Spesso succede di ricevere una mail in cui si parla di un libro in uscita, un libro che parla di viaggi. É una cosa a cui teniamo molto e a cui dedichiamo sempre volentieri del tempo. Non sempre quello che ci viene proposto desta la nostra attenzione, a volte i racconti di viaggi meravigliosi risultano terribilmente noiosi, ma ci sono occasioni in cui i viaggi sono raccontati così bene che per un attimo ti sembra di essere a camminare di fianco all’autore. In questo caso, con Francesco, avremmo potuto essere accanto a lui in qualche cantina lungo la Cordigliera, o su un autobus in mezzo alla foresta peruviana. Di questo libro ci è piaciuto il tono e il modo di affrontare il viaggio, molto vicino alla nostra idea. Con poca enfasi, molto attento a quello che ti sta intorno. Il libro è  “Divino Andino” edito da Polaris

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e visto che volevamo saperene un po’ di più, gli abbiamo fatto qualche domanda:

NBM: Prima di tutto, come nasce questo viaggio? qual è stata la molla che ti ha fatto saltare fuori dal cerchio e lasciare l’informatica? e alla fine l’hai lasciata definitivamente?

Francesco Antonelli: Il viaggio in un certo senso nasce a Bologna. E’ li che ho conosciuto la mia compagna, Marisol, peruviana ma da tanti anni in Italia per lavoro. Fin da subito sono rimasto affascinato della cultura e tradizione andina che mi ha trasmesso soprattutto attraverso il senso del gusto. Il lavoro invece aveva iniziato a starmi un po’ stretto. Era un ambito complesso: mi ero specializzato nell’informatica per la gestione delle risorse umane ma pur essendo abile e ben pagato avevo capito che non faceva più per me. Dopo circa un anno di pensieri e ripensamenti, ho preso una decisione definitiva e mi sono dimesso dal secondo contratto a tempo indeterminato che ho avuto, era il Luglio 2013. L’informatica oggi ci circonda ed è difficile o forse inutile abbandonarla definitivamente, nel mio caso ho lasciato andare gli aspetti più “antipatici”: risoluzione di errori, scadenze…

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NBM: Come hai progettato il viaggio, come ti sei organizzato?

FA: Quando ho tratteggiato sulla cartina un percorso che ritenevo interessante seguire, mi sono accorto che quelle aree potevano essere apprezzate non solo da un punto di vista “turistico” ma anche secondo un aspetto enologico, o meglio, enogastronomico. Così ho approfondito vari aspetti legati ai prodotti che avrei potuto trovare e assaggiare, studiando e ricercando sia su testi che su internet. Mi sono imposto alcune tappe necessarie per la realizzazione del progetto, lasciando però al caso i tempi e i modi per raggiungerle perché volevo un compromesso tra appuntamenti fissi e libertà di spostamento. Così tra il volo sulle linee di Nasca e Machu Picchu in Perù, ho inserito una tappa nel deserto costiero peruviano dove si produce Pisco, distillato dal vino; alla fine dell’altopiano boliviano ho deviato verso la regione di Tarija, sconosciuta al panorama enologico mondiale ma che produce vini interessanti e poi in Argentina ho corso su lunghi tratti della Ruta 40, parallelamente alla Cordigliera delle Ande nei luoghi dove si concentrano le più importanti Bodegas di vino e infine una toccata e fuga di due settimane in Cile.

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NBM: Nel tuo libro si parla molto di cibo e vino, quando nasce questa passione? quali sono le caratteristiche principali dei vini che hai bevuto?

FA: La passione per la buona cucina ce l’ho da sempre, sono cresciuto in una famiglia dove la nonna e la zia facevano la pasta in casa e i sughi quotidianamente. Anche la passione per il vino ce l’ho da tempo, anche se l’ho perfezionata solo negli ultimi anni, frequentando appositi corsi e degustazioni guidate. Le caratteristiche dei vini che ho bevuto cambiano molto a seconda delle abitudini dei consumatori del luogo, ad esempio in Perù dove il consumatore non è abituato al vino secco, si preferisce sempre abboccato, cioè tendente al dolce. In Argentina e in Cile i gusti sono molto più simili ai nostri, anche per effetto di una maggior contaminazione con l’Europa. I vini Boliviani e del Nord Argentina sono detti “di Altura” perché le viti crescono oltre i 1000 metri di altezza in territori molto particolari: aridi, soleggiati con notti fresche. Queste caratteristiche danno ai rossi una maggiore concentrazione di sostanze dette fenoliche che arricchiscono il prodotto finale.

NBM: Il migliore che hai bevuto? (anzi consigliaci qualcosa che possiamo trovare anche in italia!). La cosa più buona che hai mangiato? Il cocktail più strano e inaspettatamente buono?.

FA: Il migliore che ho bevuto è un Malbec riserva dell’enologo Marcelo Pelleriti, argentino. Non lo conoscevo ma è un prodotto spettacolare, la sintesi del vero Malbec argentino: colore rubino scuro intenso con sottili riflessi violacei, fine al naso, armonico e ampio in bocca, valorizzato da un passaggio in legno che non sovrasta le caratteristiche del vino, come avviene in molti casi, ma anzi lo rende più complesso. In Italia si trovano alcuni prodotti nei supermercati ad esempio Conad, oppure in enoteche specializzate, le cantine più comuni in grande distribuzione sono Bodega Altavista per l’Argentina, Concha y Toro e Emiliana per i cileni, quest’ultima certificata bio. Non pervenuti vini peruviani e tantomeno quelli boliviani, ma si trova il Pisco o nei minimarket cinesi o in alcune distribuzioni che operano solo per commercianti( Velier e Meregalli). Meregalli è un grosso importatore anche di vini del Sud America insieme ad altri più piccoli ma con etichette interessanti, fra questi c’è World of Flavours che ha sede in Lombardia e Via dell’Abbondanza con sede a Genova. Da mangiare mi sono piaciute tantissime cose: la cremolada, è una granita artigianale che fanno in casa e che si compra proprio nelle case della gente, sul cancello; i gusti sono naturali e esotici: tamarindo, ananas, mango…il Tamal è una specie di tortino di farina di mais cotto a vapore nelle foglie di banano, si mangia per colazione. Il Lomo Saltado, sostanzioso piatto peruviano di carne e verdura che rappresenta la sintesi delle contaminazioni andine, europee e asiatiche tipiche della cucina creola. Tra i cocktail naturalmente il pisco sour e il chilcano, che potrebbe piacere molto anche da noi, quest’ultimo fatto con pisco, soda e ginger ale. Da menzionare anche il cocktail argentino per eccellenza, fernet e coca cola: praticamente una legnata nella schiena!

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NBM: Hai attraversato molti paesi, con modalità molto diverse, cosa ti è rimasto addosso di ogni paese che hai visitato?

FA: Del Perù la storia, le tradizioni, l’archeologia, la cucina; della Bolivia la natura; dell’Argentina le radici italiane dei suoi abitanti, che si ritrovano in tanti piccoli dettagli, del Cile la modernità e l’avanguardia: nelle architetture, nella società, nel vino. Trasversalmente a tutti questi paesi, la gente, ovunque sempre molto solare, disponibile e cordiale.

NBM: Tra i tanti personaggi incontrati (solo per citarne alcuni, Edwin, Diego, Ceviche, Benjamin, Victor, quelli del bar boliviano, Pedro, Mauro da Roma…) chi ti ha colpito di più?

FA: Difficile a dirsi, soprattutto perché sono diventati poi i personaggi del mio romanzo e quindi mi sono affezionato ad ognuno di loro. Ciascuno porta con se un elemento narrativo a cui volevo dare voce. Con alcuni ho passato molto più tempo, altri invece lo hanno attraversato come veloci meteore. Sono rimasto molto colpito quando ho appreso della scomparsa di Ceviche, un signore sulla sessantina che compare all’inizio del racconto. Eravamo rimasti in qualche modo in contatto perché bazzicava nel quartiere dove ero stato ospitato e dove tuttora vive parte della famiglia di Marisol. Non pensavo eppure ho pianto moltissimo per lui, mi sono legato molto a quel piccolo mondo di periferia.

NBM: E tra i viaggiatori? qual è stato l’incontro più interessante?

FA: Purtroppo non molti incontri stimolanti tra viaggiatori, a parte qualche caso particolare. Ricordo un signore scozzese con moglie e figli che annualmente si prende un paio di mesi per viaggiare da solo; l’ho incontrato a Mendoza e mi ha insegnato i vari trucchi che usa per risparmiare durante il viaggio, che includono anche le plusvalenze sul cambio nel mercato nero. Una ragazza romagnola che avrebbe dovuto viaggiare col fidanzato ma si sono lasciati il giorno prima della partenza e lei ha deciso di proseguire da sola. Mauro da Roma che ho trasformato in personaggio del libro, anche lui viaggiava da solo ed era sempre in cerca di…compagnia. Per il resto i soliti backpacker australiani e americani con un approccio al viaggio spesso molto simile e a parte i due appena citati, pochi italiani.

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NBM: Hai visto posti bellissimi e conosciuti come Cuzco e il Salar de Uyuni…ma un posto bellissimo non (ancora) tanto conosciuto che consiglieresti?

FA: Ci sono molti luoghi ancora in attesa di essere scoperti, il Nord del Perù ad esempio con delle bellissime spiagge, la punta Sud della Bolivia, dove passano pochissimi turisti, La regione di Salta in Argentina e Mendoza una città vivissima circondata da cantine vinicole eccezionali, dove si può passare tanto tempo a visitarle tutte. Valparaiso, città che merita da sola un viaggio in Cile.

NBM: Ultima domanda: a parte Inka Cola e Merken sulla birra, c’è altro da cui dovremmo stare lontani?

FA: A parte queste due cose no. Bisogna lasciarsi travolgere dall’irruenza del Sud America semplice e spiazzante, gustosa e genuina; fidarsi, ascoltare, curiosare.

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Francesco Antonelli è nato a Ravenna. Laureato in Giurisprudenza, viaggia fin da giovane grazie alle tournée di una importante compagnia teatrale della sua città che lo portano in pochi anni in tutta Europa, ma anche negli Stati Uniti e in Iran. Negli anni di lavoro a Bologna inizia la passione per il vino, prima con un corso da assaggiatore, poi con degustazioni guidate e viaggi per vigne e cantine. Si avvicina alla scrittura dopo tutte queste esperienze, sentendola strettamente collegata alla passione per il viaggio e alla descrizione dei sensi. Attualmente vive e lavora a Ravenna, dove ha avviato un’enoteca: Enoteca Baldovino.