La mia prima lezione di geografia alle elementari fu un vero disastro. La maestra ci mise davanti a una cartina, decisamente abbozzata, del mondo e ci chiese di cerchiare dove pensavamo fosse casa nostra. Così iniziammo a spizzarci e a scopiazzarci, a vicenda: il mio vicino di banco si piazzò in Siberia, anche se poi casa sua era dall’altra parte della strada. La mia migliore amica finì in Uganda, della serie: “Se lei abita nel paese accanto al mio, sarà mica che vivo in Kenya?” Senza contare che ci fu anche chi decise aprioristicamente di abitare ventimila leghe sotto i mari, crocettando l’oceano.

ph. Sylwia Bartyzel

Io scelsi, invece, l’astensionismo. Avevo bene in mente dove fosse casa mia, solo che le quadrettature sulle mie carte non corrispondevano a quelle della maestra.

Ed è lì che ho sentito, forse per la prima volta, che non sarei mai appartenuta a nessun luogo e che avrei dovuto imparare a convivere con quel senso di costante irrequietezza, capace di diventare, in alcuni giorni più di altri, supplizio tantalico.

Nessuno dovrebbe mai chiedere a un bambino qual è il suo posto nel mondo, tanto meno domandargli cosa vorrà fare da grande: tutte quelle strade tracciate diventano limiti che finiscono per fotterti, inequivocabilmente.

Dopotutto ci provano sin dall’inizio a convincerti che viaggiare, ma ancor peggio perdersi, è sbagliato. E continuano a farlo per tutta la vita, insegnandoti che l’immobilità è l’unica alternativa valida, l’unica possibilità di garanzia per un futuro certo. La stabilità contro l’incontrollabilità. Geografie fatte di rigidi confini personali, di punti cardinali, di Last Minutes e di Corsi di Orientamento, prima all’Università, poi al Lavoro come a sincronizzare tra di loro tutti i dispositivi gps per lasciare ben poca libertà di oscillazione attorno all’asse della bussola.

Eppure, in Terza Liceo, ci finisci lo stesso a fissare le tue vertigini fuori dalla finestra, invidiando tutte quelle macchine che sfrecciano in autostrada dirette chissà dove. Ci finisci lo stesso a desiderare di partire per venirti un po’ incontro. Ci finisci lo stesso a sperare di ritrovarti, se non di trovarti alla fine del mondo. O poco più in là.

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Del resto, qualsiasi viaggio altro non è che la possibilità di decodificare se stessi, attraverso un percorso socratico di autoconoscenza.

E mi piace pensare che questa sorta di desiderio ancestrale, latente in alcuni e più attivo in altri, sia lo stesso che il sabato pomeriggio o la domenica mattina porta ad affollarsi le vie del centro e che, per una volta, né noia né tempi morti né abitudinarietà né ponti da week end lungo c’entrino niente. Ho visto persone cercarsi per anni in Tibet senza trovarsi ed altre a cui non è bastato viaggiare una vita intera; ad altre è stato sufficiente, invece, scendere al supermercato sotto casa o passeggiare per il parco oppure prendere il treno per tornare da qualcosa, da qualcuno.

ph. Rohit Tandon

Non ci sono regole, non ci sono tempi, non c’è via di scampo, ma prima o poi, anche se tutto va bene (più sovente quando tutto va male), quell’irrefrenabile bisogno di andar via, di mollare tutto ti assale. Per una settimana, per sempre.

E non basta più spararti in stecca puntate su puntate di “Alle Falde del Kilimangiaro”, “Geo & Geo” e “Passaggio a Nord Ovest”, lasciare il cuore sul depliant dell’agenzia viaggi, leggere compulsivamente Terzani, consultare ossessivamente Kayak e cantare a squarciagola “da Milano fino ad Hong Kong passando per Londra, da Roma fino a Bangkok”.

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E poco importa se hai imparato che chi non sa dove andare, chi vagabonda è perso, forse addirittura perduto; che assieme alla casella dell’andata va sempre selezionata anche quella del ritorno e che non è mai il momento oppure è sempre troppo tardi.

Non servono imprese “no limits” e nemmeno patrimoni da latifondista. Nessun ingombro e la libertà di andare sono più che sufficienti: per il resto, ognuno sa per sé, ognuno fa quel che gli viene, ognuno mette in parole il mondo come può.

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Ora come ora, ho solo un paio di Converse un po’ “vissute”, un’Atala rossa che ha più di trent’anni, col cestino di vimini, i dettagli bianchi e i cerchioni arrugginiti, e un ciondolo su cui ho fatto incidere “Not all those who wander are lost” che è ciò in cui, al momento, credo e spero di più, ma verrei meno a me stessa se non credessi fermamente che, alla fine, tu accetterai quel lavoro lontano da casa, tu avrai il coraggio di licenziarti e partire, tu ti regalerai la tua Africa, tu ti darai la possibilità di tornare e tu imparerai a restare, per poco o per tanto.

E’ sufficiente scoprirsi nomadi una volta sola per avere la certezza che si ripartirà.

Elena Fiorini

Nata, per caso, a Genova nel 1989 e cresciuta nei dintorni di Aulla, una piccola cittadina toscana situata alle estreme propaggini della provincia di Massa-Carrara, consegue la maturità classica con la lode e si trasferisce a Parma, dove tuttora studia e lavora. Amante dei libri, dei cani e del cioccolato, scrive a tempo trovato storie in cui finisce sempre col mettere molto di più di un po’ di se stessa.