Abito nella pianura padana. Non sono certo un uomo di montagna. La mia passione è la motocicletta ma da qualche anno ho iniziato a fare qualche trekking di media difficoltà, anche come tour leader di piccoli gruppi. Ho fatto il Cammino di Santiago, il deserto marocchino e giordano, la ruvida Reunion, la mitica Patagonia, le isole Eolie ed altri ancora. Uno dei miei “non lavori” è quello di accompagnare  gruppi di persone in viaggi alternativi. Un giorno, Andrea, vecchio amico e compagno di vari viaggi  mi chiede di fare il tour leader in un trekking al campo base Everest. Non ho idea a che quota sia nè il livello di difficoltà ma la proposta è troppo allettante e d’impulso accetto. Un po’ come Davide, il mio amico imprenditore, quando gli chiedono come ha fatto a fare fortuna partendo dal nulla la sua risposta è: non dico mai di no.

Dunque  il dado è tratto, ho dato la mia disponibilità e partirò per il trekking al campo base Everest. Inizia la raccolta delle  informazioni e vari mesi di allenamento psico-fisico. Non riesco giornalmente a frequentare i sentieri appenninici e quindi mi devo accontentare del piccolo parco vicino a casa mia;  l’unica altura di qualche metro è costituita da un piccolo anfiteatro che percorro in salita e discesa in modo circolare per ore; i bambini che giocano con le giostre mi guardano curiosi e qualcuno chiede alla mamma se per caso sono un matto. Ma sono molto motivato e di certo non mi scoraggio. Uno dei frequenti problemi in quota è il mal di montagna che si riscontra normalmente sopra i 3.000 metri. Sono stato diverse volte in alta quota e non ho mai avuto grossi problemi. Sono già stato al campo base Everest dal lato tibetano; anche questo campo base è oltre i 5.000 metri ma ci sono arrivato in jeep. Quando ho pernottato al monastero di Rongbuk  a pochi passi dal campo base sono stato uno dei pochi a non soffrire l’altura e mi sono permesso anche il lusso di fumare. Si, ai tempi ancora fumavo, e ho fumato anche al campo base Everest, un deficiente.

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Ma ora è tutto diverso: il trekking inizierà da Luckla a 2.840 metri  e in 7 giorni di cammino si raggiungeranno i 5.364  del campo base Everest lato nepalese. L’altitudine è comunque sempre un’incognita, non dipende dall’allenamento e anche la stessa persona può reagire in modo diverso in tempi diversi. Ci sono delle avvertenze e dei comportamenti che diminuiscono il rischio di avere problemi ma di certezze non se ne possono avere.

Trascorrono i mesi e la mia preparazione si perfeziona; sono un po’ preoccupato ma ho la coscienza a posto. So di non essere  un fulmine di guerra in montagna, ho il mio passo tranquillo ma costante, spesso sono tra gli ultimi ma arrivo sempre. Il gruppo fatica però a formarsi : oltre ad Andrea ci sono solo due iscritti, Enzo e la sua sedicente amica. Sono due sessantenni ciociari, in “fuitina” al campo base, tra loro un rapporto adolescenziale non ben definito. Nonostante il numero esiguo di iscritti l’agenzia decide di effettuare il viaggio. Dunque io  e tre partecipanti; sul posto avremo una guida locale e i portatori necessari.

Un lungo volo ci porta nella capitale del Nepal, la mitica Kathmandu. Ci sono già stato varie volte ma l’ultima una ventina di anni fa. Sono scioccato dagli effetti della globalizzazione, dalle strade sterrate del centro trasformate in “boulevard”, dal traffico estenuante e dall’inquinamento pazzesco. Fortunatamente ci dobbiamo fermare sole poche ore, giusto il tempo di ottenere i permessi per il trekking e di andare a Thamel a comprare un po’ di attrezzatura tecnica a prezzi estremamente vantaggiosi. È ancora buio quando lasciamo l’albergo per recarci all’aeroporto per il volo per Luckla, uno degli aeroporti più pericolosi del mondo, sicuramente uno dei voli più emozionanti che si possano fare. Il terminal è invaso da centinaia di alpinisti in attesa; da qualche giorno le condizioni meteo sono state infami e molti voli sono stati cancellati. Anche il nostro è a rischio e solo dopo qualche ora avremo la certezza di partire.

Amo volare e ho il brevetto per gli ultraleggeri e il volo per Luckla da solo vale il viaggio. Il piccolo turboelica da una decina di posti decolla velocemente e dopo poco vediamo in lontananza le prime cime himalayane innevate. La turbolenza si fa sentire ma il clou del volo è l’atterraggio. Una pista scolpita nella montagna a 2.800 metri, 500 metri di lunghezza, 20 metri di larghezza, inclinata di 12 gradi, nessun approccio di cancellazione è possibile, non c’è via di uscita per i piloti una volta che l’approccio finale è iniziato. Vietato sbagliare!!! E i nostri non sbagliano, con enorme emozione sono a Luckla, ora nemmeno io posso sbagliare, l’avventura è iniziata.

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Il piccolo aeroporto è animato da centinaia di portatori in cerca di lavoro. Incontriamo subito la nostra guida Rambir, emana simpatia e  dolcezza; potrebbe avere trenta come cinquanta anni. E con lui 4 giovani portatori con le infradito, probabilmente minorenni. Mi sento un po’ in colpa, sono loro che dovranno portare i nostri 15 chili di bagaglio. L’enigma dei viaggiatori: li stiamo  sfruttando o diamo loro una possibilità di lavoro? Credo che la risposta sia uguale a quella se è nato primo l’uovo o la gallina. Faccio comunque presente a Rambir che i portatori mi sembrano troppo giovani ma lui mi dice di non preoccuparmi, queste sono le regole del gioco.

Dopo un frugale pranzo discuto con Rambir i dettagli del trekking, acquistiamo qualche corda e materiale tecnico e partiamo per Pakhding a 2.610 metri di altezza, dunque oggi si scende. O meglio saranno più le discese delle salite, da queste parti è difficile trovare sentieri pianeggianti.

Percorriamo l’unica strada di Lukhla, ovviamente non esistono auto ne motociclette ne biciclette; solo bambini, donne, portatori e qualche yak. L’emozione dei primi passi è indescrivibile, cerco di memorizzare questi istanti per il momento in cui avrò raggiunto il mitico campo base Everest, probabilmente fra una settimana. Un primo controllo di polizia e inizia una lunga discesa, qualche villaggio di poche case, alcune pietre con incisioni buddiste ed il primo ponte che ci permette di attraversare la vallata previa precedenza agli yak che procedono  in direzione opposta ciondolando la testa e le pericolose corna. Incrociamo i primi portatori con carichi incredibili e pesantissimi, ogni tipo di merce viene necessariamente trasportata a dorso di uomo o di yak. I portatori  procedono celermente aiutandosi con un corto bastone fatto a T, quando hanno bisogno di riposarsi anche solo per pochi secondi si fermano e si siedono sul bastone senza scaricare il carico.  Degli eroi.

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In poco meno di tre ore siamo a destinazione; un sobrio lodge sarà il giaciglio per la notte, ordiniamo la cena e ascoltiamo il primo briefing di Rambir. La nostra simpatica guida ci descrive nei dettagli i sentieri che dovremo affrontare nei prossimi giorni e le regole da seguire per cercare di evitare il mal di montagna: è importante bere tantissimo, mangiare molti carboidrati, evitare cibi pesanti, procedere col proprio passo, riposarsi una volta arrivati a destinazione e altri suggerimenti del buon padre di famiglia.  Dando per scontato che bisogna essere allenati e abituati a camminare in situazioni che possono divenire estreme. Non ci dovrebbero essere problemi; i miei compagni di viaggio hanno alle spalle importanti esperienze alpinistiche , tra le quali la vetta del Kilimangiaro, l’Ararat e altre importanti vette. Diciamo che l’anello debole potrei essere io.

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L’indomani partiamo di buon ora; si sale e si scende in continuazione e quando si sale le salite sono spesso molto ripide, degli strappi. Si attraversa il fiume su un altro ponte sospeso, sotto il ponte c’è il vecchio e ormai caduto ponte in legno. Attraversando un fitto bosco profumato ma sempre in salita raggiungiamo Monjo, uno spuntino  al volo e  la sosta per il controllo dei documenti dove inizia il Sagarmatha National Park, cioè il parco nazionale dell’Everest. Da qui in avanti ci sono diversi ponti sospesi che permettono di passare da una parte all’altra del crinale e tante salite. La cosa che mi sconvolge è la quantità di gente in cammino; è una fila continua, sembra un pellegrinaggio. Non solo giovani e attrezzati alpinisti ma tanti “turisti della domenica”, americani in sovrappeso che ansimano tristemente. Sapevo dei problemi di inquinamento lasciato dai trekker ma non mi immaginavo così tanta gente. Chiedo a Rambir la funzione dei vari elicotteri rossi che sfrecciano sopra le nostre teste e mi risponde che sono i mezzi di soccorso che vanno a recuperare le persone in difficoltà: nei casi gravi di mal di montagna è necessario scendere di quota e nei casi più gravi di edema polmonare o cerebrale l’unica soluzione è portare i pazienti a Kathmandu.

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Una infinita salita ci porta a Namche Bazar, la “capitale” della valle del Khumbu, stupendo villaggio a 3.420 metri di quota. A Namche ci fermeremo due notti, domani giornata di acclimatamento che sfrutteremo per visitare gli isolati villaggi di Khunde e Khumjung a circa 3.800 metri. Una regola dell’acclimatamento prevede di dormire più in basso della quota raggiunta durante il giorno. Lasciamo poi Namche alla volta di Tengboche: di giorno la temperatura è gradevole e si cammina in pantaloncini e maglietta; iniziamo ad ammirare le prime incredibili vette, il vicino Ama Dablam ed in lontananza le vette dell’Everest e del Lhotse: che emozione!!! Costeggiamo la montagna punteggiata di bianchi stupa, discese e salite tra boschi di eucalipto e un’altra infinita salita fino all’importante monastero di Tengboche dove non possiamo mancare alla puja pomeridiana con decine di monaci. Oggi ho notato le prime difficoltà di Enzo,  un po’ in affanno e non reattivo come i primi giorni. Io e Rambir gli abbiamo già fatto notare che sta bevendo pochissimo, invece del riso mangia i salamini che ha portato dalla Ciociaria, nel pomeriggio invece di riposarsi vaga per i villaggi stimolato dalla sua compagna anche quando la temperatura scende drasticamente. Ma lui non se ne cura e risponde di essere abituato.

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Dormiamo in minuscole e spartane stanze. Nei lodge non sempre c’è elettricità e subito dopo cena ci chiudiamo nei nostri pesanti sacchi a pelo da alta montagna. Ma che bellezza uscire la mattina e vedere in lontananza la catena himalayana.  Oggi supereremo i 4.000 metri e non si può più scherzare. Il sentiero parte praticamente dal nostro lodge  ed in poco tempo si attraversano due piccoli villaggi. Poi il sentiero scende, ci sono molti alberi verdi e profumati. Quindi si cambia versante della montagna passando su un ponte sospeso. Se dal ponte ci si gira indietro si vede l’Ama Dablam in una posizione stupenda. Poi il sentiero scende e poi infine risale con una bella scalinata spacca gambe fino all’arco di ingresso di Pangboche. Pangboche è un grazioso e indaffarato villaggio, tutti gli appezzamenti di terreno sono ben coltivati e recintati da muretti di pietre, un’infinità di cacche di yak a seccare al sole sui muri delle case. Passato Pangboche gli alberi si diradano, diventano cespugli e il paesaggio cambia nuovamente. Quando si arriva a Shomare e per la prima volta si superano i 4.000 metri ci sono rimasti solo pochi arbusti.  Il sentiero prosegue in salita, molto graduale e senza strappi, fino a Dingboche, 4.360 metri. Arrivando si incontra la nebbia, il sole non c’è più e si sente  freddo, l’ambiente e la temperatura sono cambiati drasticamente. Oggi Enzo è sembrato molto sofferente, fiato corto, continue fermate e passo lentissimo. Incomincio ad essere piuttosto preoccupato, temo che non riuscirà mai a raggiungere il campo base. A Dingboche avremo il secondo giorno di acclimatamento, utile per recuperare un po’ di forze. Nonostante il giorno di riposo Enzo è molto affaticato e continua ad alimentarsi non a dovere. Lo prendo in disparte e gli caldeggio l’eventualità di tornare indietro, io lo accompagnerei volentieri mentre il resto del gruppo potrebbe proseguire. In fondo non dobbiamo dimostrare niente a nessuno e non ha senso rischiare la vita per una vacanza. Da domani in poi ci aspettano i tre giorni più impegnativi e pericolosi del trekking. Ma Enzo non ci vuole sentire, lui è un montanaro esperto che non ha mai avuto problemi di altitudine.

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Non sono convinto ma non posso fare altro per dissuaderlo. E allora destinazione Lobuche, 4.930 metri. Il cielo è azzurro come sempre al mattino e non ci sono nuvole in nessuna direzione. Dopo una ripida salita  le bandierine delle preghiere buddhiste ci preannunciano  un panorama incredibile: ci troviamo davanti il Taboche e il Cholatse mentre sulla sinistra c’è ancora il bellissimo Ama Dablam. Ci troviamo su un altopiano in leggera salita,  sotto di noi tutta la valle con l’abitato di Pheriche, dove ci fermeremo al ritorno. Poco dopo ci appare il cono perfetto ed innevato del Pumori ma non riusciamo a tenere una andatura regolare in quanto Enzo è in grandissima difficoltà.  A Dugla ci sono 2 lodge e ne approfittiamo per fare una sosta e per me la oramai abituale zuppa d’aglio. Ripartiamo in salita fino ad arrivare sul crinale dove si vedono le lapidi e i monumenti in ricordo di coloro che sono morti nel tentare la scalata all’Everest. Poi si continua a salire per il sentiero, sempre più sassoso e stretto, fino  a Lobuche. L’aria incomincia a essere davvero“sottile”;  anche io sono provato ma rientra nella normalità. Nel pomeriggio andiamo a visitare la piramide del CNR, il laboratorio voluto da Ardito Desio che accoglie scienziati da tutto il mondo per studi sul clima, geologia, medicina e biodiversità.

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Enzo è uno straccio e salta anche la cena. La notte sarà difficile anche per me ed Andrea, difficile dormire a queste quote, bevo e urino in continuazione. Oggi dovremmo partire molto presto perché se le condizioni meteo saranno buone si può raggiungere il campo base. Bussano alla porta della nostra cameretta; è Enzo, bianco in viso, un cencio, senza neanche la forza di mettere il sacco a pelo dentro la custodia. La situazione è davvero grave. Briefing urgente con Rambir per risolvere il problema: o si chiama un elicottero o si prova a scendere di quota. Enzo non vuol sentire parlare di elicottero ed è convinto che scendendo sotto i 4.000 starà meglio.

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E così sia: io Enzo e compagna con tre portatori scenderemo fino a Periche, Andrea Rambir e un portatore proseguiranno fino a Gorak Shep, il Kala Pattar ed il campo base Everest. Appuntamento fra due giorni a Periche.

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Così iniziano e finiscono i sogni. Mesi di allenamento e motivazioni cancellati in un batter d’occhio. Non nascondo di aver pianto per ore durante la discesa, in lontananza, senza essere visto da nessuno, mentre il sogno si infrangeva e la tensione si allentava. Con la speranza di poterci riprovare in un vicino futuro.

Il resto della storia è abbastanza scontato. Andrea raggiungerà in scioltezza il campo base e ci raggiungerà il giorno seguente, Enzo si riprenderà  e tutti insieme torneremo a Luckla. Qualche giorno nella fantastica valle di Kathmandu, un saluto ai sadhu addomesticati di Pashupatinath e il volo di ritorno.

Abbiamo sfiorato il dramma ma tutto è bene ciò che finisce bene .

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Il vero dramma succederà qualche mese dopo: il 25 aprile 2015 un tremendo terremoto sconvolgerà tutto il Nepal causando incalcolabili danni e la morte di oltre 8.000 persone.

Un saluto affettuoso al dolcissimo popolo nepalese.

Riccardo Prati, professione viaggiatore e cittadino del mondo. Un Master in Diritti umani e azione umanitaria. Si occupa di tematiche legate alla pace e alla nonviolenza, ha viaggiato in oltre 100 paesi ed ama i grandi overland che ha percorso in moto, auto e mezzi locali. Per info potete scrivere a riccardoprati@libero.it