate, fabbriche che erano pensate e costruite bene. Poi Milano con i grattacieli e il duomo e la Sardegna con quello scheletro lasciato dal quasi G8. Il video è molto istruttivo su come si poteva fare qualcosa e non si è fatto.

A proposito di video, quello di Adrian Paci, artista albanese, che racconta la storia di un pezzo di marmo è assolutamente grandioso.

E poi c’è la città. Non c’è nulla da fare. Ogni volta che torno, e ormai sono davvero tante, mi sorprendo perché scopro sempre qualcosa di nuovo che mi fa pensare a quanto sia bella Venezia. Mi capita sempre. Quest’anno è successo visitando la casa dei Tre Oci. Ospita due mostre molto interessanti. La prima su come Venezia si sia attrezzata per dinfendere se stessa durante la Prima Guerra Mondiale. Foto d’epoca raccontano lo sforzo immane fatto per salvaguardare un patrimonio unico. La seconda è una raccolta di immagini vintage del fotografo americano Lewis Hine.

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L’avevo sempre vista dalle Zattere, mentre guardavo la Giudecca. Passeggiando o restando semplicemente seduto a leggere. Non ci ero mai stato, fino a qualche giorno fa. Inutile dire che è un posto bellissimo. Guardare fuori da quelle 3 finestre, vedere gli edifici poggiare sull’acqua come solo l’acqua alta sa farti vedere. Quando sono entrato mi sono detto: appena esco faccio due foto. Ecco, non le ho fatte. Un motivo in più per tornare.