Alessandro ci aveva inviato, un paio d’anni fa, il suo diario (sentimentale) di viaggio dall’India. Oggi invece ci racconta, benissimo, il suo viaggio in Giappone.

16-21 agosto 2015 – Kyoto

All’altezza di Novosibirks, più o meno da quelle parti, almeno secondo la road map di bordo, ho iniziato a pensare ai voli intercontinentali che ho fatto finora: mi ricordo qualche dettaglio solo del primo, da Amsterdam a New York, 7 ore e mezza passate di fianco a un ragazzo con la faccia piuttosto truce e un tatuaggio sul bicipite destro dedicato alla memoria della mamma. Gli altri? Avvolti in una nuvola di sprazzi sbiaditi. Unica costante pensata: “Non mi hanno mai perso la valigia”.

Appena atterrati a Osaka, un sms di Finnair mi avvisava che il mio bagaglio era rimasto a Helsinki. La trafila al Lost&Found, gli inchini di scuse dell’impiegata, manco l’avesse materialmente lasciato lei a terra, quindi il treno per arrivare a Kyoto, con l’incazzatura addosso e la testa rincoglionita dal volo e da sette ore di fuso orario. Sul treno, nel sedile a fianco, una ragazza guardava fuori dal finestrino e piangeva. Singhiozzava proprio. Magari aveva accompagnato all’aeroporto il fidanzato che partiva per sempre, oppure anche a lei avevano perso la valigia. Non riusciva a smettere proprio, una lunga ora di tristezza in diretta, roba da andare lì e abbracciarla facendole pat pat sulla spalla per cercare di calmarla. È scesa a Shin Osaka che ancora tirava su col naso, chissà come sta adesso?

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Il Giappone, per ora, è come uno se lo aspetta: ordinato, preciso e completamente folle. Stasera abbiamo cenato in un locale per salarymen che ordinano la zuppa da un terminale e aspettano che gli venga servita dopo pochi secondi, quindi la mangiano risucchiando rumorosamente come d’obbligo, senza staccare gli occhi dal cellulare. Ho provato anch’io a fare lo stesso con i miei udon bollenti, ma non sono riuscito nemmeno lontanamente ad avvicinarmi alla musicalità degli altri avventori locali.
Le ragazze vestite come geishe, ma che geishe non sono, hanno tutte in mano un iPhone. La gente ti parla in giapponese anche se sa benissimo che non lo capisci. 
Dovrebbero obbligare chiunque a fare almeno un viaggio verso lo sconosciuto una volta l’anno. Viaggiare rimette tutto a fuoco. Viaggiare fa schizzare l’empatia a livelli mai visti. Di chiunque incroci per strada, mi chiedo che vita faccia, cosa pensi la sera prima di dormire, come si trasformi il suo viso quando sorride.
In un negozio Benetton dove ho comprato una maglietta per ovviare alla mancanza di cambi, passavano lo stesso pezzo dei Coldplay che ascolto ora. Ero felice mentre provavo la maglietta, anche se mi avevano perso la borsa. 
Le mutande, invece, erano sold out in quel negozio e la commessa non se ne capacitava. La valigia poi è arrivata, pensavo si fossero tenuti la chiave del lucchetto e il facchino dell’albergo era già andato a prendere una tenaglia per romperlo. C’è rimasto male quando ha visto che la chiave era in una busta appesa alla maniglia. Poi ha sorriso, ha fatto un inchino e detto qualche parola incomprensibile. Sono adorabili.

Il giorno dopo affittiamo due bici, il sole che filtra fra le nuvole è cocente. Ho gli stessi jeans indossati per il viaggio, la nuova t-shirt di Benetton e mutande recuperate in un altro negozio. Sudo come se non ci fosse un domani mentre spingiamo sui pedali per raggiungere i diversi templi della zona di Higashyama. Beviamo l’acqua che guarisce tutti i mali dalla fonte del tempio Kiyomizu-dera. Al ritorno dal Padiglione d’Argento la strada è in discesa, l’aria è più fresca, il tramonto riconcilia con questo mondo infame, gli alberi di canfora gigantesca si ergono scuri ai lati delle strade proteggendo i giardini dei templi. Voliamo leggeri sulle ruote di queste biciclette temporanee. Sarebbe bello se tutto fosse sempre come questa discesa.

21-23 agosto 2015 – Hiroshima

Non avresti mai detto che 70 anni fa qui intorno era tutto macerie e morte e distruzione. Non l’avresti mai detto se fossi stato al bancone di questo ristorante, ribattezzato “Il Trucido”, in questa serata di nuvole e temporali, osservando gli sguardi sereni e la complicità e la leggerezza di giovani ragazzi che preparano sulla piastra deliziosi piatti sconosciuti e ti sorridono cercando di imbastire assurde conversazioni sull’Expo che non vanno oltre le 5 parole.

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Non l’avresti saputo, ma l’avresti immaginato, se fossi stato seduto su una panchina del Parco della Pace, dopo aver visitato il Museo dedicato alle vittime, perché avresti cercato di figurarti il silenzio dopo lo scoppio della bomba, quell’attimo indefinito fra l’esplosione e il rumore dei crolli, degli incendi, delle urla dei feriti. Come nella sigla di Ken Shiro: “L’aria si incendiò e poi silenzio…”. L’avresti probabilmente immaginato sentendo il suono basso e lugubre di una campana posta al centro del parco che molti turisti fanno suonare con due rintocchi, proprio come avevi appena fatto anche tu.
Eppure avresti fatto fatica a renderlo vivida quell’immagine, perché a pochi passi dallo scheletro dell’unico edificio rimasto in piedi e ancora conservato così, ci sono assurde sale pachinko e palazzi di 10 piani pieni di videogiochi e negozi che straboccano di oggetti mai visti e persone che ti passano accanto senza nemmeno guardarti in faccia. E allora non ti resta che convincerti che la vita è più forte della bomba e di quel silenzio.
Perché la vita è nei tre bimbi che hanno regalato un mazzo di fiori e una torta ai genitori fuori da un locale del lungofiume di Hiroshima, festeggiando un qualche anniversario a noi sconosciuto. Non resta quindi che continuare a dire “Wow!” di fronte alle emozioni che ogni tanto la vita ti presenta, senza dare nulla per scontato, proprio come hanno fatto i bimbi stasera, proprio come abbiamo fatto noi stasera.

23-24 agosto – Koyasan

A Saijo visitiamo distillerie di sakè e facciamo assaggi alle 10 del mattino che dobbiamo necessariamente limitare nel numero per non finire sbronzi nel giro di pochi minuti. A fine mattinata, treno e traghetto per Miyajima. Il Torii galleggiante è uno di quegli spettacoli da cui non si riescono a levare gli occhi, come il Taj Mahal o il Perito Moreno. Cerchiamo di pranzare con un bento (i cestini per il pranzo che vendono nelle stazioni), ma siamo continuamente molestati da cervi impertinenti che si infilano ovunque per rubarti dalle mani qualunque cosa tu abbia fra le dita, che sia commestibile o meno. Troviamo abbandonato su un sasso un selfie stick. Aspettiamo il tramonto e con due lattine di birra brindiamo al sole che va giù proprio alle spalle del Torii, che se ne sta lì indifferente alle maree, alle bombe atomiche, ai tramonti e ai turisti coi selfie stick.

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Il giorno dopo il viaggio per Koyasan si preannuncia piuttosto complicato per gli svariati cambi di treno e altri mezzi da acchiappare più o meno al volo. In realtà, anche saltando una coincidenza, o ciccando la direzione di un treno locale, basta scendere dal vagone sbagliato e, a distanza di pochi minuti, c’è un altro treno che va nella direzione giusta. È incredibile questa capillarità, questa moltitudine di possibilità a cui non siamo abituati. Cambiamo cinque treni, poi prendiamo una funicolare, un bus e siamo davanti al tempio che ci ospiterà per la notte. Check in alle 15 come al solito. Abbiamo quasi due ore per girare parte del Koyasan, il monte su cui, 1200 anni fa, il monaco Kobo Daishi fondò questa comunità religiosa e contribuì a inventare il sillabario giapponese. Ci perdiamo fra pagode gigantesche, statue di Buddha che fissano il Nirvana davanti a sè (beati loro), e bambini da aiutare a spingere una gigantesca ruota in modo che giri attorno a un tempio. Quando rientriamo, possiamo finalmente indossare lo yukata (il kimono di cotone) e buttarci nell’onsen, cioè un grande vascone idromassaggio in cui si entra completamente ignudi, in zone separate fra donne e uomini.

Alle 18 la cena, preparata secondo la tradizione vegetariana buddhista dello shojin-ryori, no carne, no pesce, no cipolla, no aglio. Nei piatti e nelle scodelle, qualcosa di sconosciuto che mangiamo dopo averlo soppesato con lo sguardo. Usciamo per una passeggiata dopo cena e le strade sono già deserte: fra le 20.30 e le 21 i templi chiudono, chi c’è c’è, chi non c’è sta fuori a dormire con gli orsi. Il sole va giù in fretta mentre passeggiamo fra le pagode del grande complesso del Garan. Si accendono decine e decine di lanterne. L’effetto è straniante, siamo soli e sospesi in un’atmosfera a metà strada fra la fiaba e il film horror. In pochi minuti è buio. Sembra di stare su un altro pianeta rispetto alla rumorosa Hiroshima che ci siamo lasciati alle spalle solo stamattina. Rientriamo prima di farci chiudere fuori e conciliamo il sonno con una bottiglietta di sakè comprato il giorno prima.

La sveglia al mattino è alle 6, alle 6.30 la preghiera col monaco che ci dà alcune dritte da gaggio su come fare meditazione, colazione con altre robe sconosciute (alcune francamente immangiabili) e passeggiata verso l’Oku-No-In, il tempio delle mille lanterne, lungo un sentiero costeggiato da 200mila tombe in un bosco di cedri e pini, in un’atmosfera che di tombale e lugubre non ha nulla. Foscolo si sarebbe dovuto fare un giro anche da queste parti. Alla fine del sentiero, di fianco al grande tempio, il mausoleo di Kodo Daishi, dove si dice che il monaco non sia sepolto, ma che stia semplicemente riposando in attesa dell’arrivo del Buddha del futuro. Salutiamo i nostri monaci e quindi bus, funicolare, quattro treni, Osaka attraversata guardando fuori, col naso appiccicato al finestrino, quindi lo Shiankansen per Tokyo: semplice come bere un bicchier d’acqua. Tanti italiani in giro, pure sul vagone del treno proiettile. Le coppie di amici cinquantenni sono i soliti insopportabili. Sui treni giapponesi pure i bambini frignano sottovoce e invece questi logorroici del cazzo non riescono a stare più di 30 secondi senza parlare ad alta voce.

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Comunque sia, Tokyo ci accoglie nella sua stazione caotica e sembra davvero di stare nella pancia della balena, solo che è piena di altri esseri umani. È una moltitudine ordinata quella che ti passa a fianco, ognuno sembra sapere dove andare e perché farlo. Tranne noi. Ma basta pochissimo, e, più o meno casualmente, prendiamo il treno giusto fino a sbucare a Shinjuku. Non ho letto nessun diario di viaggio su Tokyo, voglio che sia continua sorpresa. La zona di Kabukicho sembra Times Square ma più caciarona, rumorosa e, se possibile, colorata. Il nostro hotel ha un’enorme statua di Godzilla sulla terrazza che si apre di fianco alla reception. Una roba che è il trionfo del kitsch, ma che non puoi fare a meno di fissare sorridendo. Se 24 ore fa eravamo persi nel nulla cosmico, ora siamo immersi nel centro cosmico. Ti fa girare la testa questo andare e venire, eppure non vorresti smettere mai.

24-29 agosto 2015 – Tokyo

La superficie è lì da ammirare: multiforme, poliedrica, incessantemente rumorosa e scintillante, in apparenza perfetta ed efficiente, sicuramente futuristica e futuribile. Ma è quando ti cali nel ventre della terra, quando scendi le scale per entrare all’interno del sistema ferroviario di Tokyo, che i punti di riferimento, sia quelli conosciuti che quelli ipotizzabili, crollano miseramente. È quando vieni inghiottito nella pancia infinita della città che ti senti sdoppiato nello stesso istante: così lontano, eppure così simbiotico con tutta questa umanità che ti circonda.

Provo una singolare empatia per questi disgraziati che riempiono a qualsiasi ora del giorno e della notte gli inferi della grande area urbana nelle loro camicie bianche a maniche corte o nelle scarpe femminili di un numero sempre sbagliato. Mi siederei al loro fianco per dargli una spalla su cui poggiare la testa ciondolante e gli chiederei di dirmi la stazione a cui devono scendere, promettendo di svegliarli in tempo. Potrebbero forse dormire sonni più tranquilli, almeno per qualche minuto, e non come ora che si piegano sui sedili come burattini dai fili tagliati, rianimandosi ogni volta che il treno rallenta, giusto il tempo di dare uno sguardo allo schermo che indica il nome della fermata, prima di ripiombare in uno stato catatonico dovuto all’alimentazione da troppo lavoro e da mancanza di sonno.

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Non avevo mai visto una tale concentrazione umana tanto silenziosa quanto distaccata, in cui ognuno è un nucleo del tutto indipendente dagli altri. In India è caos animalesco e per questo forse più comprensibile ai miei occhi mediterranei. Qui no, qui è robotica pura.

Ho contato le linee ferroviarie e di metropolitana che attraversano Tokyo, sono arrivato a quarantotto (48!) e poi mi sono perso. La megalopoli è un organismo che è un mondo che ha dentro un mondo che ha dentro un mondo. E la linfa vitale sono questi esseri umani che corrono sui marciapiedi, camminano guardando lo schermo del cellulare, si muovono come all’interno di una sinfonia saltando su scale mobili, scalando gradini, superando marciapiedi sotterranei, finché non finiscono su un treno e si addormentano sfiniti.

La città, poi, è mille splendidi universi diversi, ognuno con una sua precisa identità, che si aprono quando ritorni a veder le stelle riemergendo dagli abissi terrestri. Fa letteralmente girare la testa questa varietà tanto caotica, quanto tremendamente ordinata. Vista dall’alto, sulla ruota panoramica di Odaiba, appare come una gigantesca astronave che, da un momento all’altro, potrebbe librarsi in volo per perdersi nello spazio.

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Succedono quindi cose inspiegabili, come non trovare mai una cartaccia per strada pur essendo in pratica inesistenti i cestini. Capitano dunque scambi inimmaginabili, come il sorriso infinito e incredulo di una vecchina cui hai appena ceduto il posto su un treno. Si realizzano perciò eventi irripetibili, come attraversare un vortice metropolitano (“Guarda, siamo appena passati dalla stazione di Yokohama, fa quasi 4 milioni di abitanti questa frazioncina periferica) e, in un’ora di treno, trovarsi di fronte al Pacifico con un cocktail in mano a Kamakura. Diventano realtà situazioni fantastiche, quando si viaggia.

29-30 agosto 2015 – Kyoto

A Kyoto si respira l’atmosfera di una città che sa di essere bella: Kyoto sa benissimo di essere una geisha affascinante e non fa un solo gesto che non sia stato studiato e programmato per sembrare invece naturale e spontaneo. E allora vengono di conseguenza le decine di templi emozionanti, i cervi di Nara che vivono intorno al grande Buddha e l’incredibile sentiero di porte rosse di Inari.

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A Hiroshima l’energia sfrigola nell’aria insieme al ricordo della tragedia. Un’energia di ricostruzione che ha del miracoloso. Se non fosse stata in Giappone, probabilmente sarebbe stata una nuova Cartagine e oggi vivrebbe solo nel ricordo. Un alieno che capitasse in città senza sapere quello che è successo 70 anni fa, percepirebbe comunque questa sensazione di slancio che non sembra essersi ancora esaurito.

A Koyasan la fuga dalla realtà si concretizza, un balzo all’indietro, lontano dalla corsa, dalla frenesia, dalle dimensioni gigantesche. Un altro mondo è possibile nella lentezza dei gesti, nelle sveglie all’alba, nelle strade deserte al tramonto. È stato bello arrivarci dopo un trasferimento complesso fatto di cambi di quattro mezzi di trasporto diversi. L’efficienza del sistema di trasporti giapponese mi lascia interdetto ogni volta che ripenso a tutti gli spostamenti di questo viaggio, in particolare quelli che ci hanno portati proprio a Koyasan.

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A Tokyo non c’è stato nessun terremoto naturale durante il nostro soggiorno, per fortuna, ma è impossibile non sentire il terremoto sensoriale che ti travolge quando arrivi in città. Un uomo disperso in un deserto, o perduto su una vetta, non potrebbe sentirsi più solo come un suo simile fermo al centro della stazione di Shinjuku all’ora di punta. Qui, se rallenti un attimo dal camminare, diventi immediatamente un ingranaggio che si è ribellato al funzionamento della grande macchina e, come tale, rischi di essere travolto e distrutto dalle centinaia di visi color malinconia che ti passano accanto. I mille cuori di Tokyo non smettono mai di pulsare, i milioni di motori non smettono mai di rombare. È una vertigine di opportunità questa megalopoli senza fine, è un’ansia di traguardi sconosciuti: è un treno proiettile lanciato verso un futuro che nemmeno i suoi abitanti conoscono, figuriamoci noi, suoi cittadini ultra temporanei.
È così diverso dalla nostra consuetudine il Giappone, eppure così simile nelle comodità, che lascia la sensazione che sarebbe bello prendere i suoi aspetti migliori e farli nostri, lasciando le folli e gli sghiribizzi dall’altra parte del mondo. Ma non tutto è possibile, per il resto c’è il viaggio.

Alessandro Santini, 36 anni di Novara. Laurea in Lettere e dottorato in Geografia, lavoro precariamente da 10 anni insegnando nelle scuole superiori e facendo ricerca in università. Appassionato di sport, letteratura e viaggi, quando questi tre elementi si fondono, ecco la perfezione.