Paola vive a Londra da parecchio tempo, e adora questa citta. Adora veramente ogni singolo “brick” di questa capitale e appena può la gira in lungo e in largo. Ogni tanto ci racconterà cosa ha trovato sulla sua strada.

“Londra è bellissima” scrisse nel 1995 un’entusiasta Bill Bryson nel divertentissimo Notizie da un’isoletta. Ed io, arrivata nella Capitale con l’intenzione di stare “sei mesi” per imparare l’inglese ed in procinto di celebrare il mio sedicesimo anniversario di permanenza, non posso che essere d’accordo con lui.

Londra è una città di villaggi che il tempo ha trasformato in quartieri: un conglomerato di stili architettonici accumulatisi uno sull’altro nel corso dei secoli come spessi strati di storia. Una storia che si rivela nei suoi edifici, nelle sue Chiese, nella toponomastica e nel tracciato delle strade. Non sorprende che Bryson, da bravo Americano catapultato nel Vecchio Mondo, ne fosse rimasto folgorato. Ma oltre ad una storia secolare ed una grande varietà architettonica, Londra ha anche molto altro: alcuni tra i migliori musei del mondo per esempio, e teatri e orchestre, un fiume e un numero pressoché infinito di parchi. Al tempo in cui Bryson scrive c’erano anche abitanti cortesi, esemplari purtroppo in via di estinzione come certe specie in mostra al Natural History Museum – colpa della globalizzazione suppongo.

Come per il nostro Bryson, anche per me sono i piccoli dettagli quelli che fanno così “Londra”: le cassette della posta fatte a pilastro con i monogrammi dei sovrani che le hanno commissionate, le cabine rosse del telefono (sebbene le poche sopravvissute siano state lasciate per il beneficio dei turisti che le usano per la foto di rito), i guidatori che effettivamente si fermano alle strisce pedonali e non cercano di ucciderti appena metti piede in strada, le deliziose quanto dimenticate chiesette dai nomi assurdi come St Andrew by the Wardrobe (Sant Andrea al Guardaroba), le improvvise oasi di pace in pieno centro come Lincoln’s Inn Field, e le statue di oscuri eroi vittoriani che sfido ogni inglese contemporaneo a riconoscere, i pub dalle insegne colorate, i taxi neri e (naturalmente) gli autobus double deckers – anche se nel nuovo elegante design di Thomas Heatherwick, quello del braciere olimpico del 2012.

20140824_144655Ma la mie favorite sono le Blue Plaques le targhe blu (ma all’occorenza anche verdi, o marrone) che ci osservano dai mattoni rossi o dall’intonaco bianco dei muri delle case e dei palazzi della Capitale per raccontare al mondo intero quale personaggio famoso ci ha vissuto, dormito, fermato o anche solamente mangiato. Un vero e proprio Hollywood Walk of Fame, solo molto più interessante e infinitamente molto più prestigioso. L’idea è del deputato liberale William Ewart, che nel 1863 propone di erigere lapidi commemorative nei luoghi in cui avevano abitato i personaggi che avevano contribuito alla storia del Paese e onorato la città. Era convinto che i suoi connazionali avrebbero apprezzato. E in un mondo come il nostro in cui la memoria ha una vita molto corta, il tempo gli ha dato ragione. Istituito dalla Royal Society of Arts nel 1867, e poi gestito rispettivamente dal London County Council (LCC) (1901- 1965) e dal London County Council (1965-1986), lo schema delle Blue Plaques è dal 1986 nelle mani di English Heritage ed è considerato il più antico esistente al mondo. Di queste targhe solo a Londra ce sono circa 880, anche se in passato erano molte di più – un centinaio di esse cadute vittime di demolizioni indiscriminate e dalle bombe della Seconda Guerra Mondiale. Ma ce ne sono ancora abbastanza per riempire di meraviglia, reverenza o perplessità una curiosona come la sottoscritta.

Inutile dire che andare alla scoperta di Londra (mappa alla mano) alla ricerca delle Blue Plaques è una delle cose che mi diverte di più, anche se diverte un po’ meno il mio compagno che sta ancora maledendo il giorno in cui mi ha regalato la famigerata London Blue Plaque Guide (ebbene sì, c’è pure un libro al riguardo…). Come quando ho deciso di “visitare” le targhe blu dedicate ai nostri grandi connazionali (Antonio Canal detto Canaletto al 41 di Beak Street in Soho, Ugo Foscolo al 19 Edwardes Square in Kensington, Giuseppe Mazzini al 183 North Gower Street in Bloomsbury, Italo Svevo al 67 Charlton Church Lane, a Greenwich e Guglielmo Marconi al 71 Hereford Road, Bayswater). Altre invece le ho scoperte per caso, camminando con il naso all’insú come faccio di solito, come quella dedicata ad Howard Carter, lo scopritore della tomba di Tutankhamun a pochi metri da casa mia. Un “vicino di casa” per me che da bambina sognavo di fare l’archeologa, di cui sono particolarmente fiera…

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Paola Cacciari

Laureata in Lettere Moderne e indecisa sul cosa fare da grande (la Scuola di Giornalismo? Il Rasta a Barbados?) Paola è arrivata a Londra nel 1999 con London Calling dei Clash nella valigia e l’intenzione di stare “sei mesi” per imparare l’inglese. È un’inguaribile curiosa e adora andare alla scoperta di angoli meno conosciuti della città e il suo compagno trema ogni volta che le sente pronunciare la frase “Stavo pensando…” perchè significa un’altra interminabile scarpinata tra chiese e musei. Inutile dire che non ha ancora deciso cosa fare da grande, ma nel frattempo l’inglese, lo ha imparato.

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