Avevamo lasciato Riccardo e la sua moto dopo aver attraversato la Libia, alle porte dell’Egitto. Oggi riprende il suo viaggio nell’Africa del Nord.

Siamo al confine tra Libia e Egitto con una moto degli anni ’50 che comincia a dare segni di cedimento. Anche io comincio a dare segni di cedimento, le frontiere dei paesi africani sono estenuanti. Si inizia da quella libica dove dobbiamo restituire la targa ricevuta all’ingresso del paese. Trovare l’ufficio competente è una ardua impresa, non ci restituiscono la caparra ne ci fanno una ricevuta. Poi la lunga attesa per il timbro nel passaporto, una intera ora dentro un container con un tizio che guarda i passaporti senza muovere un dito. Il superamento di un portonaccio di ferro verde e un paio di controlli ci catapultano nella terra di nessuno, un deserto rovente delimitato da torrette e filo spinato, profughi che vagano misteriosamente, un film. Ed eccoci al cospetto dei doganieri egiziani. Le procedure per il passaporto sono relativamente semplici ma per la moto è un dramma. Tre ore trascorse in una decina di uffici per il timbro nel carnet de passage, la targa egiziana da applicare alla moto, l’assicurazione, la patente egiziana. Il tutto tra funzionari che spariscono per il pranzo o la preghiera, qualcuno che mi aiuta e qualcuno che mi fa perdere soltanto del tempo. L’operazione costa circa 90 euro e tante ore di pazienza e stress. Verso le 17 finiamo l’ultimo controllo e con urla di giubilo e braccia levate al cielo festeggiamo l’ingresso nella terra dei faraoni. La nostra meta è a 80 chilometri. Percorriamo un promontorio che domina un piccolo villaggio mentre decine di piccole imbarcazioni rientrano sulla spiaggia.

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Il tramonto accende il cielo di azzurro e viola, le nuvole rosa incorniciano l’orizzonte e curiosi uccellini seguono la nostra traiettoria. Mi sembra di essere in un film di Walt Disney, il premio dopo una giornata di estenuante burocrazia. Ma il sole scende velocemente da queste parti e l’esperienza ci insegna che viaggiare di notte è sconsigliato anche se talvolta inevitabile; la strada è un pullulare di animali, jeep impazzite e macchie di olio che sembrano voragini. Quando arriviamo a Sidi Barani siamo esausti e mi sembra di essere a Cinecittà in uno stage del far west. Siamo assaliti da una folla di curiosi, si respira aria di oriente, di passato, di misticismo. Troviamo una stamberga dove passare la notte e ceniamo con meno di un euro mentre progettiamo la lunga giornata di domani, destinazione Oasi di Siwa, un viaggio nel viaggio.

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Partiamo di buon ora ma è già un pullulare di persone e attività. Sempre tanti sorrisi e saluti rispettosi (ho letto da qualche parte che per valutare il benessere di un paese oltre al Pil e altri indici economici non sarebbe male considerare un indice che tiene conto di quanti sorrisi si incrociano mediamente in una ora di vita quotidiana!). Costeggiamo ancora il mediterraneo per 120 chilometri, compriamo una focaccia che riempiamo di marmellata e ad un tratto la svolta a destra e l’indicazione Siwa 300 km. Adesso non si scherza più, ci aspettano 300 km di deserto vero all’interno dell’Egitto. La polizia registra il nostro passaggio e siamo davvero soli. La luce è intensissima, deserto a 360 gradi, giallo, ocra, marrone; mi sento un microbo di fronte a tale immensità e un senso di angoscia si alterna all’entusiasmo e all’euforia. Qualche nuvola cambia la fisionomia del paesaggio, sporadici cammelli attraversano la strada, alcuni pastori si abbeverano nelle rare pozze d’acqua. Qualche fotografia, uno stop per uno spuntino. Per trascorrere nove ore in moto bisogna pure inventarsi qualcosa: faccio un minimo di ginnastica, gioco con i numeri del contachilometri, mi cambio i guanti, bevo, penso, sogno ad occhi aperti. E i chilometri passano inesorabili.

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Sono un tutt’uno con la mia moto, questo è l’overland, tu e lei insieme comunque. In certi momenti pensi di non farcela più, in altri non vorresti mai arrivare, un susseguirsi di contrastanti emozioni. A 20 km dalla meta il paesaggio cambia di colpo e sembra di essere sulla luna : i crateri, la luce grigia, i villaggi abbandonati tra colline sfumate. Poi il miraggio, Siwa appare con le sue migliaia di palme da datteri famosi in tutto il mondo, con i suoi villaggi trogloditi, il gran traffico di carretti trainati da incerti muli e le donne infagottate all’inverosimile dai precetti del Corano. Benvenuti nel Medio Evo. Siwa ha un lungo e antico passato, rigogliosa e fertile oasi sull’antica pista carovaniera dei datteri che terminava a Menfi. Per secoli solo pochi coraggiosi si sono avventurati da queste parti ma ora le cose stanno cambiando.

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Parcheggiamo le moto nel centro del villaggio e subito siamo assaliti da decine di bambini festosi. Non è difficile trovare una guest-house economica ne un cous-cous faraonico. È stata una giornata impegnativa ma molto gratificante. La ciliegina sulla torta è l’eclissi di luna che ammiro in contemporanea alla mia fidanzata a migliaia di chilometri di distanza.

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Siwa è uno snodo cruciale del nostro viaggio; sapevamo già prima di partire che la strada per l’oasi di Bahariya è una pista sabbiosa in pessime condizioni, un grosso problema per le nostre moto stradali. Dopo una gustosa colazione occidentale andiamo all’ufficio del turismo a caccia di informazioni. Con mille difficoltà capiamo che è impossibile continuare il viaggio con le nostre moto; non ci resta che tornare indietro fino alla costa e seguire il Mediterraneo fino ad Alessandria. Ma in un overland non si può tornare sui propri passi! E se caricassimo le Enfield in un pick-up? Coinvolgiamo tutto il paese nella ricerca di un fuoristrada e cerchiamo di identificare un prezzo giusto. Abbiamo un paio di giorni di tempo, l’esca è stata lanciata, vediamo cosa succederà.

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Siamo in prossimità del “Grande mare di sabbia”, l’immenso deserto di dune tra Egitto e Libia , uno dei posti più inesplorati del pianeta recita la mia Lonely Planet. Ne approfittiamo per goderci le bellezze del circondario. La prima meta è Fantasy Island, un’isola di palme in mezzo ad un lago salato, con uno sfondo alla Monument Valley e distese infinite di datteri ad essiccare . Poi la parte culturale con la Collina della Morte, il cimitero di oltre 2.000 anni con tombe tolemaiche e romane. Ma il clou è il “Grande mare di sabbia” ; reperiamo un fuoristrada con autista e dopo aver ottenuto i permessi della polizia partiamo in direzione sud. Lentamente le dune giganti si fanno più vicine, l’asfalto diventa sterrato, poi sabbia, poi soffici dune. Siamo in mezzo alle dune a gran velocità, salite e discese mozzafiato. Adrenalina al massimo nell’immergersi tra le dune più alte del mondo, nel deserto dei deserti. In lontananza avvistiamo un altro fuoristrada, sembra un modellino di plastica, tutto sembra irreale e finto. Raggiungiamo una sorgente di acqua fredda e poi una di acqua calda dove ci tuffiamo senza indugi. Poi una distesa di reperti fossili e l’attesa del tramonto dalla duna più alta. Sono esterrefatto, il silenzio è traumatico, mi apparto a giocare con le impronte lasciate sulla sabbia. La luna grande come un cocomero inizia la sua ascesa mentre il calar del sole trasforma le dune dal rosso al giallo ed infine al grigio. La temperatura scende improvvisamente, un nuovo mondo si sta aprendo. È buio pesto quando torniamo in albergo e troviamo ad attenderci un vecchio barbuto con una buona notizia: dopodomani avremo un pick-up a disposizione per la traversata del deserto, e a prezzi ragionevoli. Evviva! The show must go on!

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Una giornata dedicata ai villaggi berberi della periferia, al Tempio dell’Oracolo e al Tempio di Amon, al relax ai Bagni di Cleopatra in attesa della partenza.

Alle 8 di mattina abbiamo l’appuntamento con l’autista del fuoristrada, lunghe operazioni di carico, rifornimento di acqua e cibo e partiamo emozionati per 380 chilometri di nulla. Il pick-up oltre alle nostre moto è stracarico di ogni tipo di merce, io Gabriele e l’autista stretti come sardine. Non incontriamo segni di vita se non qualche check-point militare (ne incontreremo 7) e lo scenario è fantastico; si passa da immense dune che invadono la pista a laghi salati che accecano la vista, a pan di zucchero che sembrano funghi appena spuntati. Le condizioni della pista sono proibitive ma il driver corre veloce. Il tol ondulè mette a dura prova gli ammortizzatori e l’alternativa è il fuori pista. Poi il paesaggio si trasforma in una tavola nera, siamo in una depressione di origine vulcanica. Quanto è vario il deserto!!! Incomincia a fare un caldo mostruoso e verso le 13 ci fermiamo per un veloce pranzo. Si riparte e l’autista diventa più spericolato, sempre più audace nei fuoripista e ci insabbiamo un paio di volte. Ora la sabbia sulla pista è davvero tanta e soffice e la terza insabbiatura sarà quella fatale: siamo solo ad una decina di metri dalla pista ma siamo davvero sprofondati nella sabbia. Arriva il buio e siamo ancora bloccati. Sono piuttosto preoccupato ma quando scorgo la luna resa rossa dalla luce del tramonto mentre sale maestosa nel cielo tra migliaia di stelle brillanti penso di essere davvero fortunato. Impiegheremo 6 ore per percorrere pochi metri ma alla fine riusciamo a ripartire . Mi chiedo come faccia l’autista a correre a folle velocità, di notte, su una pista impossibile, con un freddo polare e dopo aver spalato sabbia per un intero pomeriggio … ma questo è l’overland. La pista sembra non finire mai e da questa mattina non abbiamo ancora incontrato un mezzo motorizzato. È l’una di notte quando in lontananza vediamo un bagliore, le luci dell’oasi. Un ultimo checkpoint militare e finalmente, stremati, siamo a destinazione.

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A Bahariya andiamo alla scoperta del deserto nero che affrontiamo in sella alle nostre moto; sembra l’inferno e provo ad immaginare gli sconvolgimenti tellurici che hanno dato origine a questo ambiente. Vorremmo proseguire per l’oasi di Farafra ma non abbiamo tempo : domani al Cairo abbiamo appuntamento con Daniele e Davide partiti in aereo dall’Italia per venire a trovarci. Ripartiamo dunque alla volta della capitale, altri 400 km di monotona strada dove capisco che la mia Enfield ha un grosso problema meccanico. Come ci dirà poi Hatif : problem biel.

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Entrare al Cairo in motocicletta è impresa ardua, trovare l’hotel un incubo e l’infernale traffico una roulette russa. Ma tutto ciò è subito dimenticato dalla gioia di incontrare gli amici con i quali ci tuffiamo per due giorni tra bazar, musei, moschee e piramidi. Da romagnoli veraci non sono molto abituati ai ristorantini per locali che oramai siamo soliti frequentare; dopo cena non è raro vederli sparire dentro un McDonald’s o Pizza Hut. Nel mentre la mia Enfield riposa ma in queste condizioni non può proseguire il suo cammino. Rocambolescamente incontriamo il meccanico Hatif che si rivela un gran manico nonostante la sua officina sia in un anonimo garage di Giza; in 48 ore smonta in mille pezzi il blocco motore, estrae la biella con l’ausilio del forno del dirimpettaio fornaio e ricostruisce ex novo la bronzina danneggiata. Noi siamo sempre li a controllare l’operato e ne approfittiamo per socializzare con il vicinato e per vivere gli usi e costumi dell’ egiziano medio. Facciamo delle belle amicizie e quando siamo pronti per partire siamo tutti un po’ dispiaciuti.

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Usciamo dal Cairo in una nebbiosa mattinata, attraversiamo un immenso ponte sul Nilo e procediamo in direzione Suez. Dal porto di Suez partono vascelli per il Sudan e l’Africa centrale e la fantasia galoppa. Finalmente siamo al cospetto del Canale, è emozionante pensare a quello che ha rappresentato anche se l’effetto scenico è piuttosto deludente. Un tunnel passa sotto al canale e ci ritroviamo nella penisola del Sinai che ci accingiamo a circumnavigare . Villaggi turistici si alternano a canyon dai mille colori; ad Abu Zenima dormiamo in un edificio in costruzione e dopo altri 220 km di caldo torrido raggiungiamo la snaturata Sharm el-Sheikh. Ci sistemiamo all’ostello e ci prendiamo un paio di giorni di meritato riposo nel meraviglioso parco marino di Ras Mohammed. Ma la nostra meta principe del Sinai è Dahab, la Goa del Medio Oriente, rifugio internazionale di hippy con le bombole da sub che ben conoscono le origini indiane delle nostre Enfield. Suscitiamo infatti una vivace curiosità e facciamo incontri interessanti tra le spiagge e gli incredibili locali adagiati sul lungomare.

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Tornerò a Dahab con più calma; ora è il momento di lasciare l’Egitto e a Nuweiba ci imbarchiamo e attraverso il golfo di Aqaba raggiungiamo la Giordania.

(la prima parte: Libia | la terza parte: Giordania)

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Riccardo Prati, professione viaggiatore e cittadino del mondo. Un Master in Diritti umani e azione umanitaria. Si occupa di tematiche legate alla pace e alla nonviolenza, ha viaggiato in oltre 100 paesi ed ama i grandi overland che ha percorso in moto, auto e mezzi locali. Per info potete scrivere a riccardoprati@libero.it