Viaggio da sempre, viaggiare è la mia vita. Viaggio perché sono molto fortunato e me lo posso permettere. Per poter viaggiare ho però fatto delle scelte, spesso controcorrente, ma delle quali non mi sono mai pentito. Mi definisco un minimalista: ho abbassato la soglia dei miei bisogni e riesco a fare a meno di molte cose inutili. Credo che la ricchezza sia inversamente proporzionale ai propri bisogni. Come esclamò Socrate entrando al mercato : “Guarda quante cose ci sono di cui non ho bisogno”.

Viaggio da solo, con la fidanzata del momento, con amici, come tour leader di gruppi di “avventurosi” … viaggio in moto, a piedi, in treno, con i mezzi locali. Ma soprattutto amo viaggiare in moto: quando sei in sella non ci sono filtri, non ci sono parafulmini, sei dentro il paesaggio, ne fai parte, ti fondi con esso. Sei in viaggio, sei un viaggiatore alla scoperta del mondo, alla scoperta dei tuoi limiti, nel tentativo di alzare l’asticella verso sfide più ardue. Cerco di fotografare il meno possibile, provo a vivere di emozioni ed adrenalina, di fugaci attimi di felicità.

A volte faccio parte di missioni umanitarie e a volte faccio il turista e vado in vacanza, per non perdere l’allenamento. Il prossimo viaggio mi vedrà protagonista della Missione 2016 di MotoForPeace: oltre 12.000 chilometri in moto da Panama City a New York allo scopo di finanziare due progetti umanitari in Bolivia e Honduras (www.motoforpeace.it).

Perché viaggio? Mi ritrovo nelle parole di uno dei miei scrittori preferiti, Luis Sepulveda: “ Nel corso degli anni … il significato della mia vita è mutato. Ciò che prima era necessità di sopravvivenza è diventato un piacere assoluto e incontaminato. Quello che è rimasto identico, tuttavia, è il prurito sotto i piedi cui non so sottrarmi, il gusto dell’avventura. Perché, alla fine, è di questo che si tratta, della imprevedibilità del viaggio, della magnifica opportunità di essere continuamente sorpresi e travolti dalle persone, dai luoghi, dai sentimenti”. E, aggiungo io, dalle emozioni.

Spesso mi chiedono qual è il posto più bello che abbia mai visto, dove vorrei tornare o dove vorrei andare a vivere in un ipotetico futuro. Non so rispondere a queste domande e non credo siano importanti. Ricordo però degli attimi particolarmente significativi, luoghi desiderati e raggiunti con difficoltà, dove ho buttato il cuore oltre l’ostacolo e mi sono sentito particolarmente vivo. Ho scelto cinque momenti, cinque fotografie, cinque emozioni che spesso mi tornano alla mente, le “big five” delle emozioni.

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1. Pakistan, deserto del Belucistan.

Sto tornando a casa in moto dall’India, con una vecchia Enfield Bullet 350 e questa è la parte più difficile e rischiosa del viaggio. Così recita la Lonely Planet: “… la situazione nell’interno è rischiosa, imprevedibile e in gran parte incontrollabile da parte del governo, le autorità non incoraggiano gli stranieri a viaggiarvi. Il rischio di essere rapiti è alto, ma nessuno cercherà di fermarvi se decidete di rischiare la vita…”.

Il Belucistan è una regione abbandonata a sé stessa, schiacciata tra Iran e Afghanistan. Prima di partire da Quetta telefono a mia mamma che non sa assolutamente quello che sto facendo; sono molto emozionato e preoccupato. Quetta è una città del far west in versione 2.0, melting-pot di gruppi etnici tra i quali impressionano i giganteschi guerrieri Pathan. Oltre Quetta 620 km di duro deserto; solo qualche piccolo villaggio fino al confine iraniano e in mezzo il nulla. Un nulla eterogeneo fatto di montagne acuminate, di paesaggi lunari, di eremiti sui bordi della strada, di immense dune, di laghi salati, di ore senza incontrare un pick-up di contrabbandieri, di vento infuocato che brucia la pelle, di sentieri che dopo qualche chilometro si ritrovano in Afghanistan, di posti di blocco impensabili, di bambini che giocano con il Kalashnicov, di mille pensieri e di mille emozioni. Nei due giorni necessari alla traversata l’amata Enfield farà spesso le bizze e avrò bisogno dell’aiuto disinteressato del popolo pakistano. Che dimostrerà un cuore e una gentilezza inimmaginabile nelle nostre società. Grazie.

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2. Dallol, Dancalia, Etiopia.

La Dancalia è una depressione con varie zone che scendono oltre i 100 metri sotto il livello del mare. In Dancalia passa il confine tra l’Etiopia e l’Eritrea, una frontiera che nessuno ha mai demarcato ; la “frontiera scomparsa” tra due paesi che si odiano ferocemente. La Dancalia ha la fama di essere uno dei luoghi più inospitali della terra con temperature che possono superare i 50 gradi. E’ anche una delle regioni più fragili e potenti del pianeta, dove si assiste alla creazione della crosta terrestre. Lo spettacolo notturno del vulcano Erta Ale che è in continua eruzione dal 1967 è da mozzare il fiato. E cosa dire della piana del sale dove lunghe carovane di dromedari si accingono a raggiungere le cave dove migliaia di tigrini lavorano in condizioni disumane; scene bibliche quando le carovane notturne partono da Ahmed Ela per raggiungere l’altopiano etiope. Ma il fiore all’occhiello di questa regione è sicuramente Dallol, un rilievo di poche decine di metri, la “collina degli spiriti”, uno dei fenomeni più bizzarri della terra. La sua scenografia è irreale: il sole, l’acqua, il fuoco ed il sale si sono divertiti a modellare un assurdo paesaggio. Per visitare Dallol siamo scortati da una decina di militari armati fino ai denti. Spesso infatti si verificano incursioni ed attacchi dalla Dancalia Eritrea.    L’ecosistema è fragilissimo: i militari ci precedono e non si fanno molti scrupoli e il sale formatosi in decine di anni scricchiola sotto i loro pesanti anfibi. La calura è insopportabile e il fisico è messo a dura prova. Quando raggiungo la cima della collina si apre un panorama incredibile dai mille colori. Sembra di essere su Marte con geyser ribollenti che trasformano la coltre salata in isolotti iridescenti, in sculture floreali, in labirinti di acqua e concrezioni saline. I colori variano dal verde giada al giallo zolfo all’ azzurro cobalto in un caleidoscopio primordiale. È un luogo paradisiaco ed infernale allo stesso tempo, non ho mai visto nulla di simile; l’emozione ed il caldo tolgono quasi il respiro.

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3. Bolivia, Salar de Uyuni

Quando pensiamo ad un deserto immaginiamo ad immense distese di sabbia, dune sahariane e cammelli. Ma esistono altri tipi di deserto: deserti pietrosi, deserti rocciosi, deserti di ghiaccio e deserti di sale. Il Salar de Uyuni, con oltre 10.000 chilometri quadrati di superficie è la più grande distesa salata del mondo. Siamo a quota 3653 metri sopra il livello del mare; quando la superficie è asciutta il salar diventa una distesa di un bianco accecante ma quando c’è acqua riflette perfettamente le nuvole e il cielo dell’altopiano facendo sparire l’orizzonte. Al centro del salar si trova l’Isla de los Pescadores, una collina ricoperta da fantastici cactus Trichoreus e circondato da un mare bianco di mattonelle di sale di forma esagonale. Si, il salar è un immenso puzzle costituito da irregolari mattonelle di forma esagonale, incredibile. Altra stranezza sono gli Ojos del Salar: in alcune zone emergono in superficie fredde acque sotterranee creando strane formazioni eruttive e voragini che possono diventare molto pericolose per le vetture. Da tanti anni desideravo visitare questo misterioso deserto ad alta quota. La notte precedente la trascorro ad Atulcha, all’Hotel de Sal, dove tutto, ma proprio tutto, è fatto di sale. Finalmente il grande giorno è arrivato e con le jeep ci lanciamo a folle velocità in questa assurda vastità salina. Appena sceso dalla jeep mi sdraio per terra come per volermi sentire un tutt’uno con questo straordinario ambiente. Sono al settimo cielo … in tutti i sensi. L’aria è rarefatta, il bagliore del sole che si riflette sulla crosta salata rende difficilissimo tenere gli occhi aperti. Siamo in alta quota e la respirazione è piuttosto accellerata. Quando le jeep ripartono decido di fare a piedi i pochi chilometri che mi separano dall’Isla de los Pescadores. Sarà una buona scelta anche se rischio una piccola crisi di panico. Continuo a camminare ma l’isola sembra non avvicinarsi mai, ho una gran sete, la luce è accecante, il respiro pesante, il battito cardiaco incalzante. Ma poi passa tutto e riesco a godermi l’immensità del panorama. Sono nel mezzo del salar più grande del mondo, un altro desiderio divenuto realtà.

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4. Argentina, Perito Moreno

Patagonia e Terra del fuoco, “il mondo alla fine del mondo “ , terre sconfinate di ghiaccio e di fuoco spazzate da venti impetuosi e imprevedibili. La terra dello Hielo Continental, che con la sua estensione di oltre 20.000 chilometri quadrati e uno spessore massimo di circa un chilometro si colloca al terzo posto fra le aree gelate del pianeta, dopo Antartide e Groenlandia. Solo in pochi posti al mondo si trovano immense lingue di ghiaccio al livello del mare. Tante sono le meraviglie che la natura ha creato da queste parti ma una mi è rimasta particolarmente nel cuore, un cuore di ghiaccio, il Perito Moreno, il re dei ghiacciai, il più famoso di tutti. All’improvviso ti ritrovi davanti ad un fronte azzurro alto più di 60 metri e largo cinque chilometri. E sopra migliaia di crepacci e pinnacoli, come un bianco mare tempestoso improvvisamente cristallizzatosi. L’immobilità del ghiacciaio è una pura finzione; in realtà è vivo, si muove e con una certa regolarità grandi blocchi di ghiaccio crollano nelle gelide acque del Lago Argentino. Più spesso i boati provengono dall’interno dove grandi seracchi si schiantano e urlano al mondo la loro esistenza. Trascorro un intero pomeriggio in contemplazione; è una manifestazione della natura talmente forte da commuovermi, mi sento piccolo, fragile, inutile e impotente.

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5. Grecia, Monte Athos

Amo la Grecia. Ci vado regolarmente, anche se non amo particolarmente il mare. Mi piacciono i paesini abbarbicati al centro delle isole, adoro affrontare in moto le infinite curve, mi piace la cucina, mi piace sentirmi dire: ”italiano, una razza una faccia”. Così quando Paolo, il mio amico fotografo, mi propone di accompagnarlo a Monte Athos non ho dubbi e accetto all’istante. Monte Athos è l’ultimo baluardo dell’impero bizantino, o meglio una repubblica semi-autonoma che adotta ancora il calendario giuliano e si trova nella lingua più orientale della penisola Calcidica. Per potervi accedere bisogna chiedere un permesso con un buon anticipo, espletare varie formalità burocratiche e “naturalmente “ essere di sesso maschile. Una volta in possesso del Diamonitirion possiamo raggiungere il centro amministrativi della comunità, Karyes, e da qui partire a piedi alla volta dei venti monasteri funzionanti. La vita dei monasteri segue ritmi e regole molte antiche, è un tuffo nella pace e nella sobrietà. Il tramonto corrisponde alla mezzanotte ed i monaci si svegliano nella notte per le preghiere tradizionali. I pellegrini, ortodossi e non, sono benevolmente accolti dai monaci con l’offerta di un gelatinoso dolce di origine turca (lokum), un’acquavite locale (raki) e acqua. I pasti costituiscono una delle attività più bizzarre: serviti alle 11 e alle 17 si ha a disposizione solo circa 10 minuti: mentre un monaco legge da un pulpito le sacre scritture monaci e pellegrini consumano silenziosamente un pasto frugale a base di zuppa di legumi, pane, olive, olio, miele, ortaggi e frutta. All’improvviso suona una campanella, tutti si alzano e lasciano velocemente il banchetto. Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto; mangiare non deve essere per i monaci una fonte di piacere ma è solo una distrazione dalla preghiera, scopo principale della loro vita. Visitiamo alcuni monasteri della costa sud-orientale ma siamo qua soprattutto per conoscere qualche eremita ed in particolare “Pater” Stefano. Chiediamo indicazioni e la ricerca ha inizio. Attraversiamo pietraie e ci inerpichiamo su scogliere a picco sul mare; poi entriamo in un fitto bosco. Trascorrono diverse ore e non c’è traccia di presenza umana; siamo sul punto di desistere quando udiamo un flebile e misterioso ticchettio. Seguiamo il rumore fino a quando ci imbattiamo in una capanna immersa nella boscaglia. Intravediamo Pater Stefano intento a pigiare tasti in una vecchia macchina da scrivere. Urliamo soddisfatti il suo nome e ci accoglie calorosamente. I suoi occhi azzurri ti leggono l’anima, la sua voce disabituata all’eloquio sembra quella di un bambino, i suoi gesti delicati ed innocenti. E’ un fanciullo nei panni di un monaco con i capelli bianchi, il bambino che è in tutti noi in lui si esprime all’ennesima potenza. Il nostro è un discorso tra sordi ma riusciamo a scambiare emozioni con gli occhi e con i gesti. Gli invidio la purezza, l’innocenza e la spiritualità che emana senza saperlo. Vorrei stare con lui per tutto il giorno ma preferisco non disturbarlo troppo e lo lascio alle sue frugali attività. Il suo sguardo pulito e innocente rimarrà per sempre nel mio cuore.

Riccardo Prati