Fino a qualche tempo fa ero convinta che, tutto sommato, nell’arco della mia vita avrei viaggiato spinta sempre dallo stesso motivo: scoprire posti nuovi, dentro e fuori di me.

Poi, circa sette mesi fa, è successo che dal Lussemburgo mi sono ritrasferita a vivere a Milano, tornando in quella che è stata la mia città per molto più tempo di ogni altra. Tornare è significato tante cose e, tra le tante, è significato anche capovolgere il senso delle mie partenze: se dal Lussemburgo partivo molto spesso per tornare a casa, ora sono a casa. Allora perché continuo a partire?

Quando vivi in un posto che non senti appartenerti, ti sembra di essere un organo trapiantato nel corpo sbagliato. Quando torni in un posto a cui appartieni (perché la tua famiglia e le tue radici, per quanto non volessi ammetterlo, rimangono lì), ti senti come un organo finalmente ritrapiantato nel corpo a cui apparteneva. Ti senti a posto, calma, senza prurito sotto ai piedi, senza dubbi sul dove. Sei dove vuoi essere, l’irrequietezza si è calmata. Eppure, continui a viaggiare.

Ecco come sono arrivata alla conclusione che, alla soglia dei miei 33 anni, è venuto il momento di ammettere che no, non viaggio più per scoprire posti nuovi, dentro e fuori di me. Ora, viaggio per colmare le distanze che mi separano da persone che amo e che vivono lontane da me. Continuo a tendere fili sottili tra le vite degli altri e le mie, e la destinazione è diventata, in qualche modo, secondaria.

Introversa e solitaria, ho sempre pensato ai miei viaggi come alla ricerca di una risposta dentro paesaggi – interiori ed esteriori – affini e contemporaneamente diversi da me. In questi viaggi la compagnia era accessoria e non l’elemento centrale.

Da sette mesi a questa parte prendo aerei e treni perché dall’altra parte del viaggio ci sono persone che mi aspettano. Non per Parigi, ma per Kim, non per il Lussemburgo, ma per Magda e Charlotte, non per Bologna, ma per Francesca, non per Auckland, ma per Megan. Viaggio per gli incontri, viaggio per gli abbracci, viaggio per raggiungere persone che mi conoscono, mi capiscono, mi accettano.

Immagino che questa, lettori, vi suoni come la scoperta dell’acqua calda.
Per me, invece, è una piccola rivoluzione.
È riconoscere che dall’estate del 1999 in cui sono partita per l’Irlanda, le cose sono cambiate: le compagne di viaggio, le destinazioni, il peso degli zaini. E, tra le tante cose, sono cambiata anche io.

Ho abbassato le difese e lasciato che le persone, prima di ogni altra cosa, diventassero la mia destinazione.