L’uomo è “un grande miracolo” proprio per la sua drammatica contraddittorietà:
perché è, senza rimedio, un nodo indissolubile di saggezza e follia
(Eugenio Garin, 1992)

Il nome di un uomo non fa il giro del mondo per caso, a maggior ragione se quell’uomo, nel corso della sua breve vita, non ha fatto nulla perché questo accadesse.

Ho conosciuto la vicenda di Chris McCandless a quasi venticinque anni dalla sua morte, attraverso il film a lui dedicato; nei giorni a seguire, quasi in preda a un’ideazione ossessiva, ho letto il libro di Jon Krakauer e ho cercato molto su internet. Sembrava un pozzo senza fondo: più leggevo, più avevo l’impressione di un fenomeno andato ben oltre il successo mediatico. E più cercavo, più la linea dell’orizzonte sembrava allontanarsi.

Il film mi aveva molto impressionato, il libro profondamente commosso. Eppure, sapevo per esperienza che le emozioni, anche quando intense, difficilmente acquisiscono l’essenza duratura dei sentimenti. Intanto la ricerca continuava. Quando poi ho scoperto che il Magic Bus è ancora oggi una sorta di meta di pellegrinaggio e che di McCandless si è arrivato a parlare in termini di fonte di ispirazione per le nuove generazioni, ripensando ad alcune intuizioni di Krakauer e ai frammenti autografi letti verso la fine del libro, allora il bisogno di cercare si è placato; la necessità di operare l’autopsia psichica su un ragazzo morto da anni si è ridimensionata mentre il senso di quell’esperienza si è dischiusa sotto il mio sguardo.

Sulle ragioni che hanno spinto McCandless a intraprendere il suo viaggio è stato scritto molto. A prescindere da una appartenenza transgenerazionale intrisa di attitudine all’avventura e amore per la natura, le attenzioni delle fonti più attendibili si sono soffermate sul difficile rapporto con la società e un altrettanto difficile, se non francamente conflittuale, rapporto con i genitori. Proviamo adesso a riflettere su entrambe le questioni.

McCandless non era di certo un disadattato, aveva carisma e piaceva alla gente. Tanto dal film quanto dal libro, risulta chiaro come chi lo ha conosciuto durante il suo viaggio avrebbe voluto tenerlo con sé, quanto fosse amabile e piacevole in compagnia. A questo giovane vagabondo in parecchi hanno aperto la porta di casa. Lo stesso sembrerebbe potersi dire per la sua infanzia e l’adolescenza. Chi invece lo ha frequentato nel periodo, per così dire, a cavallo tra la prima e la seconda vita, per intenderci negli anni universitari, ha parlato di un progressivo inasprimento e isolamento, tanto nei confronti delle persone che nei confronti della società. Quest’ultima dobbiamo intenderla come sistema di norme e convenzioni finalizzate alla convivenza “civile” fra gli uomini, ovviamente collocate in un determinato contesto storico e culturale. Ma che vuol dire “civile”?

Chi conosce la storia sa bene che l’essere umano, per il suo progresso evolutivo (sociale, storico, culturale) ha pagato un prezzo, democraticamente suddiviso in parti uguali. In un certo senso, più una società è civile, più è alto il prezzo da pagare. L’uomo occidentale contemporaneo, civile per definizione, paga la sua rassicurante condizione esistenziale al costo dell’ “inautenticità”. Autori del peso di Pirandello, Jung, Freud o Tolstoj, solo per citare i primi che mi vengono in mente, in maniera diversa hanno messo in evidenza come l’uomo contemporaneo innegabilmente indossi una maschera, una sovrastruttura finalizzata a rivestire un’istintualità evidentemente incompatibile col vivere “civile”. Allora ci si potrebbe chiedere “meglio la vita istintiva dell’uomo primitivo oppure la condizione mascherata dell’uomo civilizzato?”; lasciamo in sospeso questa domanda, chiariamo invece il primo punto su cui stiamo provando a riflettere: Chris McCandells voleva realizzare la propria autenticità e per questo doveva ricominciare da zero: zero soldi, zero tecnologia, zero legami col passato, per il tempo necessario.

Io non penso che odiasse la società, semplicemente ne aveva riconosciuto il profondo condizionamento.

Dalle pagine di Krakauer, McCandless, la cui complessità personologica elude facili definizioni, appare a tratti come un giovane narcisista, fortemente competitivo, per niente disinteressato al denaro, anzi col fiuto degli affari e definito dall’autore addirittura come un “incorreggibile istrione”, in sintesi un uomo dei nostri tempi, integrato nel sistema e con ampi margini di successo. Io credo che tutto questo dovesse essere vero, ma credo anche che, consapevole di ciò come solo pochi sanno essere, Chris McCandless stesse cercando di liberarsene. Una sua personale lotta contro un demone interiore. oltre ogni convenzione, questo ragazzo, conoscitore dell’antropologia e delle scienze sociali, aveva probabilmente sentito sulla propria pelle il calore ustionante della degenerazione etica, morale e in generale esistenziale che noi, viventi in questo momento, sappiamo essere diventata uno dei grandi problemi dell’uomo del terzo millennio, schiavo del dio denaro, detenuto nel proprio narcisistico isolamento interiore.

Adesso però devo contraddire me stesso, o forse si tratta solo di una parte che risponde a un’altra: non credo affatto che queste siano guerre che si possano vincere con proclama come quello appena espresso, mi sento invece molto più vicino a un giovane americano che, nel pieno della propria solitudine, ispirato anche dal testo di una canzone scriveva “Da due anni cammina per il mondo. Niente telefono, niente piscina, niente animali, niente sigarette. Il massimo della libertà. Un estremista. Un viaggiatore esteta la cui dimora è la strada. Scappato da Atlanta. Mai dovrai fare ritorno perché the west is the best. E adesso, dopo due anni a zonzo, arriva la grande avventura finale. L’apice della battaglia per uccidere l’essere falso dentro di sé e concludere vittoriosamente il pellegrinaggio spirituale…Dieci giorni e dieci notti di treni merci e autostop lo hanno portato fino al grande bianco del Nord. Per non essere mai più avvelenato dalla civiltà, egli fugge, e solo cammina nelle terre estreme”, ed ancora, rivolgendosi al teschio di un grizzly trovato dentro al magic bus “salve orso fantasma, la bestia dentro ognuno di noi”.

Chi non doveva fare ritorno? Chi doveva essere ucciso? Quello di Chris McCandless è stato certamente un viaggio iniziatico. Non voleva dimostrare niente, non cercava niente come egli stesso ha scritto, semplicemente credo volesse portare a compimento la sua morte simbolica perché una rinascita potesse compiersi, come gli anacoreti del deserto dei primi secoli del cristianesimo (anche McCandless ha vissuto nel deserto!). Un’esperienza in fondo non diversa dallo Zarathustra di Nietzsche, il quale, nel tentativo di compiere il super-uomo, dovette ritirarsi sulle montagne per dieci anni prima di rientrare nel mondo degli uomini, dai quali dovette ancora una volta distaccarsi per comprendere, alla fine, che ciò da cui si alienava altro non erano che le sue stesse proiezioni con le quali infine, pacificamente, si riconciliò.

Il vero grande ostacolo a che questo viaggio interiore potesse compiersi, e qui siamo al punto più drammatico della storia di McCandless, era il profondo legame con la sua famiglia di origine.

Krakauer ha scritto di interpretazioni psicoanalitiche secondo le quali il giovane sia stato mosso da complessi di inferiorità per la sua modesta statura piuttosto che da questioni edipiche non risolte. Concordo ancora con Krakauer che si è trattato di interpretazioni psicoanalitiche “da due soldi” su un “paziente assente”; essendo però un addetto ai lavori, non posso astenermi dal proporre la mia di interpretazione, che esprimo riconoscendone in anticipo l’impossibilità di conferme quanto la potenziale impopolarità: Chris McCandless amava profondamente la sua famiglia; che amasse la sorella è chiaro a tutti, ma credo che fosse legato con la stessa intensità anche a suo padre e sua madre. Gli fu necessario andare oltre quel sentimento perché qualcosa di più grande doveva compiersi. Dovette cercare un motivo che lo potesse autorizzare ad abbandonarli, a tradirli. Ma tradire ha lo stesso etimo di trado, traghettare, attraversare, muoversi in una nuova direzione, e ciò che più lo possedeva era la necessità di compiere sé stesso, a costo di qualsiasi sacrificio. Lascia quello che hai…poi vieni e seguimi disse un giorno Gesù a chi gli chiedeva come pervenire alla vita eterna (Marco 10, 17-30). Così è andato a scavare nel passato della sua famiglia, ha trovato nell’armadio gli scheletri di cui aveva bisogno, le origini tormentate del rapporto tra i suoi genitori, e questo gli è bastato per tagliare il cordone, per legittimare la propria scelta senza voltarsi più indietro. Sembra che durante il suo viaggio qualche volta si sia espresso contro il padre e la madre. Per uno che non portava rancore come McCandless, non è da escludere che quelle invettive potessero rappresentare la copertura di un senso di colpa per averli abbandonati. Soffermiamoci adesso su suo padre, la figura più controversa della vita di Chris: Walt McCandless è stato un uomo che ha messo insieme i figli del primo e del secondo matrimonio, ha viaggiato con tutti loro, che ha litigato ferocemente con entrambe le mogli ma non si può certo dire che sia stato un padre violento tantomeno emotivamente distante. Anche lui ha dichiarato quanto fosse piacevole stare con Chris. Assente per lavoro si, ma non sembra che il figlio lo abbia odiato per questo quanto piuttosto per questioni “etiche”. Al riguardo, credo semplicemente che il ragazzo abbia sentito di dover lasciare il padre naturale spinto dalla necessità interiore di andare verso un altro Padre. Se poi pensiamo che è morto dentro al sacco a pelo cucitogli dalla madre, allora un altro pezzo del puzzle torna al suo posto, perché non mi sembra che il nostro giovane americano fosse il tipo da non dare importanza a cose di questo genere.

Ho provato un senso indiretto di pudore nel vedere le vicende private di questi coniugi trattate come se fossero la vera causa della morte del figlio e lo dico sinceramente, come uomo e come psicologo. È questo il motivo per il quale ho scelto di non leggere il libro scritto dalla sorella di Chris, come se avessi subodorato una deriva psicologizzante, oramai troppo diffusa, che vede nel conflitto con mamma e papà l’unica causa di insoddisfazione di ogni essere umano. Se così fosse, le montagne dovrebbero essere piene di poveri disgraziati in attesa della morte; a Monte Pellegrino non ci sarebbe lo spazio neanche per piantare una canadese a due posti.

Tirando dunque le somme sulla condizione psicologica di McCandless, il giovane non sembrerebbe aver sviluppato nel corso della sua vita sintomi psicopatologici tali da far pensare a una condizione di malattia psichica. Resta tuttavia innegabile il fatto che, nella sua infanzia, tanto lui che la sorella abbiano fatto esperienza di quella che viene definita “violenza assistita”, ovvero quelle circostanze in cui il bambino assiste a dinamiche violente all’interno del contesto familiare senza tuttavia esserne direttamente bersaglio. Le conseguenze di esperienze simili possono essere molto gravi ma, si sia trattato di resilienza, di forza dell’Io o di chissacchè, non credo che questo sia stato il caso di Chris. C’è però innegabilmente un anello di congiunzione tra la violenza assistita della sua infanzia e la bestia dentro ognuno di noi di cui parla McCandless: l’essere umano nasce immerso in una istintualità assoluta, di condizionamento totale da parte dell’ambiente e tende, nei casi più fortunati, alla pace interiore e all’equilibrio psico-fisico nonostante qualsiasi condizione anteriore. Tutte le religioni parlano di questo, le strade iniziatiche, le pratiche spirituali. Pur non essendo un praticante e non essendosi mai dichiarato in tal senso, credo profondamente che Chris McCandless stesse seguendo questa strada, la sua via, e questo rende la vicenda ancora più potente. La vicenda di Chris McCandless non parla alla coscienza della gente, arriva più in profondità. Non ha importanza se i miei genitori litigavano quando ero bambino, se sono cresciuto in un quartiere violento, se il mio popolo è in guerra contro un altro. Ciò che conta è la bestia dentro ognuno di noi e quello che possiamo fare per liberarcene, non prima però di averne riconosciuto l’esistenza.

Chris non è mai stato solo durante il suo viaggio, e la bestia non è stata la sua unica compagna.

Verso la fine del libro, Krakauer scrive che “a differenza di Muir e Thoreau, McCandless si avventurò nella foresta non tanto per riflettere sulla natura e sul mondo in generale, quanto per esplorare il paesaggio interiore della propria anima. Dovette presto scoprire quello che Muir e Thoreau già sapevano: inevitabilmente, un soggiorno prolungato in un ambiente ostile sposta l’attenzione tanto all’esterno quanto all’interno, ed è impossibile vivere della terra senza sviluppare una sottile comprensione, e un forte legame emotivo, con la terra stessa e tutto ciò che contiene”.

E allora i viaggiatori erano almeno tre: Chris, la bestia e la sua Anima.
A tutto coloro che hanno scritto su McCandless, che lo hanno criticato o esaltato, ma che si sono comunque soffermati sull’aspetto “tecnico” della vicenda, sulla sua morte, sulla sua attrezzatura più o meno adeguata, sulle competenze venatorie e botaniche e sulla sua alimentazione, ad ognuno di essi vorrei rivolgere una semplice domanda: tu ci credi all’anima?

Io penso che Chris McCandless ci credesse. Credo anche che avesse compreso che più si parla o si scrive dell’anima e più ci si allontana da essa. Ecco perché non ne ha mai parlato nonostante la sua vicenda trasudi anima da tutte le parti. Non voglio aggiungere altro sull’argomento, voglio invece esplorare un altro aspetto della vita di McCandless in Alaska: “un soggiorno prolungato in un ambiente ostile sposta l’attenzione tanto all’esterno quanto all’interno” scrive Krakauer, questo è il senso di un approccio spirituale all’esistenza pur dovendo fare i conti con i suoi aspetti più pragmatici, con le priorità, con le necessità. Questo è il senso dello yoga, la disciplina dell’azione senza desiderio, in cui il successo e l’insuccesso non contano, conta solo l’azione da compiere nel momento stesso in cui viviamo l’esperienza e nulla più. La BhagavadGita recita “lo yoga… non è per chi mangia troppo né per chi mangia affatto, né per chi ha l’abitudine di dormire troppo o per chi al contrario rimane sempre sveglio” ed ancora “Chi regola convenientemente i propri pasti e i propri sforzi, gli sforzi nell’azione a la parte da assegnare al sonno e alla veglia, a lui appartiene lo yoga distruttore della sofferenza” (Canto IV, vers. 16-17); a me sembra che McCandless vivesse così o quantomeno che aspirasse a questo: lo yoga dell’atto, la pratica delle azioni disinteressate al loro stesso esito, oltre la gioia o il dolore; come non pensarci quando accade che, ad un certo punto, la vita di McCandless diviene pura necessità di sopravvivenza, caccia e sostentamento, e solo in quel momento scrive: “Sono rinato. Questa è la mia alba. La vita reale è appena cominciata. Vivere ponderato: attenzione consapevole ai fondamenti della vita e costante attenzione all’ambiente circostante e a ciò che a esso è correlato, ad esempio un lavoro, un compito, un libro, qualsiasi cosa richieda efficace concentrazione (la circostanza non ha valore. Ha valore come ci si relaziona a una circostanza. Il significato vero risiede nella relazione personale con un fenomeno, quello che significa per te). La grande santità del cibo, il calore vitale. Positivismo, la gioia della vita estetica. Assoluta verità e onestà. Realismo. Indipendenza. Risolutezza. Stabilità. Coerenza”. Ancora la BhagavadGita: “Colui che, distaccato da tutto, incontrando fortuna o sfortuna, non prova né gioia né odio, ecco quegli che è consolidato in saggezza (canto II, vers. 57)”, ed ancora “Quando si è unificati mediante la disciplina unitiva, l’anima purificata, le facoltà sensibili padroneggiate, quando si è identificata la propria anima con l’anima universale, anche se si agisce non si è contaminati (Canto V, vers. 7)”. Chris McCandless ha vissuto da asceta, da anacoreta, da yogin. Ha praticato il distacco dei sensi dalle cose mondane tanto caro a Meister Eckart e al buddhismo. Non ha importanza se sia vissuto o sia morto e se sia morto di fame o per intossicazione. Non ha nessuna importanza. Quel che conta è ciò che attraverso lui si è realizzato e che la sua storia ha toccato il cuore di molti. La vita può perdere di significato se pensiamo che il migliore degli epiloghi sia morire di vecchiaia. L’importante nella vita è compiere sé stessi e in questa impresa credo che McCandless sia riuscito. Molti si sono soffermati sulla sua frase “la gioia è reale solo se condivisa” e l’hanno interpretata come una forma di pentimento; io non lo credo, preferisco pensare che la sua esperienza, autentica oltre ogni ragionevole dubbio, abbia attraversato la morte e sia arrivata a tantissime persone proprio come un esempio di condivisione della gioia vissuta durante la sua esperienza estrema. In questo hai centrato l’obbiettivo Chris, puoi dormire sonni tranquilli.

McCandless intuì che il senso delle esperienze della vita non è determinato aprioristicamente ma in base a ciò che ogni individuo attribuisce ad esse, la stessa idea espressa da Jung nel Libro Rosso. È evidente che il giovane fosse molto interessato al senso delle cose e tale approccio all’esistenza me lo ha fatto sentire da subito molto vicino appartenendo anche a me. Spesso in questo periodo mi sono chiesto come mai abbia conosciuto la sua storia a distanza di venticinque anni dalla sua morte nonostante tanti punti di contatto. Nonostante quasi tutti i miei amici avessero visto il film e parecchie persone che conosco ne avessero quantomeno sentito parlare. Nonostante il mio interesse per Eddie Vedder e il mio amore per l’avventura. Mi sono risposto che vivere un periodo senza energia elettrica in un territorio rinselvatichito ed esplorarlo a cavallo, cacciare una grossa preda nella notte ed eviscerarla sul posto per preservarne la carne, sentire il profondo senso di libertà che riescono a trasmetterti i territori e le strade nord-americane, fare certe letture e soprattutto lasciarsi attraversare da altre prospettive erano tutte esperienze indispensabili per comprendere almeno in parte la vita di Chris McCandless. Per tutto questo, e sono ne contento, penso di aver conosciuto solo adesso la sua storia.
Come già detto, capire che l’essere umano abbia bisogno di una ricapitolazione ontogenetica per recuperare il senso dell’esistenza è stata una delle sue grandi intuizioni. Un significato in senso soggettivo, la necessità di ritornare a un inizio durante il cammino da cui ricominciare daccapo. Questo è uno dei suoi lasciti maggiori.

L’uomo del futuro, prima di volgere lo sguardo convintamente in avanti avrà bisogno di comprendere meglio la strada evolutiva dalla quale proviene, tanto dal punto di vista naturale che psichico, perché non potrà esserci futuro se non saremo capaci di scegliere per il nostro bagaglio le cose più importanti provenienti dal nostro passato. Se in ventiquattro anni questo giovane americano, senza nessun maestro o iniziatore, è riuscito a toccare certe latitudini interiori, le stesse con le quali alcune culture hanno impiegato secoli per entrare in contatto, allora vuol dire che esperienze simili sono ancora alla portata dell’essere umano , nonostante la realtà interiormente anossica in cui viviamo.

Credo che Chris McCandless abbia rappresentato, nella sua drammatica vicenda, una forma esistenziale rinnovata di spiritualità al di là di ogni dottrina, di ogni pratica consolidata, di ogni conoscenza appresa.

Alcuni dei frammenti autografi letti mi hanno portato a credere che che sia riuscito a vivere momenti di illuminazione di livello veramente alto. Tutto questo ha avuto delle conseguenze drammatiche ma, se ho visto bene, credo che McCandless ne sia stato consapevole e pronto a pagarne il prezzo.

Chris McCandless è morto come una divinità ctonia, immerso nel ciclo infinito del vivere e morire, riassorbito ancora in vita dalla Grande Madre Terra, ma la sua vicenda esprime anche il senso delle divinità solari, rivolte verso l’Assoluto, alla vita oltre la morte ed il fatto che siamo ancora qui a parlarne ne sono una testimonianza. Sembra essere stato della stessa idea Krakauer il quale, commentando l’ultimo suo autoscatto, ha scritto: “Con una mano rivolge il biglietto di addio all’obiettivo e con l’altra porge un saluto sereno e coraggioso al mondo…Chris sorride, e il suo sguardo è inequivocabile: McCandless era in pace, beato come un monaco che va dal Signore”.

In conclusione di queste pagine, per certi versi estreme come lo è stato il viaggio di McCandless, mi auguro che le parole di quell’ultimo messaggio, serene nel momento della morte, possano suonare adesso rinnovate ed aiutare a comprendere perché sono state così tanto fonte di fiducia ed ispirazione: “Ho avuto una vita felice e ringrazio il Signore. Arrivederci e che Dio vi benedica tutti. Christopher Johnson McCandless”.

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Fulvio Marchese, psicologo analista, è nato a Palermo nel 1975. Vive e lavora nella sua città.