Intervistiamo Luca, che ha fatto un viaggio in India con l’idea di perdersi e che alla fine ci ha scritto un libro, in versi.

NBM: Perchè un viaggio in India?

LB: Volevo perdermi dentro la pancia di un altro continente, viaggiare  a lungo e in libertà e non mi importava troppo dove. L’India mi incuriosiva per la sua grande tradizione spirituale ma soprattutto era un’occasione da cogliere al volo per fare il viaggio che avevo in testa: costava poco, potevo fermarmi lì a lungo e viaggiare per migliaia e migliaia di km via terra passando attraverso ogni tipologia di scenario naturalistico e culturale. Per il resto era un paese-continente di cui avevo poche idee e confuse, ma pensavo che solo uno stupido avrebbe potuto annoiarsi o non imparare niente da un’esperienza del genere e confidavo di non esserlo, quindi partii con un biglietto di sola andata.

NBM: Quali erano le aspettative prima della partenza e cosa ti sei portato a casa al tuo ritorno? 

LB: Volevo scacciare una paura, mettermi alla prova e realizzare un sogno. Una celebre poesia di Kavafis che mi ossessiona oggi come allora invita a “non sciupare la vita/ fino a farne una stucchevole estranea”: la paura era quella di cedere alla pigrizia dopo aver raggiunto gli obiettivi che mi ero prefissato anni prima o viceversa cedere all’ansia di darsi un futuro entrando automaticamente nel meccanismo stage/master/cercare lavoro. La prova era stare fuori sei mesi da solo per sperimentare una solitudine e una libertà che non provavo da tempo. Il sogno era dimostrarmi di essere all’altezza dei miei sogni e legare il mio destino a un grande viaggio, perché sono sempre stato affascinato da chi riusciva a partire davvero per un’avventura e l’istinto mi diceva che era il mio turno. L’India è stata così un campo di prova, una casa e una famiglia incredibile, enorme, caotica, terribile e dolcissima. Mi ha pacificato il cuore, lavato la mente come un balsamo e offerto la visione della vita dalla prospettiva gioiosa, anarchica ed eterna che le è propria. Ci si deve arrendere all’India per amarla. A casa sono tornato che avevo vissuto un sogno ed ero pronto a sognarne altri. E da una casa di studenti sempre piena di gente sono andato a vivere da solo in un paesino di 10 anime sulle montagne, perché la solitudine e la libertà vissute in viaggio mi erano piaciute eccome.

NBM: La cosa più difficile da affrontare e quella che non immaginavi sarebbe stato tanto facile fare tua?

LB: Il momento di maggiore difficoltà sono stati i primi giorni a Varanasi, che unisce orrore e santità e te li sbatte in faccia senza alcuna mediazione. Sui ghat in 30 metri quadrati nello stesso attimo 2-3 corpi stanno bruciando, le famiglie vegliano la cremazione con dignità indicibile, sadhu s’impongono pittoreschi e ancestrali, turisti osservano in disparte ora meravigliati ora commossi, il Gange putrido mesce resti di cadaveri che appaiono talvolta sulla superficie dell’acqua ai rifiuti di una delle città più sporche del mondo, mucche scheletriche – bufali imponenti – scimmie fetide – cani randagi – topi enormi vagano senza meta frugando dappertutto e infine una fila di persone fa la questua in fin di vita per comprare pochi tronchi delle enormi pile di legna accatastata dietro di loro per farsi cremare proprio dove tu poggi i piedi in quel momento e neppure capisci perché tutto questo sta accadendo intorno a te, non capisci più come dovresti sentirti, non sai più se riesci letteralmente a “sentirti”. Tutto quello che hai studiato fino a quel giorno non ti serve a niente: è tutto assurdo e osceno e al contempo sacro e vitale. Giudicare ti fa propendere per l’una o per l’altra prospettiva, è rassicurante ma parziale e illusorio; sospendere il giudizio inizialmente può farti sentire debole e confuso, ma da questo smarrimento si impara a smettere di giudicare ciò che non si capisce, ad accettarlo prima di capirlo. Per me questo “salto” non è stato semplice, è stato uno schiaffo al modo con cui avevo vissuto e osservato il mondo fino a quel momento. È facile invece una volta partiti abituarsi alla nuova vita da nomade e a stare bene con l’essenziale dentro uno zaino, anzi uno zainetto nel mio caso visto che una delle scelte “forti” di questo viaggio era quello di muovermi il più leggero possibile. Ricordo che il giorno prima di partire realizzai che forse avevo esagerato, avevo preso una borsa che era talmente piccola che non mi sarebbe bastata per una settimana fuori, figuriamoci per sei mesi. Mi sembrò una sfida persa in partenza, ebbi un attimo in cui mi dissi “ma chi me lo fa fare?”. Una volta laggiù mi chiedevo invece “e che me ne facevo di uno zaino più grande?”. Viaggiare insegna a togliersi di dosso il superfluo che prima di partire pare irrinunciabile.

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NBM: Come ti sei preparato – se lo hai fatto – al viaggio? cosa hai letto, studiato, guardato, ecc.

LB: Sono andato in India senza mitizzarla col sentito dire o le letture preventive, non volevo alimentare pregiudizi o illusioni; anzi, pensavo che questa storia dell’India che ti cambia la vita fosse una leggenda da fricchettoni. Durante il viaggio invece ho letto soprattutto diari di viaggio, testi sacri e saggi su induismo e buddhismo. Volevo capire la cultura che si celava dietro ai monumenti, le situazioni e le persone che incontravo tutti i giorni. Musica invece non ne avevo con me sebbene sia centrale nella mia vita di tutti i giorni, ma in viaggio mettersi due cuffie su un treno con la musica che già conosci e ami vuol dire tirarsi fuori dai giochi per rifugiarsi nelle proprie certezze invece che aprirsi al nuovo, al diverso, all’altro. Sennò che si viaggia a fare? Uniche eccezioni, quando mi è capitato di fermarmi a lungo, sono stati musicisti classici indiani come Ravi Shankar, Ali Akbar Kahn, Ronu Majumdar, Pran Nath, le colonne sonore dei vecchi film di Bollywood, i dischi “indiani” di Ry Cooder e Jan Garbarek, il White Album dei Beatles a Rishikesh perché vivevo davanti all’ashram oggi abbandonato dove lo hanno composto e Sea Change di Beck perché me lo sono ritrovato “per caso” ed era perfetto per quello che stavo vivendo.

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NBM: Il tuo libro è decisamente inusuale per essere un racconto di un viaggio perché è in versi; hai saputo da subito che l’avresti scritto così? cosa hanno, danno in più  – o in meno –  i versi rispetto ad una narrazione in prosa?

LB: Non esiste un genere codificato di poesia di viaggio, tanto che molti pensano alla letteratura di viaggio come genere in prosa. Effettivamente rispetto ai narratori, sono assai meno i poeti che hanno dedicato ai loro viaggi intere opere in versi. I più esemplari sono MacDiarmid, Cendrars, Brodskij, Luzi, Walcott, Niccolai (Giulia, l’autrice della splendida postfazione del mio libro) ma non esiste poeta che non abbia mai dedicato un verso a un luogo. Come poeta invece solo Nicolas Bouvier corrisponde a quel profilo di esploratore e scrittore alla Chatwin che ha fatto la fortuna del genere. Riguardo al caso specifico dell’India, tantissimi sono i poeti viaggiatori che vi si sono recati, ma quasi tutti decisero di raccontarla in prosa (Gozzano, Pasolini, Octavio Paz…) per comunicare a chi restava a casa descrizioni, sensazioni e riflessioni scaturite da luoghi all’epoca di difficile accessibilità. Alla poesia invece manca del tutto questa istanza comunicativa, la poesia evoca e testimonia. In una poesia di viaggio si rinuncia a descrivere in modo esaustivo un paese, un monumento o un panorama e si punta tutto sull’evocare il sentimento che reca o parti eminenti di questo che ne richiamino quel significato profondo che è oltre la semplice somma delle sue parti: se la fotografia attraverso il fotografo cattura ciò che accade al di là dell’obbiettivo, la poesia di viaggio attraverso un accadimento cattura anche ciò che è al di qua. “La poesia non si scrive, ci scrive”.

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NBM: Che paese è l’India ai tuoi occhi adesso? quanto importante è la presenza della spiritualità e quanto l’idea di una potenza in espansione verso il mercato globale? come convivono queste realtà così  – apparentemente – in contraddizione?

LB: Faccio mia la premessa di un filosofo indiano che dice che la prima volta che visiti l’India pensi di aver capito tutto, è dalla seconda volta in poi che cominci a non capirci più niente. Io sono stato solo una volta, seppure a lungo, in India e se la guardiamo con i nostri occhi occidentali resta un paese incomprensibile. È una contraddizione costante come tu hai sottolineato già nella domanda: la più grande democrazia e il paese più religioso al mondo – con una sorta di “anarchia che funziona” popolare che sopravvive parallela alla “macchina” globale che gira a ritmi sempre più vorticosi – capace di trasformarsi da colonia inglese in una delle prime potenze mondiali in mezzo secolo mentre la sua popolazione nello stesso tempo non è riuscita a metabolizzare i cambiamenti più elementari (per esempio, si getta ovunque la plastica usata per confezionare i prodotti alimentari come se fosse ancora una foglia di banano). Penso che nessun paese quanto l’India ponga tanto al centro la spiritualità: se in Occidente puoi studiare per cinque anni psicologia e non incontrare mai la parola “anima”, mi sorprendeva ed estasiava in questo senso come in India qualsiasi conversazione occasionale non fosse esentata dalla stessa parola. La spiritualità degli indiani è il segreto del loro approccio unico alla vita ed è una delle lezioni più importanti che l’India ha da offrire al viaggiatore, ma se prima di partire pensavo che potesse costituire un argine al materialismo sfrenato che sta contagiando le economie emergenti come la loro, adesso so che riescono a far convivere anche questi due elementi e in questo sono letteralmente pornografici, con una mancanza di discernimento sconfortante e al contempo così ingenua da esentarli dalla colpa nella colpa manifesta: si vendono corsi di yoga come scatole di fagioli, i monaci donano bottiglie di Coca Cola alla statua del Buddha e così via. L’elemento spirituale non scompare, ma si contamina con esiti alieni alla loro cultura millenaria, un pastiche grottesco come quello di tutti quei paesi orientali che finiscono per prendere il peggio dall’Occidente. La crescita economica non ha riscattato le enormi diseguaglianze sociali che in India hanno origini religiose e culturali – anzi le ha nuovamente legittimate – però ha definitivamente emancipato la nazione dal giogo dei potentati stranieri; siamo tutti curiosi di capire cosa l’India potrà essere “da grande” e gli indiani per primi stanno prendendo consapevolezza della loro nazione come potenza mondiale. Invidio ai giovani indiani la possibilità di sognare un futuro che sia una versione migliorativa del presente, tanto lo scenario minimo di stabilità è garantito. Mi stupì in questo senso una classe di giurisprudenza che incontrai sul treno: chiesi loro cosa avrebbero voluto fare da grandi, tutti mi risposero il Ministro della Giustizia! Da noi nessuno ha più l’innocenza di rispondere qualcosa del genere tanto è diffuso, appropriato e spietato ogni disincanto.

NBM: Una cosa che chiediamo a tutti i viaggiatori: consigliaci un posto davvero imperdibile dove sei stato! (che sia un ristorante, un museo, un santuario, una spiaggia o un sentiero di montagna, qualsiasi cosa…)

LB: Gli itinerari di viaggio da consigliare sono tantissimi, vado invece con due luoghi in cui fermarsi un poco.
Il primo è l’ashram di Rishikesch che si affaccia sul Gange, lì cristallino, dove Manisi, Leela e Narasing mi hanno ospitato per venti giorni, i più lieti, lievi e intensi dell’intero viaggio. E pensare che arrivavo da Varanasi, ero a pezzi, fisicamente e mentalmente… Manisi e Leela sono due italiani con una storia bellissima, che vivono in India da 40 anni con passione e semplicità. Ti rimettono al mondo solo a guardarli negli occhi, tanta è lo spirito di ricerca e al contempo l’accettazione del tutto che emanano. Tutto intorno le pendici dell’Himalaya e il Gange limpido, glaciale ed imponente. L’altro è a Vaschisht, 100hands, un cinema/caffè letterario ritrovo di viaggiatori da tutto il mondo nel bel mezzo dell’Himalaya, in un paesino di pastori e vacche finalmente grasse poco sopra Manali, a circa 3000 metri di altezza. I proprietari e gestori sono un collettivo di artisti indiani con cui passare serate intere a discutere di cinema, musica e poesia. Nel menù dei film, perché si possono scegliere le proiezioni così come cosa mangiare e bere, si trova tutto il meglio della storia del cinema. Sembrava assurdo essere lassù e poter scegliere tra Tarkovskij, Antonioni e Satyajit Ray.

Luca Buonaguidi (Pistoia, 1987) vive in un piccolo paese dell’Appennino tosco-emiliano. Ha pubblicato i volumi di poesia “I giorni del vino e delle rose” (Fermenti, 2010) e “Ho parlato alle parole” (Oèdipus, 2014), ha curato “Franti. Perché era lì – Antistorie da una band non classificata” (Nautilus, 2015) scritto col collettivo Cani Bastardi, un suo racconto compare ne “La sagra è vicina” (Beltempo, 2013) e ha partecipato al disco “Approdi. Avanguardie musicali a Napoli – Volume I” (KonSequenz, 2015). Laureato in psicologia clinica, lavora in una comunità terapeutica, ha organizzato festival (Altrofest, Firenze, 2012-2013) e curato seminari esperienziali di scrittura creativa. Scrive di musica, cinema e letteratura per varie riviste online e suoi testi sono apparsi su riviste di letteratura e poesia.

Sito internet personale: www.carusopascoski.com
facebook: “INDIA – Complice il silenzio”
“INDIA – Complice il silenzio” edizioni Italic Pequod

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