Arrivare a Doel è abbastanza strano. Si percorre una normalissima strada statale, ci si immette in una rotonda, poi uno svincolo; si finisce in un tratto nuovo, asfalto quasi immacolato, guard-rail luccicanti, rotonde appena inaugurate, qualche deviazione. Ci si ritrova, di lì a poco, in una terra di nessuno che corre lungo le strutture del porto di Anversa. Grandi carriponte, migliaia, decine di migliaia di container, recinzioni, ancora deviazioni. Qualche cartello indica ancora la strada per Doel. Continuiamo a seguirla senza sapere bene se sia quella giusta o meno. Ci sono altre auto, che procedono con la nostra stessa cautela. Alcune motociclette ci superano in un lungo rettilineo, alcune immancabili biciclette percorrono la pista ciclabile alla nostra sinistra. Mentre guido mi viene in mente la prima puntata di quello che una volta si chiamava radiodramma (o radiofilm…) ossia “Il Mercante di Fiori“. Rumori di elicotteri, un grande porto, un dedalo di strade e la persistente sensazione di essersi persi. Non accade nulla di quello che accadeva nella puntata, anzi, ad un certo punto arriviamo all’ultima rotonda che sembra portare a destinazione. Un cartello, per fortuna scritto solo in fiammingo, intima qualcosa che non capiamo e che forse dovrebbe farci desistere. Le due sbarre  – a chiusura della strada –  sono alzate, per cui passiamo oltre. Percorriamo un lungo rettilineo che punta dritto verso il fiume Scheldt, si scorge l’argine all’orizzonte. Sulla sinistra, la struttura inconfondibile di una centrale nucleare, con le due torri di raffreddamento; dopo alcune centinaia di metri incrociamo le prime abitazioni, decisamente abbandonate. Presto ci si rende conto che qui tutto sembra essere stato abbandonato. Cartelli divelti, insegne sradicate, vetri rotti, vetri rotti ovunque. É sabato pomeriggio e non siamo soli. Doel è una città quasi fantasma, che però ha la forza di attrarre a sè ancora molte persone. Ci sono infatti diverse macchine parcheggiate lungo la strada che doveva essere la strada principale, molte sono parcheggiate più avanti, nei pressi di un vecchio mulino sull’argine del fiume che in realtà è un bar. Un bar aperto e perfettamente funzionante, con tavolini e ombrelloni a mitigare il caldo di questo agosto belga. Molti, come noi, scendono dalle auto e si aggirano un po’ increduli tra le vie di quello che sembra un set abbandonato di una puntata di The Walking Dead. La prima cosa che colpisce sono le finestre e le porte sbarrate, i vetri rotti, il vandalismo perpetrato praticamente ovunque. Non appena lo sguardo si abitua si coglie anche altro. Per esempio che non tutte le case sono davvero abbandonate. Su alcune finestre si vedono vasi di fiori, cartelli che segnalano sistemi di monitoraggio, cartelli di eventi passati, manifestazioni di solidarietà, alcuni più semplicemente sembrano dire “Ehi, io sono qui e sono vivo”. Poi ci sono i murales, i disegni fatti sulle facciate opera di molti artisti nel tentativo di salvare questa piccola cittadina. Sì, perchè in fondo cosa è successo veramente a Doel? In sostanza, il porto di Anversa ha bisogno di spazio, ha bisogno di potersi allargare per fare fronte alle esigenze di porto commerciale tra i più importanti d’Europa e forse anche del mondo. Deve movimentare merci, container, navi. Doel si trova proprio nel centro di questo piano d’espansione e qualcuno ha deciso che fosse una vittima sacrificabile. Se ne sono andati quasi tutti, immaginiamo risarciti, invogliati o semplicemente scoraggiati all’idea di vivere in un luogo semi abbandonato. Qualcuno, invece, non ha voluto andarsene, non ha voluto lasciare la propria casa e rimane lì. Alcuni di questi stavano tranquillamente con le sdraio davanti a casa, a chiacchierare anche con i turisti. C’è un sito che spiega meglio e più nel dettaglio la storia di questa lotta urbana, purtroppo è quasi tutto in fiammingo, ma ce n’è una parte in inglese: Doel2020.

Ad oggi la situazione non sembra essere molto chiara: la volontà espansionistica del porto sembra essersi fermata, ma allo stesso tempo nessuna istituzione sembra intenzionata a riportare in vita la piccola cittadina e i suoi abitanti superstiti. Anzi, al contrario, nel 2009 viene deciso che sebbene il porto abbia in qualche modo rinunciato ai propri interventi infrastrutturali, la cittadina dovrà essere comunque demolita in ogni sua parte. Siamo nel 2015 e cosa resta di Doel? Un vecchio mulino che serve da bere quasi sicuramente solo nei fine settimana estivi, qualche casa abitata da alcuni irriducibili che non hanno perso la speranza, alcune opere di street art, qualche turista come noi un po’ più curioso del normale, qualche fotografo con relativa modella, gruppi di ragazzi locali con la radio a tutto volume e la certezza che nessuno si affaccerà per il troppo rumore. Camminando per le strade del piccolo villaggio si respirava una strana aria, una sensazione mai provata prima. Un senso di abbandono denso e profondo che veniva mitigato solo dai piccoli segnali di presenza umana. Qualche fiore, qualche figura di carta appesa alle finestre. Non sappiamo cosa ne sarà di Doel, sarebbe bello se riuscisse a riprendere fiato.

 

Doel era una delle 10 cose da sapere sul Belgio, le altre le trovate qui.