“Viviamo nel tempo, il tempo ci forgia e ci contiene,
eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo”
(J. Barnes, Il senso di una fine)

“Se non posso fare un viaggio lungo ne farò tanti piccoli”
(M. Macrì)

 

Matteo Macrì decide di avviare il progetto fotografico “Nuova Toscana” nella primavera 2013, dopo un viaggio in Turchia rivelatosi catartico all’interno della sua ricerca. Armato di una Canon 40D e di una Opel Corsa, Macrì decide di intraprendere un “Viaggio in Italia” trent’anni dopo, alla ricerca di tutte quelle contaminazioni umane che marchiano il paesaggio del nostro Bel Paese come “un ricordo di un benessere mai vissuto”. Con la precisione del topografo e il gusto per il viaggio dell’antropologo, Macrì registra tracce, presenze, assenze esteticamente conturbanti – banalmente brutte – all’interno di un paesaggio che è, per natura e definizione, semplicemente bello. Se Nell’antica Grecia il concetto di “bello” non poteva essere distinto da quello di buono (“kalos kai agatos”), nell’opera di Macrì il binomio si traduce nel dualismo fra il Brutto e il Necessario, considerando che le sue presenze riguardano veri e propri feticci della civiltà industriale. In questo viaggio alla ricerca del brutto Matteo Macrì lavora principalmente sulla luce: fredda, distante, aggressiva: la luce delle sue immagini non è la calda e pulviscolare luce dorata dei colli toscani dell’immaginario collettivo e turistico, ma è la luce crudele del sole a picco, la luce fredda del neon, la luce misteriosa, gaddiana, del tardo pomeriggio. Ed è sulla luce, ancor prima che sulle forme, che Matteo Macrì imposta il suo progetto, descrivendo scenari che preludono l’Apocalisse ma non la svelano mai per intero.

Lucia Valente