Appena atterrati all’aeroporto di Toronto, il Canada sceglie di presentarsi con il suo vestito migliore. Schierati di fronte ai nostri occhi, in attesa di decidere se i nostri passaporti sono abbastanza validi per entrare nel paese, gli agenti del controllo doganale sembrano uno spot al multiculturalismo. Contiamo senza troppe difficoltà una ragazza afroamericana, un ragazzo con turbante di chiare origini asiatiche, un suo collega dai tratti mediorientali, una donna dalla pelle bianchissima disseminata di lentiggini. Tutti belli, tutti al loro posto, tutti sorridenti. Anche il clima è disteso, lontano molte più miglia di quelle fisiche che separano la più grande città canadese da New York.

Quest’anno siamo qui per compiere una specie di rito, celebrare un abbraccio collettivo al paese dove Serena è nata e del quale Elettra, nostra figlia di quasi 5 anni, ha acquisito la cittadinanza senza nemmeno sapere come. Una specie di gran tour lungo un mese, troppo breve per soddisfare le nostre ambizioni, abbastanza lungo per richiedere di essere confinato ad agosto.

Sulla carta (abbiamo programmato pochissimo!) il viaggio è diviso in 2 parti: prima un assaggio di costa Est, che già conosciamo ma dove amiamo ritornare: da Toronto a Montreal passando per Ottawa e Quebec City, muovendoci in treno. Poi un volo per Calgary, verso ovest, un classico on the road tra parchi e montagne fino a Vancouver e – tempo permettendo – alla Vancouver Island.

Tornare a Toronto dopo 5 anni ha un sapore dolceamaro: durante l’ultima nostra visita non ci aveva entusiasmato, eppure proprio a Toronto avevamo scoperto che saremmo diventati genitori di Elettra, e le due cose in qualche modo sono rimaste inevitabilmente intrecciate.

Se ogni città ha uno stile, un suo modo d’essere, lo stile di Toronto sembra quello di non averne uno. La sensazione di essere in un crogiolo multietnico è fortissima, molto più intensa – per dire – di quella che abbiamo provato a New York, e il bombardamento di diverse culture e stili di vita può essere a tratti inebriante o straniante. Però la città ha un bel respiro, sia nella trafficatissima downtown, molto più viva e “camminabile” di altri centri città nordamericani, sia nei quartieri circostanti, ognuno dotato di una propria personalità. Noi ad esempio abbiamo vissuto in B&B a Little Portugal, un quartiere di casette pieno di di murales colorati, non comodissimo alla metro (va detto, quella di Toronto non è un granché), ma collegato al centro da tram lenti e vecchiotti dove però tutti, anche i personaggi a prima vista più improbabili, pagano religiosamente il biglietto. A proposito, il primo giorno abbiamo chiesto informazione a un passante su dove recuperare i famigerati gettoni da consegnare all’autista per avere il biglietto e per tutta risposta lui è salito in casa tornando poco dopo con un paio di gettoni, suo personale regalo di benvenuto con tanto di “Welcome to Canada”. È sempre sbagliato generalizzare, ma sì, i canadesi sono in generale molto amichevoli e soprattutto molto, molto rilassati, di una rilassatezza che però vive a braccetto con il rispetto delle regole e degli altri.

In particolare bambini, anziani e disabili di qualunque tipo godono di particolari attenzioni. Ce ne accorgiamo al Royal Ontario Museum, uno straordinario museo onnicomprensivo (il più grande del Canada e il quinto per dimensioni di tutto il Nordamerica) dove una miriade di attività pensate per bambini e ragazzi si svolgono in ambienti ben studiati ed accessibili a tutti, con rampe, ascensori, porte elettriche azionabili ad altezza carrozzina e “All Gender Washrooms”, cioè toilette utilizzabili da chiunque senza distinzione di genere. Elettra ha molto amato la mostra temporanea “Out of the depths”, dedicata a una balena blu arenatasi nel 2014 sulle coste del Newfoundland e consegnata alla scienza dopo essere diventata un caso nazionale. E poi i dinosauri: ci sono scheletri e fossili di ogni dimensione, e molti particolari (la pelle o i denti, ad esempio) possono essere toccati dai bambini.

Facciamo un viaggio attorno al mondo a Kensington Market. Più che un vero mercato è un quartiere disseminato di casette colorate, negozi tra il freak, l’hippie e il punk, caffè e ristoranti, dove si respirano profumi e culture diverse. Per la strada un giovane rastafariano sfodera un sorriso a 32 denti verso Elettra e si rivolge a lei con un “Hey sweet girl, you are amazing” che ci svolta la giornata. Pochi minuti dopo in un bar super hipster incontriamo Alberto, un nostro amico torinese, medico, ormai da 7 anni in Canada, dove ha trovato un’ottima posizione e una moglie italocanadese di terza generazione. Ci racconta gli aspetti positivi del vivere a Toronto, dalle possibilità di carriera offerte dal mondo della ricerca alla macchina organizzativa che sembra funzionare davvero bene, fino al multiculturalismo, cui non saprebbe più rinunciare. Per ora rimarrai qui, con un realismo che non nasconde qualche piccola spina: il costo della vita parecchio elevato, soprattutto nel mercato immobiliare e una qualità della vita che per certi versi non è quella italiana.

Uber (qui usatissimo), Union Station e via, dopo 4 ore di treno (delle gioie e dolori dei treni canadesi parleremo più avanti), da Toronto ci spostiamo a Ottawa, la capitale federale del Canada, cuore delle celebrazioni per i 150 anni del paese, che guarda caso cadono proprio nel 2017. La città è considerata dai locali noiosa e sonnolenta, ma al nostro arrivo si presenta brulicante di vita e di turisti. Un po’ come accade a Washington con gli americani, ogni canadese che si rispetti prima o poi vuole andare sul sacro suolo della capitale, a visitare i suoi musei e a toccare con mano il Parlamento. Quest’anno poi, Ottawa è un must. A noi non è andata benissimo con il Parlamento (davvero troppa coda per riuscire ad accaparrarsi un biglietto). In compenso ci siamo tuffati al Canadian Museum of History, che per la verità è a Gatineau, dall’altra parte del fiume, già in Quebec (Ottawa è in Ontario). Che dire, se non wow? Uno spazio meraviglioso dal punto di vista architettonico, la storia del paese raccontata in modo moderno e interessante, un cinema a 360º, un’enorme area per bambini (il Children Museum) che meriterebbe un museo a parte, e la più grande collezione di totem indiani del mondo. Usciti, dedichiamo un po’ di tempo a Mosaïcanada, un grande evento, anche questo figlio del 150º compleanno del Canada, dove i migliori artisti floreali del mondo hanno “scolpito” sculture gigantesche usando esclusivamente piante e arbusti.

Facciamo un salto al Byward Market, un quartiere attorno a un mercato coperto, decisamente il posto dove andare per capire che a Ottawa non ci si annoia per niente (almeno d’estate), tra banchi di frutta e verdura e una miriade di locali cool.

Poi chiudiamo il capitolo capitale-del-Canada coi brividi. Alle 10 di sera la facciata del Parlamento si trasforma nello sfondo di uno spettacolo di suoni e luci ad alto tasso di tecnologia. Vanno in scena il Canada, la sua storia, i suoi valori, le ragioni che hanno portato così tante persone da tutto il mondo a chiamare questa terra sconfinata “casa”. Sarà che in famiglia siamo un po’ canadesi, ma quando parte il gran finale con l’inno e tutti si alzano in piedi in silenzio, l’emozione ci tocca molto da vicino. Oh Canada!