a Hortense

“Dear Catastrophe Waitress
Dear Catastrophe Waitress
I’m sorry if you seem to have the weight of the world over you
I cherish your smile
There’s a word of peace on your lips
Say it, and with tenderness I’ll cherish you
I’ll cherish you”

Belle & Sebastian

Passeggiando per le strade di Londra. La città sembra sempre sul punto di accelerare. Si sentono i clacson suonare agli incroci, si vedono persone sfrecciare in bicicletta, decine di persone, gente sui monopattini, sui pattini, di corsa. Ti svegli una mattina presto e vedi gente che corre con lo zainetto in spalla e ti chiedi se sia una tecnica di allenamento o se più semplicemente stanno andando al lavoro, in una di quelle società moderne dove hai spogliatoio e doccia a disposizione, dove la pausa la puoi fare giocando a calcetto, oppure dove hai un’infinita scelta di bibite al gusto ciliegia. Il numero di persone in movimento, sulla metropolitana, lungo le strade, nei bar, è sempre altissimo. Non c’è stata una volta, seduto in un bar che non si vedessero due o più persone parlare di lavoro, o che sembrava parlassero di un contratto, o che stessero facendo un colloquio. Dei camerieri incontrati in 3 giorni, almeno uno era sempre italiano, qualsiasi fosse il ristorante o il bar. Tutti che si muovono, fanno, costruiscono. E poi ci sono quelle case bellissime, appena fuori dal traffico di Cromwell Road, le case tutte bianche con il portico d’ingresso o quelle di mattoni rosso mattone, con il giardino davanti a casa e la serratura a combinazione, un cancelletto su cui è applicato un avviso della polizia che dice che quella è una proprietà privata. E pensi chissà chi ci andrà mai lì dentro. E basta sporgersi un po’ oltre e le vedi, le tre ragazze stese tra erba e plaid, una domenica pomeriggio, che fanno il pic-nic. Di giorno quelle case bellissime scintillano sotto il sole, quando c’è il sole. Di notte solo poche finestre si illuminano e non capisci come mai ci siano così tante Mercedes, Porsche e Ferrari, (sì Ferrari, parcheggiate lungo la strada, come neanche al Ferrari Day di Maranello) e così poche case abitate. Chi ci sta in quelle case? Presumibilmente nessuno, meglio tenerle vuote. In alcune zone c’è una ricchezza così ostentata che sembra finta, e invece è vera. In alcune immagini ci sia una povertà così radicata che sembra uscita dalla peggior sceneggiatura di Ken Loach, e invece è vera, quasi sicuramente è vera. Vedi le case che vanno a pezzi, si sgretolano all’umidità della nebbia e della palude. Si vedono, queste case, prendendo il treno che collega Stansted a Liverpool Station. Poi ti infili nella metropolitana per sbucare dalle parti di South Kensington e si torna a sognare. Passeggiando per Londra, ti chiedi quanti coetanei, quanti connazionali siano arrivati con l’idea di prendere tutto e prenderlo subito, di avviare il business della vita e salire su una di quelle Bentley che si vedono parcheggiate con la frequenza delle utilitarie. Quanti siano riusciti a guardare le televisione italiana dal divano che si vede dal bow window che affaccia sul giardino e quanti invece invece debbano quotidianamente scontrarsi con proprietari di casa scontrosi o molesti in zona 5. Tutti quei taxi davanti al hotel 5 stelle e tutte quelle persone che cercano di venderti un biglietto non ancora scaduto della metropolitana, tutti quelli che ordinano bottiglie di vino da £40 pound e quelli che bevono lattine di lager davanti ai Tesco. Poi ci sono gli inglesi, con la loro educazione, a volte un po’ forzata, tanto che riescono a essere gentili e scortesi allo stesso tempo, e quelli sinceramente gentili e disponibili che dovendo affrontare una situazione inaspettata, vanno nel panico, perdono 10 anni di vita, ma poi il gruppo senza prenotazione lo fanno entrare. Passeggiando per Londra ho visto ancora i punk, con la cresta rossa, appuntita e rigida che sembra impossibile non si rompa al primo soffio di vento; ho visto che ancora le ragazze riescono a indossare scarpe bianche col tacco, fuori dal giorno del loro matrimonio; mi sono accorto di quanto sia una vera metropoli internazionale e mi sono ritrovato a ridere quando qualcuno pensa che Milano lo sia, solo perchè per 5 giorni all’anno c’è un po’ di gente per il Salone. Sono convinto che Londra sia un posto che possa dare molto, ma ho avuto anche l’impressione che ti macini senza nessuna pietà se non riesci a stare al passo, se non riesci a cavalcare questa onda altissima e velocissima che sembra non rallentare mai. Ho avuto l’impressione che fosse una città più concreta di altre, un posto dove le cose si fanno e dove hanno un loro valore, ma appena lo perdono, non c’è nessuno disposto a guardare indietro. O sei dentro o sei fuori. Dopotutto in Europa in quale altro posto poi trovare le opportunità per aprirti al mondo, i grandi professionisti, i grandi mestieri, l’arte, la cultura, da qualche anno anche il grande calcio, e persino il ciclismo. Londra è una grande macchina a vapore lanciata verso il futuro, come quelle che si vedono nel grande salone del Science Museum, come ai tempi di Watt, una macchina per il futuro. L’atmosfera che si respira, l’energia che si può quasi toccare è davvero notevole. Complice anche il tempo, le giornate di sole che ti fanno apparire tutto sotto una luce diversa, più bella, specie in posti dove le nubi grigie caratterizzano così tanto il paesaggio. Non so quanti ce la facciano, ma capisco bene da dove arrivi la voglia di provarci. Non saprei dire perchè Hortense, la ragazza francese che ci ha servito durante la nostra ultima serata, si sia ritrovata a Londra. Sicuramente non per fare la cameriera in uno dei tanti ristoranti di cucina fusion che si trovano in ogni quartiere. Di certo non aveva una casa lì vicino, ma più probabilmente in zona 2 o 3. So che è stata gentile e un po’ impacciata, un po’ svampita e molto simpatica, specie quando ci ha allungato un biglietto da visita con il suo nome scritto a penna, invitandoci – se ci eravamo trovati bene – a fare una recensione positiva. Il noto portale delle recensioni si è arricchito di un altro parere, che puntava poco sul cibo e più sulla sua gentilezza. Passeggiando per Londra ti rendi conto che non tutti possono farcela, e sarebbe bello, invece, se Hortense ce la facesse.

La foto in copertina è di Matt Jones.