C’era una volta la Libia che con la fine dell’embargo e la riapertura delle frontiere era tornata a imporsi da protagonista sulla scena del turismo internazionale. Meta emergente del Mediterraneo con un’offerta che abbinava cultura ed avventura, straordinari siti archeologici e gli spazi sconfinati del Sahara. Certo non un esempio di democrazia e di rispetto dei diritti umani. Un uomo solo al comando e tanti interessi legati al petrolio e al gas naturale. Poi la guerra e la caduta di Gheddafi. Ora la Libia è tecnicamente uno stato fallito: il paese è diviso tra due parlamenti, uno regolarmente eletto a Tobruk e l’altro auto-dichiarato a Tripoli. Una guerra civile che comprende le due fazioni rivali, ribelli che ricalcano la suddivisione tribale del paese e varie milizie legate ad Al-Qaeda e allo Stato Islamico. Un paese frammentato che rischia di esplodere.

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C’era una volta il deserto, tempi duri per chi ama il deserto. Le misteriose carovane del sale (Azalai) sono lentamente ma inesorabilmente sostituite da carovane di profughi in fuga da paesi martoriati dalla guerra ed in cerca di un futuro dignitoso, i “trafficanti” di turisti sostituiti da trafficanti di esseri umani armi e droga, oasi di palme e di pace sostituite da centri di addestramento jihadista, il senso di libertà ed infinito barattato con la chiusura di un bieco integralismo religioso. Meravigliosi paesi del Sahel come Ciad, Niger, Mauritania e Mali sono attualmente off-limits, le regioni desertiche di Algeria, Egitto e Sudan considerate ad altissimo rischio.

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Quando c’era il deserto ci si poteva invece sbizzarrire, fantasticare e avventurarsi in viaggi fuori dall’ordinario. Come in quel freddo inverno di inizio millennio.

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E’ il 23 dicembre e il piazzale del porto di Genova è stracolmo di high tech da deserto: camion, fuoristrada e moto enduro di ultima generazione sono armati fino ai denti per affrontare i temibili deserti libici ed algerini. Ma le primedonne in questo marasma tecnologico sono le nostre primitive Enfield che destano curiosità e simpatia e vengono fotografate a raffica da increduli viaggiatori. Quando il portellone della nave si chiude tutti i miei dubbi svaniscono nel nulla e sono certo che attraverseremo Tunisia, Libia ed Egitto con i nostri monocilindrici ad aste e bilancieri. Siamo a Tunisi e subito ci troviamo immersi nella colorata e animata medina. I caffè stracolmi di vecchi intenti a fumare saporosi narghilè rendono questa notte di natale assai particolare.

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Conosciamo già la Tunisia, la attraverseremo quindi il più velocemente possibile per dedicarci con maggior attenzione alla Libia e alle oasi egiziane.

Le nostre tappe toccano la caotica Sfax e la turistica isola di Djerba; sta finendo il Ramadam ed è un continuo susseguirsi di feste, mercati, sagre e celebrazioni. Le prime centinaia di chilometri servono a testare l’affidabilità dei nostri cilindri revisionati e la nostra tenuta fisica. Tutto sembra procedere per il meglio e anche il clima sembra piuttosto benevolo. Arriviamo a Ben Guerdane, ultima città in Tunisia prima del confine libico. Il cartello “Cairo 2522 Km” ci ricorda che siamo solo all’inizio dell’avventura. Passiamo la dogana tunisina con facilità ma quella libica appare subito più ostica. Decine di fuoristrada e camion sono in attesa da un paio di giorni per il nulla osta per il deserto con il loro variopinto carico umano. Ci colpisce un somalo che via internet ha raccolto una decina di ragazzi e che con uno sgangherato camion li vuole portare a Cotonou, in Benin; ha dei problemi meccanici e chiede a noi alcuni suggerimenti…cose da non credere.

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Purtroppo è cambiata la normativa doganale e il visto non è più sufficiente; occorre l’invito originale oppure la presenza del corrispondente libico. Provo in tutte le maniere ad eludere il problema, ma non c’è storia. Siamo distrutti, il viaggio è appena iniziato e siamo già bloccati. Torniamo a Ben Guardane tra una tempesta di sabbia che la rende irreale e dopo varie peripezie telefoniche riesco ad avere il fax con la copia dell’invito. Ma questo non basterà e l’indomani dovremmo aspettare il corrispondente e le interminabili formalità: i timbri sul passaporto, il carnet de passage, l’assicurazione, la targa libica da apporre sulla moto; decine di uffici alla ricerca del funzionario perduto e solo dopo 7 ore si aprono i cancelli della Libia. Si respira subito un’aria diversa, di desolazione, di umili baracche e spogli negozietti ma alla nostra sinistra un mare verde-azzurro e alla nostra destra un deserto incandescente e sconfinato. Arriviamo a Sabratha e subito ci sconvolge l’ospitalità libica con il pasticciere che ci regala dei dolci e tutti i passanti che salutano e ci stringono la mano. Visitiamo le belle rovine romane: il teatro è stupendo con i suoi bassorilievi e i delfini stilizzati, poi le terme, il Campidoglio e l’Agorà. Partiamo per i 70 Km che ci separano da Tripoli, incomincia a piovere e la strada è pericolosissima. Non è facile arrivare in una città di 1.5 milioni di abitanti senza un segnale comprensibile e trovare subito la mitica Green Square. Appena ti fermi sei circondato da qualcuno che ti vuole aiutare. Cerchi Hotel? Qualcuno prende una macchina e ti fa da battistrada fino a destinazione; e non provarti a ricompensarlo. ”Italia-Libia fratelli “ come dicono qua, nonostante lo sterminio subito da noi colonizzatori. Tripoli è molto affascinante, sia la parte moderna con gli edifici di chiaro stampo fascista, che la Tripoli vecchia. Quest’ultima è come un tuffo nel passato con i suoi artigiani multietnici e l’effige di Gheddafi che sovrasta in ogni dove.

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Costeggiamo il mare fino a raggiungere il sito romano di Leptis Magna ancora meglio conservato e più affascinate di Sabratha. A Zliten ci fermiamo per visitare la famosa tomba del Marabutto Sidi Abdusalam, meta di pellegrinaggio da tutta la Libia. La moschea se pur moderna è affascinante e illuminata a giorno nella cupa notte libica. Oggi è l’ultimo dell’anno, ma in Libia non si festeggia. Così vuole il regime.

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Capodanno da ricordare: dopo Misurata lentamente ma inesorabilmente il vento diventa insopportabile. La sabbia mi entra ovunque, il sole è oscurato e il cielo è rosso. Si, siamo in mezzo ad una vera tempesta di sabbia. La visibilità è minima e la guida improbabile; dopo venti chilometri il carburatore è saturo di sabbia e l’eroica Enfield si ferma. Un pick-up ci raccoglie e ci lascia in un piccolo villaggio. Ci ospitano due marocchini in uno sgangherato tugurio. Sono le 9 di sera e i padroni di casa stanno guardando un film horror; decido che il mio anno è giunto al termine e non ha alcun senso aspettare la mezzanotte. Quando ripartiamo la moto è fuori fase ma a Sirte riusciamo a sistemarla. Continuiamo a seguire la costa e paradossalmente si fatica a trovare benzina e oggi anche a trovare un tetto dove dormire. Ras Lanuf è infatti una città blindata e per la sua importanza petrolifera interdetta agli stranieri: per farci ospitare in un corpo di guardia devo attingere a tutta la mia fantasia e diplomazia. Poi un tappone di 360 km ci porterà a Bengasi; l’aria è fresca ma precisi raggi di sole illuminano sconfinati deserti in un cielo tersissimo. Arriviamo stremati a destinazione in questa città sospesa tra passato e modernità. Un po’ Napoli un po’ Calcutta, ultima grande città prima del deserto egiziano. Prima però si attraversa la catena montuosa del Jebel Akhdar dove si è catapultati in un altro mondo: il verde domina sovrano , la vegetazione è folta con abeti e piante ad alto fusto. La strada è divertente con continue salite e discese e curve che nel deserto avevo dimenticato. Cambiano anche i caratteri somatici dei libici che ora sembrano quasi di origine orientale. Una notte ad Al -Bayda ed una escursione alle rovine della città greca di Cirene per arrivare al porto di Tobruk e prepararci a lasciare questo meraviglioso paese. Ci vorrà un giorno intero per attraversare la dogana libica, una pazienza infinita e più “mance” del previsto. Ora siamo in Egitto e il viaggio continua.

Ma questa è un’altra storia.

(la seconda parte: Egitto | la terza parte: Giordania)

Riccardo Prati, professione viaggiatore e cittadino del mondo. Un Master in Diritti umani e azione umanitaria. Si occupa di tematiche legate alla pace e alla nonviolenza, ha viaggiato in oltre 100 paesi ed ama i grandi overland che ha percorso in moto, auto e mezzi locali. Per info potete scrivere a riccardoprati@libero.it

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