Oggi si lascia l’Egitto, in traghetto attraverseremo il Mar Rosso ed entreremo in Giordania tramite il porto di Aqaba. Il traghetto parte da Nuweiba nel pomeriggio e quindi possiamo iniziare la giornata con calma. Dopo una buona colazione saliamo sulle nostre moto e partiamo per gli 80 chilometri che ci separano da Nuweiba. La strada è sempre molto bella, si segue un fiume secco, una salita infinita e poi una discesa rettilinea per molti chilometri. Da lontano vediamo una nave che presumiamo sia la nostra anche se siamo in buon anticipo. Arrivati al porto scopriamo che sono cambiati gli orari e la nave è in partenza tra pochi minuti. Ci precipitiamo in biglietteria ed un simpatico doganiere ci aiuta nelle formalità. Sulla nave siamo gli unici europei e come sempre accade siamo al centro dell’attenzione. Di fronte a noi la costa Saudita e alla sinistra le belle spiagge del Mar Rosso. Dopo quattro ore di navigazione siamo nel golfo di Aqaba, forse l’unico golfo al mondo diviso fra tre stati, Giordania Egitto e Israele. Penso alla storia antica e recente che ha portato a questa divisione, ma non c’è tempo per la fantasia, è ora di scendere. Incredibile ma vero: in meno di mezz’ora svolgiamo tutte le pratiche doganali senza inghippi ne taglieggiamenti. Il balzo culturale è repentino, potremmo essere in una qualsiasi località balneare europea con negozi luccicanti e tecnologia all’avanguardia. È ormai buio e decidiamo di non proseguire, troviamo un modesto alloggio e con pochi euro la cena è assicurata.

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La prima tappa è il mitico Wadi Rum, paesaggio desertico di straordinaria bellezza, via di passaggio da e verso l’Arabia Saudita fin dall’antichità, luogo che contribuì a creare un’aura leggendaria intorno alla figura di Lawrence d’Arabia.

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La strada è buona, larga, con continui saliscendi e dopo 80 chilometri siamo alle falde del deserto. Non ho le idee chiare su come organizzare le escursioni, dove dormire, come muoversi. Un addetto del parco ci consiglia di dormire in tenda nel deserto e intanto possiamo avventurarci da soli nelle piste sabbiose. Partiamo dunque alla volta delle sorgenti di Lawrence ma ben presto ci rendiamo conto che la pista è impraticabile con le nostre moto, rischiamo di distruggerle. Nel mentre incontriamo la polizia locale, la mitica pattuglia cammellata del deserto. Noi sorpresi di vedere loro e loro sorpresi di vedere noi con le nostre improbabili motociclette. Torniamo al villaggio e organizziamo l’escursione in jeep; acquisti di viveri e acqua e all’una si parte. Il panorama è stupendo, imponenti montagne di arenaria e bizzarre formazioni rocciose puntellano una valle di sabbia lunga e diritta. Visitiamo le rocce con le pitture rupestri, la grande duna che domina il paesaggio, il piccolo arco naturale di roccia e poi quello grande. È quasi il tramonto e inizia la ricerca della legna per il fuoco e la scelta della grotta dove dormire. La nostra giovane guida ci prepara una succulenta cena mentre la notte prende il sopravvento e le stelle la fanno da padrone. Ascolto il silenzio, gioco con la brace del fuoco e ammiro il firmamento. Un the caldo ci aiuta ad affrontare il freddo, montiamo la tenda e salutiamo la guida che in jeep torna a casa. Siamo davvero soli in mezzo al nulla, si alza un forte vento che provoca sinistri rumori. L’apprensione si alterna alla tranquillità. Provo ad addormentarmi e dopo poco ecco un rombo di fuoristrada, luci puntate su di noi, panico totale. Mi catapulto fuori dalla tenda e trovo il padre della nostra guida con un pacco di biscotti per noi e una Pepsi.

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Ha deciso di dormire vicino a noi dentro la sua sacca di pelle di capra. Forse per motivi di sicurezza, forse per dovere di ospitalità. Storie di beduini, storie di deserto. L’escursione termica è una caratteristica del deserto e ci svegliamo presto dal freddo. Ancora non lo sappiamo ma oggi sarà una giornata molto impegnativa. Tornati al villaggio salutiamo i nostri amici beduini e risaliamo in sella alle Enfield, destinazione la mitica Petra. La King’s Highway oggi è deserta, stretta, sempre in salita. Siamo in mezzo alle nuvole, incomincio a non sentire più le mani e i piedi per il freddo, siamo in gennaio e forse abbiamo sottovalutato le condizioni meteo. Gabriele è rimasto indietro, ci siamo persi. Gli ultimi chilometri sono davvero difficili, vento laterale a raffiche, fango nella strada, pioggia e nebbia. Finalmente scorgo la scritta Wadi Musa, ossia Petra. Mi fiondo dal primo venditore di the che incontro, una stufa a gas per scaldare piedi e mani e asciugare i pantaloni ormai fradici. Un the bollente e l’arrivo del mio compagno di viaggio sollevano il morale oltre alla consapevolezza di essere in una delle nuove sette meraviglie del mondo. Una doccia bollente e un buffet vegetariano in attesa della visita di questa città che gli arabi nabatei governavano prima dell’arrivo dei romani e che trasformarono in una delle città più straordinarie del Medio Oriente.

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Di buon ora entriamo nel sito seguendo il fiume secco, i primi obelischi e i primi monumenti. Pochissimi turisti, Petra quasi tutta per noi. Entriamo nella strettissima gola dell’Outer Siq, una spaccatura terrestre lunga oltre un chilometro; le pareti si alzano a picco per 100 metri e sono ricche di nicchie, tabernacoli e incisioni. Quando sembra non finire più ecco apparire l’emblema di Petra, Al-Khazneh, la superba facciata alta 40 metri del Palazzo del Tesoro del Faraone, scolpita interamente nella roccia. Un momento che aspettavo da tempo, forte e lunga l’emozione. Riprendiamo il cammino, la Strada delle Facciate, le imponenti Tombe Reali, l’anfiteatro, la Via Colonnata, i resti dei mercati, il monte dei sacrifici e tanto altro ancora.

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Petra è chiamata la “città rosa” anche se tale definizione non rende giustizia alla favolosa gamma di colori che il sole produce nell’arco della giornata. Edifici scavati e cesellati nella parete di roccia, una roccia dalle forme e dai colori bizzarri. Visitare tutto il sito richiederebbe un paio di giorni ma purtroppo non ce lo possiamo permettere. Siamo in viaggio da diverse settimane e ancora non abbiamo la certezza sulle modalità di ritorno a casa.

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Se il clima è stato clemente durante la visita di Petra oggi non si paventa nulla di buono. Partiamo con calma per i 170 chilometri che ci separano da Karak. La strada è interrotta e ci obbligano ad un lungo de-tour. Intanto è arrivata la nebbia, piove e fa freddo. Fatico a vedere i fanali della moto di Gabriele nonostante mi sia quasi incollato. Una breve sosta per scaldarci a Shobak e saliamo in quota verso il Dana National Park. La situazione lentamente ma inesorabilmente degenera: il vento laterale è fortissimo e fatico a tenere la moto in carreggiata, diluvia, freddo bestia, visibilità a 10 metri. Sono costretto ad alzare la visiera del casco e a togliermi gli occhiali, la pioggia mi trivella la faccia. Fiumi di acqua e fango scendono sulla strada, le moto arrancano in prima marcia. Sono i momenti più difficili del viaggio. Rischiamo veramente di farci male ma non ci sono alternative. Al valico ci fermiamo presso alcuni falegnami che sono raccolti attorno ad un fuoco. Ci rassicurano dicendo che la situazione meteo è destinata a migliorare. Inizia la discesa di 30 chilometri, attraversiamo il Wadi Hasa e lentamente il sole ci svela un panorama molto rigoglioso. Chiediamo informazioni ad un pastore, ci scambia per israeliani e ci minaccia con il suo bastone. Oggi non è proprio giornata!

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La strada sale nuovamente, piove ancora a catinelle e le strade sono completamente allagate. Siamo in condizioni pietose ma finalmente vediamo il cartello di Karak. Mi fermo al primo hotel e senza neanche contrattare il prezzo mi fiondo in camera e trascorro la notte ad asciugare gli indumenti. Dopo un lungo briefing decidiamo che non ha senso proseguire per questa strada e così scendiamo subito tra le caldi e pesanti acque del Mar Morto che costeggiamo per tutto il suo corso. A questo punto l’itinerario originario prevedeva la visita di Gerusalemme ma la situazione socio-politica è tale che le frontiere sono chiuse. L’unico valico aperto è quello di Sheikh Hussein Bridge, la frontiera più settentrionale.

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Risaliamo quindi tutto il fiume Giordano con la Cisgiordania sulla sinistra, attraversando decine di villaggi di profughi palestinesi che ci guardano nervosi scambiandoci forse per coloni israeliani in vacanza. Siamo gli unici ad attraversare la frontiera dell’odio ma la tensione è inferiore a quella che mi aspettavo. Eccoci in Israele che da solo meriterebbe un viaggio a parte. Il nostro obiettivo è solo quello di attraversare il paese fino ad Haifa dove dovrebbe esserci il traghetto per Cipro e poi per la Grecia. Dico dovrebbe perché il vero tormentone del viaggio è stato proprio quello della incertezza sulle modalità e sulla fattibilità operativa del ritorno da Israele. Sembra infatti che tutti i collegamenti marittimi siano sospesi per motivi di sicurezza e le alternative possibili sono alquanto improbabili e complicate.

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Haifa è una città mostruosa quanto anonima ma quando arriviamo al porto sono troppo felice, l’overland nordafricano è una missione compiuta e alzo le braccia al cielo in segno di vittoria. Oggi è un giorno festivo e tutti gli uffici sono chiusi; non riusciamo quindi a verificare l’esistenza della nave ne la disponibilità per due stanche motociclette. Troviamo ospitalità in un ostello e solo l’indomani la grande notizia : la nave partirà ed è vuota.

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Visitiamo con entusiasmo l’affascinante Tel Aviv anche se il paese è in assetto da guerra e la tensione è palpabile ovunque e solo quando il portellone del traghetto si chiude mi sento veramente tranquillo.

Ci sono ancora quattro lunghi giorni di viaggio: la sosta a Cipro, l’arrivo ad Atene e la ripartenza da Patrasso. Quattro lunghi giorni per rivivere mentalmente questa fantastica sfida, per scherzare sulle nostre disavventure ma sopratutto per progettare il prossimo overland.

(la prima parte: Libia | la seconda parte: Egitto)

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Riccardo Prati, professione viaggiatore e cittadino del mondo. Un Master in Diritti umani e azione umanitaria. Si occupa di tematiche legate alla pace e alla nonviolenza, ha viaggiato in oltre 100 paesi ed ama i grandi overland che ha percorso in moto, auto e mezzi locali. Per info potete scrivere a riccardoprati@libero.it