Lo Yemen era l’Arabia Felix dei Romani, punto di partenza della mitica Via dell’Incenso, il paese dove secondo la mitologia visse la Regina di Saba. Lo Yemen è anche il paese che ha fatto innamorare Pasolini nel corso della lavorazione del film “Il fiore delle Mille e una notte”. Così ne parlava : “ […] architettonicamente è il paese più bello del mondo. Sanàa, la capitale è una Venezia selvaggia sulla polvere senza San Marco e senza la Giudecca, una città-forma, la cui bellezza non risiede nei deperibili monumenti, ma nell’incompatibile disegno…è uno dei miei sogni”. Per alcuni lo Yemen è il paese più bello del mondo, un viaggio tra mito e realtà, tra incanti di pietra e suggestioni naturalistiche. Un paese rimasto ancorato al feudalesimo con una popolazione fiera ed austera; un viaggio in Yemen è come fare un viaggio a ritroso nel tempo, un assaggio di Medio Evo. Purtroppo da diversi anni il paese è chiuso al turismo. Oggi è considerato uno “stato fallito”: dalla fine del 2014 i ribelli sciiti houthi controllano vaste porzioni del paese sottratte al governo sunnita. Sono poi cominciati gli attacchi delle forze di terra sunnite aiutate dalla coalizione guidata dall’Arabia Saudita, coalizione che è poi passata all’uso dei cacciabombardieri. Approfittando del caos il gruppo Stato islamico attacca le moschee e Al Qaeda si sta imponendo nella regione di Hadramaut. Insomma un paese conteso sull’orlo dell’abisso. Credo che per diversi anni sarà improbabile tornare in questo meraviglioso paese.

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E allora non mi resta che tuffarmi nei ricordi del ‘91, anno in cui ebbi la fortuna di visitarlo … rileggere i miei appunti e guardare le fotografie ingiallite: “Un’ondata di violenza senza precedenti sta sconvolgendo nelle ultime settimane lo Yemen. La stampa locale riferisce che avvengono quotidianamente attentati, rapine e atrocità di ogni genere. Inoltre nel paese si è risvegliato il fenomeno del brigantaggio” . (Il corriere della sera,16/10/91)

Atterro all’aeroporto internazionale di Sanàa rileggendo quanto sopra, i mass media occidentali così mi presentano il misterioso paese che mi accingo a visitare. Trascorrono meno di due ore e già ci troviamo immersi nei festeggiamenti di un matrimonio yemenita, nel cuore di questa città-presepe. Lo sposo, non facilmente individuabile, è stretto tra i parenti e gli amici più cari, sovrasta l’ambiente da una gradinata affollata. La sposa naturalmente non c’è, forse la vedrà domani; oggi è solo la sua festa. Intanto si suona, si balla, veloci jambiyah (tradizionali pugnali) tagliano l’aria mentre quintali di qat (leggera droga locale) e litri di chai (tè) vengono serviti da misteriosi re magi. Dopo un attimo di incertezza ci integriamo nella festa, è un intercalare di tradizioni canore dolomitiche-yemenite, si balla il rock-jambiyah, si assaggia il qat, si contemplano antiche tradizioni. Passano i giorni e mi trovo sempre più a mio agio: dove sono l’integralismo islamico, l’insofferenza per l’infedele, le violenze, le atrocità, il brigantaggio? Il mistero mi è presto svelato dall’amico Abu Bakr. Il mese scorso un colonnello dell’esercito ha ferocemente ucciso un vigile urbano reo di aver adempiuto al proprio dovere e ciò ha scatenato l’ira dei cittadini che hanno scioperato piuttosto violentemente per un giorno intero contro il presidente Alì Abdallah Saleh. Travisare l’informazione è molto facile e spesso conveniente e così la stampa occidentale guidata dai signorotti dell’Arabia Saudita ingigantisce spropositatamente l’accaduto. Lo Yemen, con un analfabetismo dell’85%, un reddito procapite di 60.000 lire al mese, l’inflazione galoppante e l’economia minata dal qat, potrebbe divenire nel giro di qualche anno uno scomodo antagonista nella produzione di oro nero e minacciare le fortune dei vicini paesi Arabi. Ed è per questo motivo che i Sauditi mirano ad aumentare il disordine all’interno del paese; ci hanno provato osteggiando la riunificazione dei due Yemen, espellendo decine di migliaia di lavoratori yemeniti, finanziando le tribù del nord che ancora oggi sono rimasti fedeli all’Imam, incoraggiando la guerra civile, sabotando le informazioni.

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Scoperto il trucco tutto è più facile. Yemen, ora non ti temo più, siamo amici, vogliamo conoscerci. A questo punto rivedo il mio programma di viaggio, nulla sembra essere pericoloso, anzi potrei attraversare il deserto del Ramlat Sabatain, propaggine meridionale del Rhub al Khali, il secondo più grande deserto di sabbia del mondo, un tempo confine tra nord e sud Yemen e off limit a causa delle lotte intestine tra le tribù beduine. Per convincere Mr. Alamari, che teme per le sue Toyota, la misurata diplomazia di Abu Bakr è fondamentale; dopo due giorni di estenuanti trattative arriva la sentenza: arrivati a Sayun attraverseremo il deserto fino a Ma’rib, scortati da un gruppo di beduini sia per l’orientamento che per la sicurezza. Ciò significherà non solo violare questi nuovi territori ma anche evitare tre lunghi giorni di viaggio a ritroso verso Sanàa, ripercorrendo per l’80% strade già solcate all’andata.

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Ci accingiamo quindi a lasciare la capitale e ad affrontare il sud del paese, solo da un anno aperto al turismo, con i disagi che si possono immaginare ma prodigo nel regalare momenti magici. Il primo momento magico lo viviamo qualche chilometro dopo Bir Alì, l’antica Qana, il punto di partenza della via dell’incenso e della mirra, la strada che attraversava la vecchia Arabia Felix fino a raggiungere le grandi città del Mediterraneo. Ora è rimasto ben poco di quei fasti lontani, ma, dopo una notte infame trascorsa nei locali della polizia, Rubens si accorge di qualche pinna vagante nel mare blu come cobalto. Squali? No, delfini…e allora ci buttiamo in mare mentre loro, dopo averci studiato un poco, si avvicinano e ci danzano intorno. Intanto centinaia di uccelli volteggiano nel cielo e granchi giganti scorazzano sulla battigia. Qui è la natura la vera padrona. Arriviamo a Al-Mukalla. La città è stupenda al calar del sole perché si anima repentinamente e la sua stupenda architettura viene valorizzata dalla penombra; la moschea Al-Rawdah è a grandi arcate aperte; così posso scorgere centinaia di fedeli dalle variopinte fute pregare e muoversi ritmicamente agli ordini dell’imam e sullo sfondo un cielo infuocato dal rosso tramonto sovrasta sagome di statici velieri. Rubo momenti di grande emozione fino a quando un giovane adepto mi invita ad allontanarmi dalla loro intimità .. in fondo io sono un infedele. Poi Shibam. Shibam è magica solo per il fatto di esistere. La Chicago del deserto, visione ocra sospesa nel tempo. Cinquecento grattacieli monofamiliare costituiti di fango e paglia interrompono bruscamente l’orizzonte sconfinato. In lontananza una folla esagitata evoca pericolosi fantasmi sempre in agguato. “Tranquillo” mi dice Alì, è una bellissima festa: il 7 novembre di ogni anno i rappresentanti delle 12 regioni che costituiscono l’Hadramawt si ritrovano nella loro Manhattan e si misurano in gare di ballo, di canto, di cucina, di fantasia. A Shibam incontro Ahmed, uno dei tanti immigrati cacciati da Ryad, Jedda e Kywait City dopo la guerra del golfo. Era molto ricco, commerciava preziosi; poi è stato espulso miseramente, i suoi fondi congelati, costretto a rientrare nel suo grattacielo di fango, senza un lavoro, senza un futuro. Sta aspettando la sua famiglia, poi tenterà di ripartire da zero, qua nel suo paese, inshallah (se Dio vuole).

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I giorni volano, scopriamo sempre aspetti imprevedibili di questo strano paese; visitiamo Ajnat, Al Hajarayn, Sif, dimenticati dal tempo … ma si avvicina sempre più il “desert day”. In quel di Sayun incontro i beduini che domani ci scorteranno attraverso il “quarto vuoto”. Sono in tre, armati fino ai denti, sono fieri, rudi ma eleganti nei movimenti. Il capo è Mohammed Abdul Karim, ex contrabbandiere di professione, conosce il deserto come il suo kalashnikov col quale riesce a spegnere una sigaretta a 20 metri di distanza; infonde sicurezza, è un piacere stargli vicino. Sono le 5 del mattino e già partiamo da Seyun, si torna per 100 km verso Al-Mukalla, poi, dopo Al-Qatn c’è il bivio, la pista per Ma’rib. I primi 25 km sono semi asfaltati, incontriamo qualche villaggio beduino, misteriosi pick-up riforniscono di acqua gli umili insediamenti; poi lentamente inizia il deserto, dapprima macchiato di verdi cespugli, poi più sassoso ed infine sabbioso, immenso.

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Le Toyota sfrecciano libere a oltre 100 km orari e i nostri driver dapprima un po’ tesi poi si scatenano in performance rallystiche. Anche per loro è la prima volta, si stanno divertendo, sono eccitatissimi. Dopo 230 km ci fermiamo in un altopiano sabbioso dove passava l’immaginaria linea geografica che divideva i due Yemen. Paradossalmente la storia è passata anche da queste parti. La folle corsa ricomincia, ci stiamo avvicinando a Ma’rib ed iniziano grandi dune da sormontare, “montagne russe” di sabbia, un sogno per gli amanti del deserto. L’inesperienza degli autisti ci blocca in qualche punto critico ma è divertente uscire dagli insabbiamenti. Un attimo di panico quando Karim, sempre seduto accanto a me, alla vista di un gruppo di beduini impugna rapidamente il suo kalashnikov…l’adrenalina alle stelle…poi esclama “sadik, sadik, la ali babà” (amici, non ladroni). Un campo di ricerca petrolifera con relativo insediamento beduino ci anticipa l’epilogo, ancora grandi dune e dopo 340 km di immensi spazi torna l’asfalto. Finalmente Ma’rib, mitica capitale del Regno di Saba. Missione compiuta! Nel salutare Karim provo un pizzico di invidia per la sua dignità, la sua sicurezza, la sua libertà. Si rientra a Sanàa, il cerchio si è chiuso; con tante immagini e mille emozioni indelebili nella nostra memoria; questa anacronistica full immersion nel mondo yemenita valeva veramente la pena di essere vissuta.

Riccardo Prati

Yemen

Tutte le foto dell’articolo sono di Riccardo Prati.
La foto in copertina è di Richard Messenger pubblicata su licenza CC.