Ci ha scritto un nostro lettore. Ci ha scritto una storia di viaggio un po’ particolare, molto attuale. Ci ha scritto per raccontarci una cosa che gli era successa e noi gli abbiamo chiesto se voleva condividerla con tutti noi. Ha detto di sì, questa è la sua storia.

“Sono circa le 11 e 30, quando mi ferma questo ragazzo di colore. Ce ne sono tanti in questa zona, dove lavoro, perchè siamo vicino alla stazione dei treni, e si sa che nei pressi delle stazioni gira più gente, è più facile raccogliere qualche centesimo, qualcosa da mangiare, una sigaretta. Mi ferma e mi chiede se parlo inglese, rispondo di sì, e mi dice che arriva dal Kenya, che ha bisogno di una mano, di qualcuno che lo aiuti. Lo sguardo è implorante, gli occhi acquosi di chi sta quasi per piangere. Mi rendo conto che non ho mai visto la disperazione, quella disperazione, così da vicino. Mi porge un foglietto ripiegato, carta a righe, su cui sono scritte poche frasi in italiano. Ci sono scritti il suo nome, da dove viene e la sua storia recente, il suo futuro – si spera – prossimo. Alcuni suoi connazionali gli hanno trovato un lavoro, lo aspettano, ma deve arrivare a destinazione con le sue forze, senza altri mezzi. Loro, mi spiega, non possono aiutarlo da così lontano. Deve arrivare nel Veneto, lì gli hanno trovato lavoro presso un’azienda agricola. Deve arrivare alla stazione, lo aspettano, lo andranno a prendere, lo aiuteranno, ma fino a quella piccola stazione deve arrivarci da solo. Mi ha preso in un momento in cui ero uscito per una commissione di lavoro, ritirare una busta che deve assolutamente arrivare in ufficio. Mi dice che il biglietto costerebbe circa 40 euro, se posso aiutarlo. Infilo una mano in tasca, ho solo 3 euro. Nel portafogli ho una banconota da 50, prelievo della mattina, ero rimasto senza nulla. Provo a dirgli che ho solo quelle monete, che non riesco a dargli 50 euro così. Rivedo quello sguardo, mi prende un braccio e quasi si inginocchia chiedendomi una mano. Guardo l’ora e mi dico che devo proprio andare, ma lasciare la cosa così non mi riesce. Non sono un eroe, non sono un campione di generosità, penso solo che forse posso fare qualcosa. Gli dico che devo tornare al lavoro, ma che se mi aspetta 10 minuti, poi vediamo come fare. Aspettami, torno. In tanti mi hanno detto che tornavano, ma non ho più visto nessuno: questo mi dice. Torno, fidati. Lo lascio lì all’angolo della strada. Il tempo di fare la strada, entrare in ufficio, consegnare la busta e fare una breve ricerca su internet. Sito delle ferrovie. Ha ragione, il biglietto costa così, circa 40 euro. Mi sento un po’ scemo ad aver controllato, malfidente, sospettoso, e non mi piace granchè. Torno fuori, pochi passi e lo vedo in fondo alla strada, esattamente dove l’avevo lasciato. Andiamo, gli dico. Mi guarda quasi incredulo. Andiamo a fare il biglietto, andiamo verso la stazione. Ci incamminiamo, lui di fianco a me, mi chiede se sono stato in Africa. No, purtroppo. Figli? No. Moglie? Sì. Perchè no figli? Non lo so, e mi viene da ridere. Gli chiedo come è arrivato. Ed era il solito barcone, poi Sicilia, Siracusa, treno, Napoli, Roma, ora qui. Non so perchè, ma sa che Torino è stata capitale d’Italia, mi chiede se lo sia stata anche Napoli. No, dico, Napoli no. Firenze, Torino, Roma, Napoli no. Su questo surreale ripasso di storia risorgimentale, arriviamo in stazione. C’è una macchina dei vigili, parcheggiata poco distante dalle porte d’ingresso. Impercettibilmente mi irrigidisco. Io. Bianco, vestito bene, con una carta d’identità, un lavoro. Mi irrigidisco. Lo guardo, per un attimo, lui nero, vestito non male, ma comunque riconoscibile, uno zainetto sulle spalle quasi vuoto (sarà tutta lì la sua roba?). Non capisco se sia tranquillo o se sia agitato, se dopo un po’ capisci e valuti quale sia una situazione di pericolo reale. Forse questa non lo è, entriamo in stazione. Alla macchinetta dei biglietti c’è coda. Passano tre poliziotti, stessa rigidità di prima. Lui sembra tranquillo e mi chiedo come faccia. Tocca a noi, gli chiedo a che ora deve partire. Mi dice, storpiandola, la parola “regionale”. Deve essere tutto regionale, immagino per evitare domande, controlli più probabili. Ovviamente così il percorso si frammenta, si spezza, si allunga. Prendiamo la prima tratta, pago, la macchina stampa il biglietto. Quando glielo porgo cerco di spiegargli che è il primo pezzo, poi dovrà cambiare per un altro pezzo, e poi ancora. Non riesco a finire. Prende il biglietto e tra vari godblessyou godblessyourfamily thankyouverymuch si allontana. Rimango fermo davanti alla biglietteria automatica, mentre lo vedo allontanarsi. Avrei dovuto fermarlo? Rincorrerlo? ehi, aspetta, ti manca un pezzo di viaggio! Troppo tardi, sono rimasto fermo troppo a lungo. Poi un pensiero stupido, di quelli che non vorresti fare. Forse era tutta una scena, forse avrebbe voluto i contanti, era tutta una scusa per i soldi. Non si aspettava il biglietto del treno e quando ha capito che non avrebbe ottenuto quello che sperava, ha preferito andarsene. Un po’ mi faccio pena a pensare così, mi piacerebbe pensare di avere più fiducia nel prossimo. Scaccio indietro il pensiero. Forse non ho fatto abbastanza, ma ho fatto qualcosa. Non so nulla della sua storia, non so cosa l’abbia spinto così lontano dalla sua terra, ma per un attimo ho provato a pensare che avrei anche potuto esserci io nei suoi panni, e ho pensato che sarebbe stato bello se qualcuno mi avesse dato una mano, anche solo per fare un pezzo di strada. Spero tu abbia avuto la tua possibilità, mi piacerebbe pensare che quel pezzo di viaggio ti abbia restituito un po’ di fiducia nel prossimo.”

Federico L.