Stiamo viaggiando verso sud in piena estate. Fin dall’aereo, guardando giù verso  quella terra arida e giallastra sotto di noi, si percepisce il calore intenso. Fa caldo in Sicilia in Luglio, non c’è dubbio. Si sente il vento tiepido che soffia, l’umidità un po’ alta fin dal mattino. Non piove da mesi. Ma questa sensazione di calore è nulla a confronto con quella che emanano i siciliani. Il calore atmosferico passa in secondo piano quando ti rendi conto di quale sia il loro concetto di ospitalità, quanto tengano a far vedere, a far conoscere la loro terra. Il personale degli hotel che ci hanno ospitati, le guide che abbiamo incontrato, le persone con cui abbiamo parlato, tutti ci hanno fatto sentire a casa, anche se a casa non lo eravamo.

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Le parole di Nuccio ad Agrigento, i suoi racconti sui templi e sulla storia della sua città, quasi l’imbarazzo quando ci siamo trovati davanti un cancello chiuso alla casa di Pirandello. Incredulo, non si capacitava di quello che era successo. La voglia di raccontare era così tanta che anche se all’esterno abbiamo potuto ascoltare la storia delle ceneri del grande scrittore, di come fossero arrivate fino lì, di quali strade avessero percorso. Un piccolo aneddoto che ha fatto sorridere tutti e ci ha in parte consolato dal non poter visitare la casa.

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Ed era dispiaciuta Lucia quando, dentro il castello di Donnafugata, si rendeva conto dei problemi che ci sono e dell’impossibilità di risolverli in tempi brevi. Avrebbe voluto farci vedere tutto, raccontarci tutto, ma a qualcosa abbiamo dovuto rinunciare, perchè un parroco poco incline ai turisti non deroga dall’orario di chiusura di una chiesa. Fino all’ultimo ha provato a far stare tutto nei tempi, ma poi anche lei si è dovuta arrendere. Per questa volta l’interno del Duomo dovrà aspettare, ci rifaremo in una prossima visita.

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La gentilezza della famiglia Arezzo di Trifiletti, che apre le porta della loro casa, con secoli di storia alle spalle. Il padre ci racconta che è stata un’idea del figlio, ma si capisce bene che la cosa non gli dispiace affatto. Ci racconta di come si viveva, della vita lontano dalla Sicilia e della voglia di tornare. Il palazzo che apparentemente potrebbe mettere soggezione, all’interno di rivela una casa vera, vissuta. I suoi abitanti, estremamente affabili e disponibili.

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L’incontro con Virginia nel suo ristorante a Niscemi. Una ragazza giovane con la voglia di costruire qualcosa di nuovo ma comunque legato alle sue radici. Ci apre le porte della sua cucina, del suo orto, ci coinvolge, con la sua mamma e i suoi amici, siamo tutti insieme in quella cucina come se fosse un festa e ci si conoscesse da tempo. Qualcuno esagera con il pepe, qualcuno brucia qualcosa, ma va tutto bene. Il suo sorriso e il suo entusiasmo non accennano a diminuire. Solo perchè geograficamente impossibile, diversamente saremmo già diventati ospiti fissi del suo ristorante Sciavuru. Ma torneremo, prima o poi torneremo. Ne siamo certi.

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Un pomeriggio Franco ci porta nella sua Niscemi a conoscere Totò e il suo museo. Totò Ravalli è un signore alto e magro con i capelli bianchi e una grandissima passione per la sua terra. Ha girato per le case, raccogliendo tutto quello che sarebbe stato buttato, per evitare che se ne perdesse memoria. Ha raccolto tutto in una specie di deposito magazzino e racconta una piccola storia praticamente su ogni oggetto. Si entusiasma parlando di cesti di vimini e piccoli giocattoli semplici, illustra quanto fatto e ricostruito con l’orgoglio di un genitore verso i propri figli. In alcuni momenti sembra quasi commosso dall’interesse mostrato. É una di quelle persone con cui varrebbe la pena fermarsi a parlare sempre.

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Anna ci viene a prendere con la macchina lungo una strada sterrata. Il telefono praticamente non prende, riusciamo a dire giusto due parole, ma sono sufficienti a farle capire che siamo arrivati. Ci carica in macchina e poi si percorrono 7 minuti di strada, ancora sterrata. La sua casa, e gli animali sono in una splendida vallata in provincia di Ragusa. Ci sono i cani e i suoi asini e la sua famiglia. Anna è minuta ma si capisce al primo sguardo che è una tosta, che ama quello che fa, che si impegna per far conoscere la sua terra, che cerca di far conoscere questi straordinari animali che per interi periodi storici sono stati prezioni amici dell’uomo. Il nostro giro sarà breve, ma estramente piacevole, sia per l’atmosfera, sia per le chiacchiere. Ci sarebbe la possibilità di farne uno più lungo. Ne varrebbe sicuramente la pena.

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Quando siamo arrivati alla Sughereta di Niscemi il caldo era quasi opprimente. Totò Zafarana – un professore di scuola media che si preoccupa che tutto sia sotto controllo – si muoveva per quei sentieri come se fosse nel corridoio di casa, di una casa in cui girano in troppi, e in cui in troppo pochi fanno qualcosa per mandarla avanti. Si vedeva che si era preso a cuore questo pezzo di terra con grande tenacia, passando questa passione anche alla figlia. Era anche evidente che molti degli sforzi fatti non sono stati per nulla ripagati, ma questo non gli impedisce di andare avanti lo stesso con le sue idee. Questa sensazione l’ho avuta spesso sentendo parlare le persone che abbiamo incontrato. Un amore incondizionato, non sempre ricambiato, a volte deluso, ma mai abbandonato.

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E Veronica che ci ha accolto alla tenuta principesca dei Feudi del Pisciotto, ci ha portato in giro per la cantina mostrandoci i segreti del vino, mostrandoci uno dei posti più belli – ancorchè esclusivi – che ci sia mai capitato di vedere. Anche lei giovane e appassionata, precisa e competente.

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Poi c’è Franco, il nostro accompagnatore. É stato con noi per tutto il tempo, portandoci avanti e indietro, guidando per ore, preoccupandosi del cibo, dell’acqua, prendendosi cura di chi non mangia il pesce, di chi non mangia le mandorle, di chi non mangia gli agrumi…sì tutto questo in Sicilia! Ma non ha mai fatto un problema, mai un moto di fastidio verso questo milanese un po’ difettato (il sottoscritto…), anzi. Franco che ha fatto dell’accoglienza una professione, una mestiere che parte da molto lontano, da quando i suoi nonni avevano un servizio di carrozze che portava le persone verso la città. E questa propensione ad accudire i propri ospiti l’abbiamo toccata con mano ogni giorno, ogni ora. Fino all’ultimo, la sera che ci siamo salutati, con un regalo per tutti.

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In questi quattro giorni di persone ne abbiamo incontrate tante, sia in giro che all’interno delle strutture di Eden Hotels che ci hanno ospitato; non di tutte ci ricordiamo i nomi, ma di tutte ci ricorderemo il sorriso e la gentilezza. Perchè spesso quello che resta di un viaggio non sono solo le cose che si vedono, ma le persone che si incontrano. Tornando a casa ho pensato che avrei voluto avere più tempo, più tempo per parlare, per chiedere, per capire. Ci saranno altre occasioni.